Energia

Eni, le 3 lezioni di Enrico Mattei

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Anche nell’Algeria in tumulto del 29 aprile 2019, in tantissimi avranno ricordato il compleanno di Enrico Mattei. È solo un esempio dell’enorme influenza del fondatore di Eni, e della sua capacità di parlare al presente, a quasi sessant’anni dal suo omicidio.

La vita di Enrico Mattei continua a suscitare interesse e ammirazione. Alimentati non solo dalla sua tragica fine, ma dal suo ruolo nel dopoguerra, dall’orgoglio nazionale, dalla spregiudicatezza figlia del metodo di “dire sempre la verità”, che Mattei stesso sottolineava ne “Lo Stato e il petrolio in Italia” del 1955. Ancora oggi si possono trarre lezioni dal fondatore di Eni. Pensiamo, solo a titolo di esempio, a tre ambiti.

Il primo è quello di Mattei “futurologo naturale”, come lo definisce Franco Briatico in “Ascesa e declino del capitale pubblico in Italia”. Due elementi di questa futurologia di Mattei parlano con forza al presente del nostro Paese: il primo riguarda la costruzione e il mantenimento delle infrastrutture, la loro centralità in ogni prospettiva di sviluppo che corrisponda alla geografia italiana; il secondo concerne l’ambizione scientifica di Mattei, in cui un vasto sostegno alla ricerca era una declinazione fondamentale con cui realizzare l’ideale “l’Italia non è un paese povero”.

Un secondo aspetto del profilo di Mattei è la promozione dei giovani, ai quali affidava importanti responsabilità dirigenziali, con l’esplicita volontà di costruire una realtà capace di sopravvivergli. Lo testimonia a lungo uno dei “ragazzi di Mattei”, Giuseppe Accorinti, scomparso proprio quest’anno, che seppe anche dare un grande impulso alla Scuola Mattei. Il rapporto del “Principale” coi suoi giovani dirigenti era fatto di decisioni forti, ascolto partecipe, inesauribile curiosità. Nel 1962 Mattei accoglieva così Accorinti: “Chi te lo avrebbe mai detto da ragazzo che un giorno saresti andato proprio tu in quei paesi dell’Africa dei quali leggevi sui libri? Sei stato in Mali? Raccontami”. L’orgoglio nazionale di Mattei era anche voglia di rivalsa e aspro conflitto con alcuni Paesi (soprattutto la Francia), ma non si muoveva mai in un vuoto. Era sempre radicato nell’investimento sulle persone, nella potenza della formazione.

La terza lezione di Mattei è un ammonimento per l’Italia di oggi e del prossimo futuro. Se la presenza internazionale dell’Eni è una grande eredità del modello Mattei e della sua capacità di costruire classe dirigente, quell’eredità non è sufficiente all’Italia, soprattutto se si esprime in solitudine, se non riceve sufficiente ascolto, se rischia di essere indebolita dalla debolezza del Paese.

Ricorda ancora Briatico: “Enrico Mattei come Adriano Olivetti faceva da solo, nell’assenza delle comunità istituzionali”. È un problema che, nella storia delle istituzioni e della politica estera italiana, segnala le occasioni perdute, i momenti in cui i punti di eccellenza del Paese in vari settori a un certo punto si arrendono alla storica fragilità statuale, alla tendenza italiana a dividersi e procedere in ordine sparso.

Nemmeno oggi, o domani, può bastare affrontare i problemi solo con la formula “ci pensa Eni”. L’assenza delle comunità e delle continuità istituzionali non è mai un problema superabile.

La sua campana suona e suonerà ancora per noi, con rintocchi sempre più pesanti, anche se l’eredità di Mattei non avrà mai fine.

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