Energia

Ecco perché la decarbonizzazione è una delle guerre geopolitiche Usa-Cina. Report Cer

di

cina declino

L’analisi di Demostenes Floros nell’ultimo numero di “Geopolitica dell’Energia” del Centro Europa Ricerche (Cer) sulla corsa alla decarbonizzazione dell’economia

 

Dalla corsa al riarmo alla corsa alla decarbonizzazione dell’economia. L’analisi di Demostenes Floros nell’ultimo numero di “Geopolitica dell’Energia” del Centro Europa Ricerche (Cer) evidenzia innanzitutto i rischi finanziari già palesatasi “con la truffa dei certificati verdi e bianchi”, e che – spiega l’analista del Cer – “consisterebbe nella ricerca di una segmentazione del mercato – il cosiddetto Green – onde ottenere una leva migliore cioè un rendimento maggiore, come avvenne ai tempi del Nasdaq per i titoli tecnologici, a metà degli Anni Novanta. In particolare, il meccanismo presenterebbe il medesimo – preoccupante – schema: Investimenti pubblici; Priorità assoluta; Raccolta di capitali; Bolla”.

RISCHI GEOPOLITICI: LA STRATEGIA USA

In un tale contesto l’analisi evidenzia anche un rischio dal punto di vista geopolitico: “Secondo Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza, il piano da 3 mila miliardi di dollari lanciato dal Presidente Usa, Joe Biden, per ricostruire industria e infrastrutture, incentrato sull’obiettivo zero emissioni, avrebbe come scopo quello di ottenere un vantaggio strategico sulla Cina – si legge nell’analisi -. Premesso che il paniere energetico cinese è attualmente composto da carbone per il 58%, il corrispondente costo di decarbonizzazione dell’economia del Paese di Mezzo è stimato in 15 trilioni di dollari al 2050. Aletta precisa che ‘La sfida [statunitense] è duplice: per un verso, si tratta di innovare i prodotti e i processi nella manifattura, segmentando il mercato globale e quindi creando barriere tecniche all’importazione dei beni che hanno standard ambientali inferiori; dall’altra, si prevede di penalizzare con dazi all’importazione le produzioni straniere che, anche se rispettano i nuovi requisiti, siano state fabbricate utilizzando fonti energetiche fossili’”.

IL RISCHIO DI UNA NUOVA GUERRA FREDDA

Il rischio, osserva Flores nella sua analisi, “è l’alba di una nuova Guerra Fredda. ‘Si fa politica perciò (anche) estera, pronta a condizionare i propri aiuti al rispetto di obiettivi climatici e a ‘rally the rest of the world’ nel perseguire l’obiettivo emissione zero. Provate a filtrarlo con le lenti della diversità di costo della decarbonizzazione negli Stati Uniti e in Cina. Riuscire a farne tema di concorrenza per la supremazia (a qualcuno potrebbe venire in mente un parallelo con come gli Stati Uniti dissanguarono l’Unione Sovietica imponendole come priorità la corsa al riarmo; ma quella fu un’altra storia), riuscire insomma ad imporre ai cinesi di accelerare la decarbonizzazione cinese procura, o almeno credono, vantaggio alla causa americana’ ha sostenuto Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle fonti energetiche all’Università di Torino ed ex presidente di Centrex Italia”.

D’altronde, ricorda l’analisi del Cer, a fronte del 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti d’America producono il 15% delle emissioni globali. “Essi sono inoltre consapevoli dei limiti produttivi e finanziari del fracking – tecnica estrattiva che ha permesso loro di ridurre temporaneamente la dipendenza energetica. Nell’ipotesi in cui gli Usa riuscissero ad imporre a livello globale un limite all’utilizzo delle fonti fossili, potrebbero ridisegnare completamente gli equilibri geopolitici. Parafrasando il Segretario di Stato Usa, Anthony Blinken, se Washington non aumenterà gli investimenti verdi, ‘l’America perderà l’opportunità di modellare il futuro climatico del mondo, in un modo che rispecchi i nostri interessi e valori, e perderemo innumerevoli posti di lavoro’”.

TRANSIZIONE ENERGETICA

“Senza dubbio, gli Stati Uniti imporrebbero un freno alla crescita della Cina, mentre Federazione Russa e OPEC pagherebbero il prezzo più alto”, osserva l’analisi del Cer che evidenzia come la Cina potrebbe però giocare una partita tutta sua: “Premesso che la Cina non ha alcuna intenzione di farsi dettare i tempi della transizione come dimostra l’obiettivo della propria completa decarbonizzazione posticipato al 2060, trattasi di transizione energetica reale o di neo nazionalismo Usa? – si chiede Flores nell’analisi -. Il dubbio è legittimo visto che, nel contempo, gli Stati Uniti si oppongo ad un accordo vincolante che si basi su un principio – ragionevole – e cioè che siano le economie più sviluppate, quelle a più alto reddito pro-capite e che inquinano da più tempo, ad abbattere in misura maggiore le emissioni di anidride carbonica”.

Secondo un recente studio di UK FIRES, dato l’attuale livello tecnologico, l’obiettivo delle emissioni zero “sarebbe possibile a condizione che le persone riducano i propri consumi energetici del 60%. Premesso che la battaglia contro il riscaldamento globale non è una questione di conflitto generazionale, tra vecchi inquinatori e giovani vittime che ne pagheranno le conseguenze , la soluzione non va necessariamente ricercata nella cosiddetta decrescita reale”, ha concluso l’analisi.

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