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Gazprom sega anche l’Italia. Ci gingilliamo ancora con il price cap?

Gazprom

Caso Nord Stream 1 in Germania. Eni comunica che Gazprom riduce di un terzo le forniture all’Italia. Il governo Draghi pensa a un piano di emergenza. E in Europa ci si gingilla ancora con la proposta italiana di un price cap. Fatti e commenti

 

La Russia riduce di un terzo le forniture all’Italia rispetto alla media degli ultimi giorni. Lo ha comunicato l’Eni in una nota lunedì mattina: “Gazprom ha comunicato che per la giornata di oggi fornirà a Eni volumi di gas pari a circa 21 milioni di metri cubi al giorno, rispetto a una media degli ultimi giorni pari a circa 32 milioni di metri cubi al giorno. Eni fornirà ulteriori informazioni in caso di nuove e significative variazioni dei flussi”.

È dal 10 maggio che Gazprom ha ridotto, di quasi il 40%, le forniture attraverso i gasdotti ucraini.Il governo italiano è adesso al lavoro per un piano d’austerity per il razionamento del gas. Al momento il Paese sta importando soprattutto le sue forniture da Algeria e Tap con i quali sta cercando di assicurarsi le scorte, ma i nodi potrebbero venire al pettine da ottobre.

Intanto il governo Draghi pensa a un piano di emergenza: più carbone, lampioni spenti, due gradi di riscaldamento in meno, ha sintetizzato oggi il quotidiano Repubblica.

Preoccupazioni anche in Germania.

“Ci sono molti scenari in cui potremmo essere immersi in una situazione di emergenza”, ha avvertito il presidente della Federal Network Agency Klaus Muller alla televisione ZDF. “Putin chiudera’ il rubinetto del gas a noi destinato. Ma lo riaprirà un giorno?”, scriveva ieri il quotidiano tedesco più letto, Bild. “Siamo di fronte a una situazione senza precedenti, tutto e’ possibile”, ha ammesso il vicecancelliere tedesco Robert Habeck durante il fine settimana parlando alla radio pubblica.

“E’ possibile che il gas torni a scorrere, anche in quantita’ maggiori rispetto a prima. E’ possibile che non arrivi piu’ niente e dobbiamo prepararci come sempre al peggio”, ha aggiunto. Mosca, con la scusa di un problema tecnico, nelle ultime settimane ha gia’ ridotto del 60% le consegne di gas di Nord Stream, decisione denunciata come “politica” da Berlino. Altrove in Europa, Gazprom ha fatto lo stesso, tagliando le forniture ad alcuni paesi e bloccandole completamente ad altri. Berlino ha quindi lavorato duramente per convincere il Canada sabato a restituire una turbina destinata al Nord Stream 1, che era in manutenzione nel Paese. E questo nonostante le proteste dell’Ucraina. (qui l’approfondimento di Start Magazine sul caso in Germania)

Intanto in Europa ci si gingilla con la proposta italiana per un price cap al prezzo del gas. Idea stroncata oggi dal direttore dell’Istituto Bruno Leoni (centro studi liberista), Andrea Mingardi, sul supplemento L’Economia del Corriere della Sera. Ecco che cosa ha scritto tra l’altro Mingardi:

“Nel caso della proposta italiana di price cap sorge un dubbio: si applicherebbe solo alla Russia? Oppure a tutti gli hub finanziari (dove avvengono gli scambi di gas), cioè anche ai fornitori non russi? Nel primo caso scateneremmo una sorta di gioco del pollo contro Putin: vince chi ha meno paura dell’altro. Nel secondo caso ci faremmo del male da soli: quanto più vogliamo ridurre la nostra dipendenza da Mosca, tanto più abbiamo bisogno degli altri fornitori.

Un tetto ai prezzi non è un grande incentivo a investire. La questione di fondo è questa. I sostenitori del price cap tendono a pensare che l’offerta sia indipendente dai prezzi. Si dice: i costi di produzione del gas sono molto inferiori agli attuali prezzi, tant’è che fino a poco tempo fa potevamo acquistarlo pagando molto meno. Sono però cambiate due cose: intanto la nostra domanda, che è cresciuta rispetto al periodo pandemico mentre gli investimenti nella ricerca di nuove risorse non sono andati di pari passo (anche perché l’Occidente ha fatto di tutto per impedirli o disincentivarli). E, poi, abbiamo deciso di sganciarci dalla Russia il prima possibile, ritenendola un fornitore non più affidabile e volendola sanzionare per l’invasione dell’Ucraina. Ma in tal modo è come se avessimo deciso di restringere drammaticamente la disponibilità di gas. Questo non può non avere conseguenze.

Un’altra ipotesi è che si fissi un prezzo massimo al gas acquisito dai clienti finali. Si capisce che l’idea piaccia ai consumatori. Il guaio è che sarebbe una misura che non si limita a colpire solo il venditore russo. L’impatto sarebbe su tutta la filiera, col rischio di far fallire gli intermediari. Il che però non basta per risolvere la questione più spinosa. Per avere più fonti, e più diversificate, dobbiamo remunerare ingenti investimenti. Calmierare i prezzi dà il segnale opposto al mercato: sia perché il livello dei prezzi viene tenuto più basso, sia perché gli operatori sono più incerti rispetto al futuro, dal momento che sanno che i governi faranno dei prezzi di mercato ciò che conviene loro.

C’è di più: tutti gli interventi finalizzati a tenere il prezzo del gas e delle altre fonti energetiche artificialmente basso finiscono per incentivarne il consumo. L’unico cap veramente efficace, oggi, è quello dato proprio dal sistema dei prezzi, il quale induce i consumatori a ridurre la domanda.

Se noi trucchiamo il sistema dei prezzi, rischiamo paradossalmente di sortire l’effetto opposto a quello desiderato: deprimiamo gli investimenti e continuiamo a richiedere più gas di quello che riusciamo a ottenere. Forse questo darebbe un sollievo ai consumatori nell’immediato, ma renderebbe la crisi ancora più grave e prolungata.

Con l’obiettivo di fare uno sgarbo alla Russia, rischiamo di farlo soprattutto a noi stessi”.

 

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