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Perché il Nord Stream 1 tiene in ansia la Germania

Nord Stream 1

Che cosa succede al Nord Stream 1. L’articolo di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

Alla fine ha prevalso l’eccezione. E la turbina contesa tornerà dentro il tubo di Nord Stream 1 a togliere qualsiasi pretesto ai russi. Se non riapriranno il gasdotto alla fine dei lavori di manutenzione che partono oggi e si concluderanno il 21 luglio, cadrà anche l’ultima illusione e molti paesi europei dovranno attivare i piani di emergenza predisposti.

La turbina è quella che, a detta di Mosca, è responsabile del già ridotto flusso di gas attraverso la pipeline baltica. È made in Germany, realizzata da Siemens Energy e si trova in Canada dove vengono fatte le riparazioni. E lì era finora rimasta, perché finita nella rete delle varie sanzioni contro la Russia. Nessuno crede davvero che l’assenza di quella turbina possa aver determinato il calo del 40% dei rifornimenti di gas. Ma il coltello dalla parte del manico ce l’ha Gazprom, cioè Vladimir Putin, e quindi si è provato a renderglielo almeno meno affilato.

Soprattutto i tedeschi, che hanno (a buona ragione) una paura matta che il gasdotto non riapra più. Per questo da settimane il ministro dell’Economia Robert Habeck ha aperto una trattativa neppure tanto sotto traccia con il governo canadese per sbloccare la situazione. Non è stato un bel vedere. La Germania ha sempre la coda tra le gambe per la politica energetica che l’ha portata a consegnarsi mani e piedi agli umori del Cremlino e sta provando con molto affanno a riguadagnare credibilità nei confronti degli alleati più occidentali, come gli Usa e lo stesso Canada: da un lato alzando il tono del confronto verbale con Mosca, dall’altro rivoltando come un calzino la propria strategia di sicurezza energetica. Deve essere stato dunque quantomeno imbarazzante dover chiedere ai funzionari canadesi di trovare il modo di aggirare le sanzioni, pena conseguenze disastrose per le imprese e il rischio di non riuscire a riscaldare neppure le case nel prossimo inverno tedesco.

A Ottawa comunque sono stati comprensivi. E nonostante le proteste ucraine, dopo un elaborato studio in punta di diritto, hanno trovato un’escamotage per sbrogliare il caso: la turbina riparata verrà consegnata a Siemens Canada grazie a “un permesso temporaneo e revocabile per il produttore”, quindi un’esenzione dalle sanzioni contro la Russia. Il ministro per le Risorse minerarie Jonathan Wilkinson, ha spiegato via Twitter che “l’obiettivo è garantire all’Europa l’accesso a un’energia affidabile e conveniente” nel momento in cui compie sforzi per allontanarsi lentamente dal petrolio e dal gas russo. E ha giustificato la mossa con l’accusa a Putin di voler dividere gli alleati occidentali utilizzando la leva energetica: “Questo non possiamo permetterlo”, ha scritto.

Ma la turbina non partirà dal Canada direttamente alla volta della Russia. Sarà la Germania a farlo. Il pezzo restaurato verrà dunque spedito in Germania e da qui proseguirà il suo viaggio verso i magazzini di Gazprom.

Il governo tedesco ha incassato la concessione e tirato un respiro di sollievo. “Accogliamo con favore la decisione dei nostri amici e alleati canadesi”, ha annunciato un portavoce del governo. E il ministro Habeck si è compiaciuto per il “buono e costruttivo scambio con il governo canadese”. Tempi difficili per il ministro ecologista che mettono a dura prova anche la sua rinomata capacità di politico pragmatico: fra trattative con il non democratico governo del Qatar, riapertura delle centrali a carbone e pressioni sul Canada per chiudere un occhio alle sanzioni contro Mosca, Habeck è costretto a camminare su un terreno che non gli è congeniale. Tanto che giovedì scorso, rispondendo in parlamento alle critiche di un esponente della Cdu, si è tolto un sassolino dalle scarpe prendendo di punta frontalmente l’eredità di Angela Merkel: “Quando ci si lascia fotografare davanti agli iceberg, ma si dimentica che gli iceberg si sciolgono. Quando si esce da ogni genere di cose, giustamente, ma si dimentica che bisogna costruire un’infrastruttura per farlo. Se si prendono decisioni di politica climatica ma non le si sostengono con misure, si lascia la Germania al freddo”, ha quasi gridato il ministro, “quel che abbiamo sperimentato in passato è una dipendenza sempre maggiore dalle energie fossili russe, la mancanza di diversificazione, il mancato raggiungimento degli obiettivi di politica climatica, un’espansione lenta e persino collassata delle energie rinnovabili”.

Sebbene proprio nel fine settimana il portavoce del governo russo Dmitry Peskov abbia assicurato che con la turbina riparata le forniture del Nord Stream1 torneranno a essere quelle di prima, molti a Berlino temono che al termine della sospensione già annunciata Putin vorrà giocare come il gatto con il topo. L’interruzione per manutenzione parte oggi e durerà per 10 giorni. Nel calendario del ministero dell’Economia il 22 luglio è segnato come il giorno X, quello della verità. Se il flusso non dovesse ripartire la Germania si vedrebbe costretta a far scattare prima o poi il terzo livello di allarme energetico, quello in cui l’Agenzia federale delle reti dovrebbe razionare l’energia secondo indicazioni già stabilite. E a subirne per prime le conseguenze sarebbero le imprese che si troverebbero costrette a contingentare la propria produzione. Uno scenario che si è cercato in tutti i modi di evitare.

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