Energia

Energia, è ora che il Governo pensi (seriamente) ad una Politica Nazionale

di

enel green Conte

 

Il tema dell’energia è strettamente connesso a quello dell’economia e dell’occupazione. E’ tempo che il il Governo pensi ad una politica nazionale per l’industria italiana

 

Lo sviluppo economico e occupazionale di un Paese è strettamente connesso con la politica energetica che ne condiziona in modo diretto e significativo il livello della qualità della vita e la crescita. Ovviamente, la strategia economica incide estremamente anche sui non meno importanti fattori ambientali.

energiaLa rilevanza politico-economica del settore energetico dovrebbe quindi far indirizzare l’azione di Governo a presidiare con decisione questo ambito, con chiari orientamenti politici a sostegno di queste attività. Negli ultimi anni, invece, si è assistito a una rinuncia via via crescente dei vari Esecutivi succedutisi nel voler determinare le politiche energetiche per il nostro Paese. La mancanza di volontà di entrare in comparti così complessi e articolati può discendere da molti fattori, ma certamente non ha fatto bene al sistema che è stato guidato da altre forze.

Energia: serve una visione “politica”

Il punto è proprio che solo una visione “politica” dovrebbe poter indirizzare verso obiettivi comuni di sviluppo senza far prevalere gli interessi di parte che, nel lungo periodo, non aiutano la crescita di un paese ma solo di qualcuno.

Uno degli aspetti principali da analizzare come causa della mancanza di intervento su queste materie è lo scollamento temporale tra l’efficacia delle politiche energetiche e la durata dei mandati elettorali, dove i primi sono assai più lunghi dei secondi. Viene quindi a mancare, qualora non vi fosse una forte spinta etica, il ritorno elettorale delle scelte assunte nello svolgimento delle proprie funzioni.

Aggiungiamo poi che la complessa articolazione degli interessi industriali ed economici legati al mondo dell’energia rende assai difficile la definizione dei vari ambiti e molto scivoloso ogni tipo di intervento. Esito di questo contesto è un crescente distacco che ha lasciato spazio di manovra ad altri soggetti che a vario titolo sono intervenuti sul tema determinando gli attuali contorni di sviluppo del settore energetico nazionale.

Rinnovabili: manca una programmazione di lungo termine

Analizzando lenergiae ripercussioni di questo approccio nel comparto delle fonti rinnovabili (Fer) nel nostro Paese, il risultato visibile è che manca una programmazione di medio o lungo periodo, nonostante ci venga richiesto dall’Europa un piano minimo triennale per consentire agli operatori di predisporre efficacemente politiche industriali. Basti pensare che l’eolico, nell’ultima procedura d’asta, ha visto presentare progetti con fidejussioni bancarie, quindi estremamente solidi, per oltre 1.900 MW, a fronte dei soli 800 MW disponibili, questo significa che vi è un ulteriore importante contingente di potenza già pronto oggi oltre a quello che ogni anno maturerà.

Purtroppo, però, mancano gli strumenti normativi per poter sfruttare questo potenziale, che tra l’altro ha dimostrato di essere la fonte rinnovabile più economicamente vantaggiosa per il sistema. Il settore attende, infatti, il Decreto ministeriale che deve regolare le Aste per l’ultimo quadriennio 2017-2020, senza le quali non sarà possibile realizzare queste iniziative industriali. Gli operatori tuttavia confidano nelle parole del Ministro Calenda che ha promesso come subito dopo la presentazione della Strategia energetica e climatica nazionale il Ministero dello Sviluppo economico provvederà a licenziare pure il nuovo provvedimento per dare continuità al settore, quindi a cavallo dell’estate prossima si dovrebbe avere un quadro più completo.

L’inerzia della politica

Questa inerzia della politica ha lasciato spazio a sempre più frequenti decisioni della giustizia, così Tar, Consiglio di Stato e Suprema Corte stanno sempre più spesso determinando, su questioni rilevanti, le politiche energetiche nazionali. Basti ricordare le sentenze sulla “Robin Tax”, sullo “Spalma Incentivi”, sugli oneri di sbilanciamento delle Fer o quelle relative all’annullamento delle moratorie regionali, solo per fare alcuni esempi.

Questi episodi sono indicativi di come i ritardi o le dimenticanze della politica di fatto inneschino interventi esterni volti a risolvere situazioni particolarmente spinose. In taluni casi si è addirittura dovuto ricorrere al voto referendario su questioni per le quali sarebbe stato certamente meglio un intervento della politica (ricordiamo il nucleare, le trivelle e la devoluzione della competenza legislativa tra Stato e Regioni in tema di energia).

Da questo quadro emerge invece la necessità che vi sia un deciso passo avanti nella direzione di riportare le politiche energetiche al centro del programma politico, anche tramite una definizione di obiettivi condivisi di medio e lungo periodo.

energiaLa mancanza di target chiari e strumenti efficaci ha determinato un rallentamento nelle politiche di transizione del nostro Paese verso un sistema energetico a basse o nulle emissioni di carbonio. In Italia, purtroppo, oltre a parlare di rinnovabili, efficienza ed economia circolare non si fa molto altro. Anzi, a ben vedere si declamano obiettivi e si indicano traguardi anche condivisibili, ma poi non si predispongono gli strumenti per raggiungerli. L’aspetto paradossale è che gli imprenditori del settore si sono trovati più volte a fare i conti con strategie di investimento basate da indicazioni ufficiali di obiettivi assunti dal nostro Paese e poi smentiti o rinnegati con interventi retroattivi.

Le fonti rinnovabili sono state penalizzate da questi continui cambi.

E’ ora che il Governo pensi seriamente al tema energetico

In questo contesto l’auspicio è che la nuova Strategia energetica nazionale, lanciata dal Ministro Calenda, possa finalmente significare una riappropriazione del Governo centrale della politica energetica, ristabilendo quella centralità di indirizzo di cui il nostro settore necessita. Questa delicatissima fase di transizione deve portarci alla definizione degli obiettivi al 2030 e al 2050 come richiesto dagli accordi della Cop 21 di Parigi e indicarci chiaramente quali siano le aspirazioni del nostro Paese di fronte a tali impegni. In gioco c’è molto, dalla riconversione industriale allo sviluppo tecnologico, dal recupero dei livelli occupazionali alla leadership nelle nuove tecnologie (in particolare sulle reti e sulla mobilità) e noi dobbiamo essere in grado di seguire e guidare questo cambiamento.

Simone Togni
Articolo Pubblicato su Il Pianeta Terra di Febbraio 2017

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