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L’Iraq annega per stress idrico

Iraq

L’Iraq è il Paese che più abbonda di risorse idriche grazie al Tigri e all’Eufrate, ma la cattiva gestione ne fa un esempio da non seguire

 

Più di 2 miliardi di persone vivono in Paesi che sono in una condizione di stress idrico: è uno degli elementi più drammatici che emerge nella giornata mondiale dell’acqua, 22 marzo, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992. Per stress idrico si intende una condizione per cui la domanda di acqua dolce supera la sua disponibilità in un certo periodo dell’anno o quando la sua disponibilità è così limitata da richiederne il contingentamento nella distribuzione.

Se osserviamo la mappa delle nazioni con un maggior rischio idrico stilata da Aqueduct si vede come la sfida alla gestione dell’oro blu sia una delle sfide del secolo.

Nella classifica, il Quatar risulta essere il Paese con il più alto stress idrico, l’Italia è al 44° posto su scala globale ed il 7° in Europa.

A livello di zona geografica l’area Mena (Middle East and North Africa) contiene 9 Paesi su 10 della top ten delle nazioni con maggior stress idrico, ciò non stupisce in quanto il Medio Oriente possiede solo il 2% circa dell’acqua potabile del mondo. L’area oltre a possedere poca acqua, ha anche una disomogenea distribuzione geografica di questa, poiché si concentra nei grandi fiumi che l’attraversano: il Nilo, il Giordano, il Tigri, l’Eufrate ed i fiumi dell’Iran occidentale.

Il problema di questi corsi d’acqua è principalmente l’assenza di accordi politici internazionali sulla gestione delle acque. Esiste dal 2008 il Comitato tecnico trilaterale tra Turchia, Siria e Iraq ma non ha risolto le grandi problematicità. Infatti questi fiumi attraversano più nazioni e la mancanza di tali accordi sul controllo e sulla gestione della risorsa idrica ha creato nel tempo tensioni e scontri.

Il nocciolo della questione è che questi grandi corsi d’acqua dolce hanno le sorgenti che non sono nei Paesi in cui il corso d’acqua assume la sua maggior portata, facendo si che ogni diga o progetto che impatti sul naturale corso del fiume in uno Stato, abbia conseguenze su agricoltura e industria del vicino in cui il fiume continua a scorrere.

Ponendo ulteriormente il focus sul Medio Oriente emerge un dato interessante, l’Iraq è al 42° posto della country rankings, due posti solo sopra l’Italia.

L’Iraq è il Paese che più abbonda di risorse idriche grazie al Tigri e all’Eufrate, una forza ed al contempo una fragilità. Insieme questi fiumi rappresentano il 98% di tutta l’acqua utilizzata in Iraq.

Infatti i due fiumi originano in Turchia, nelle montagne del Tauro, si dividono tra Siria ed Iraq, per ritrovarsi in quest’ultimo Paese e poi sfociare nel Golfo Persico. La Turchia ha un netto vantaggio strategico sull’Iraq possedendo le sorgenti dei due fiumi, tant’è che il progetto GAP (GüneydoğuAnadoluProjesi-Progetto dell’Anatolia SudOrientale) degli anni ’70 sulla costruzione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche sul Tigri e l’Eufrate, fece storcere non poco il naso a Bagdad. Il progetto è ancora in fase di realizzazione.

La costruzione di queste dighe, in particolare della più grande la diga Ataturk sull’Eufrate, ha creato numerose frizioni tra Ankara, Damasco e Bagdad. Si pensi che per riempire l’invaso della diga i turchi fermarono il corso d’acqua dell’Eufrate dal 13 gennaio al 13 febbraio 1990, prosciugando il fiume per un mese. Ovviamente le conseguenze per i popoli a valle della diga furono pesantissime. Più i turchi costruivano dighe più le controversie internazionale tra i tre paesi coinvolti aumentavano. Ultima nel tempo nel giugno 2018:l’Iraq si è ritrovato a secco dopo che la Turchia ha riempito l’invaso sul Tigri della diga Ilisu.

È importante guardare all’Iraq poiché è l’esempio di quel che può accadere in caso di mala gestione idrica: un potenziale disastro ambientale e sociale.

Infatti, oltre alle dinamiche internazionali, siccità, cambiamento climatico, uso inefficiente dell’acqua in agricoltura e nelle città, inquinamento, salinizzazione dell’acqua, dissesti infrastrutturali e decenni di guerre hanno duramente provato la struttura idrica irachena. Questi problemi sono sfociati ad esempio nella dura protesta del 2018 a Bassora, località del sud del Paese con un livello della qualità delle acque pessimo. La causa scatenante della protesta fu che decine di migliaia di persone furono ricoverate in ospedale per aver bevuto acqua contaminata. Nella protesta c’erano anche molti altri rancori sopiti ad esempio le ingerenze iraniane e la disoccupazione, ma la questione idrica rimane fondamentale.

Molte sono le dinamiche che si instaurano sulla questione idrica, come anche l’ISIS a suo tempo aveva capito. Infatti l’azione di reclutamento del terrore trovò terra fertile nelle regioni di campagna che da tempo soffrivano la siccità e le cui terre non erano più fertili per l’agricoltura. Spesso la propaganda jihadista utilizzò la politica dell’avvelenamento delle acque o l’attacco alle dighe come forma di intimidazione, tanto che l’Italia ha mantenuto fino al 2019 una task force militare a tutela della strategica diga di Mosul.

Oltre la necessità di un dialogo internazionale costruttivo tra gli attori della regione e l’impellenza di una classe dirigente all’altezza delle numerose sfide che l’Iraq pone, v’è la questione di portata mondiale: il global warming.

In quest’ottica il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) ed il governo iracheno hanno avviato un processo per sviluppare un Piano di adattamento nazionale (NAP) per rafforzare la resilienza del Paese ai cambiamenti climatici. Infatti le Nazioni Unite prevedono che il cambiamento climatico in Iraq ridurrà le precipitazioni annuali e la produttività agricola, di contro aumenteranno le tempeste di sabbia e ci sarà una maggiore scarsità d’acqua. L’impatto sarà a 360° sulla salute della popolazione irachena, sul settore agricolo e industriale, quindi sull’occupazione e sul Pil iracheno. Con tutto ciò che ne consegue in una terra cosi socialmente instabile: guerre, carestie, emigrazione di massa.

Sicuramente le sfide davanti l’Iraq sono molte e decisamente complesse, ma l’acqua è centrale come questione.

L’oro blu è un mezzo diplomatico nella regione (non per niente la Mesopotamia deve il suo nome ai due fiumi che la racchiudono), è energia pulita (grazie alle centrali idroelettriche), è salute, sicurezza alimentare e lavoro, infine l’acqua è vita. E solo per questo andrebbe tutelata col massimo sforzo.

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