Economia

Quale deve essere il ruolo della magistratura nel caso Ilva-Arcelor Mittal? L’approfondimento di Liturri

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Tutti gli aspetti giudiziari del dossier Ilva-Arcelor Mittal a Taranto. Approfondimento a puntate dell’analista Giuseppe Liturri

Lo confesso. Io non ho mai visto il film Rashomon di Kurosawa ma non posso lasciarmi sfuggire l’occasione di dire che la trama si adatta incredibilmente bene a descrivere la vicenda dell’Ilva di Taranto, almeno come si è fin qui svolta.

C’è un omicidio e le testimonianze sull’omicidio del samurai sono quattro. Quella del brigante omicida, quella della vittima e di sua moglie violentata dall’omicida, e quella del boscaiolo narratore. Ci sono dubbi sulla veridicità di ognuna di esse.

Fuor di metafora, esaminiamo il racconto dei diversi testimoni della vicenda che potrebbe rivelarsi uno tsunami per l’economia pugliese e nazionale. Come ogni testimonianza, sono più le domande irrisolte che le certezze.

LA MAGISTRATURA

Dal 2012 almeno è un attore fondamentale di tutta la vicenda. Da più parti si è letto, di offensiva delle procure o partito delle procure. Ma, ci si chiede, di fronte ad ipotesi di reato che coinvolgono la vita delle persone, cosa dovrebbe fare un Procuratore della Repubblica? Mettere le carte in un cassetto? Se la pericolosità di quegli impianti è tale che è stato necessario adottare un dettagliato Piano Ambientale, la cui esecuzione, giova ricordarlo, è a carico dell’amministrazione straordinaria, cosa dovrebbe fare un magistrato quando ha indizi della persistenza di reati ambientali che quel piano è proprio preordinato ad eliminare?

Cosa deve fare di più o di diverso oltre al sequestro con facoltà d’uso di un altoforno (AFO2) che ha ucciso una persona nel 2015 ed all’assegnazione di un termine per l’adempimento di prescrizioni essenziali per la sicurezza di quell’impianto?

Inoltre, giova ricordare la particolare pressione ambientale in cui operano i magistrati di quella Procura. Non credo che lavorino per compiacere la piazza, ma le pareti della Procura non sono certo impermeabili alla sofferenza che arriva dai cittadini e dai lavoratori che rischiano la vita e la Procura applica la legge: “Appare poco conforme ai principi costituzionali concedere spazi temporali troppo ampi quando si discute di condotte che comunque mettono in pericolo l’ambiente, la salute dei lavoratori e delle popolazioni vicino al siderurgico che subiscono l’attività nociva emissiva dello stesso”.

In definitiva il problema è l’invadenza della Procura o l’oggettiva enormità delle ipotesi di reato che non si riesce a rimuovere da quegli impianti e che quindi innescano l’obbligatorietà dell’azione penale del PM?

Ma alla Magistratura, soprattutto alla Consulta, sua massima espressione e giudice delle leggi, compete soprattutto sciogliere il nodo gordiano alla base di tutta la vicenda: è possibile un contemperamento tra esigenze di tutela dell’economia nazionale e dell’occupazione, tenendo in esercizio l’area a caldo mentre si rimuovono i presupposti di reati attuali e futuri (restando quindi temporaneamente nociva), ed esigenze di tutela della salute che vorrebbero la chiusura di quell’area hic et nunc?

A questo proposito l’ex ministro della Giustizia Flick ha sostenuto che non esiste una gerarchia tra queste esigenze e che sta alla Consulta trovare un equilibrio. Cosa si aspetta ad investire definitivamente la Corte di questo problema, senza cambiare le carte in tavola ogni 2 mesi?

(1.continua)

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