Da un mese, con lo scoppio della guerra americano-israeliana contro l’Iran, l’intero settore che dipende dall’industria chimica sta subendo il pieno impatto di uno shock dei prezzi, con l’impennata dei costi degli idrocarburi e il quasi blocco dello Stretto di Ormuz, scrive Le Monde.
«È stato quasi immediato. Non avevo mai visto nulla di simile, nemmeno durante la pandemia di Covid-19 o la crisi legata alla guerra in Ucraina.» Al telefono, Guillaume Clément, amministratore delegato del gruppo lionese Blanchon, ripercorre gli eventi delle ultime settimane. «Il conflitto in Medio Oriente è iniziato il 28 febbraio e, meno di quindici giorni dopo, sono arrivate le prime comunicazioni dei nostri fornitori che dichiaravano casi di forza maggiore. Poi i contratti che avevamo firmato prima del conflitto, che includevano clausole di prezzi fissi sull’acquisto delle nostre materie prime, sono stati tutti rescissi», racconta. Da allora, non passa giorno, o quasi, senza che uno dei suoi fornitori lo informi di nuovi aumenti dei prezzi.
Tra l’impennata dei prezzi degli idrocarburi e la paralisi dello Stretto di Ormuz, questo produttore francese di pitture, vernici e smalti per pavimenti, prodotti che si basano essenzialmente su materie prime derivate dal petrolio, ha visto i propri costi di produzione salire alle stelle. […]
L’azienda della regione Rodano-Alpi è ben lungi dall’essere l’unica a fare questa constatazione. Da un mese, è l’intero settore che dipende dall’industria chimica a subire il pieno impatto di questo shock dei prezzi. Metanolo, acetone, urea, ammoniaca, polipropilene, polietilene, zolfo, bromo… l’elenco dei prodotti i cui costi stanno salendo alle stelle non smette di allungarsi, al punto che diventa difficile fornirne un inventario esaustivo.
Il quasi blocco dello stretto di Ormuz, destabilizzando il traffico mondiale di gas e petrolio, entrambi indispensabili per la produzione di materie prime chimiche, ha infatti scatenato uno tsunami le cui onde stanno appena iniziando a raggiungere le coste europee.
«Effetti a cascata»
«La chimica è particolarmente sensibile agli aumenti del prezzo del gas», che può rappresentare «fino all’80% del costo variabile» per le attività ad alto consumo energetico, quali, tra le altre, la produzione di ammoniaca (utilizzata in particolare nei fertilizzanti), di nylon (fibra sintetica presente nei tessuti e in numerosi componenti industriali), metionina (un amminoacido essenziale nell’alimentazione animale) o ancora isopropanolo (un solvente impiegato, tra l’altro, nei prodotti per la pulizia), osserva France Chimie, la federazione che rappresenta gli industriali del settore in Francia.
L’industria è altrettanto vulnerabile alle fluttuazioni del prezzo del petrolio, da cui derivano una moltitudine di componenti chiave che alimentano l’industria manifatturiera, come la nafta e l’etilene, «le principali materie prime degli impianti di cracking a vapore, a monte di tutti i polimeri», da cui derivano in particolare le materie plastiche, prosegue l’organizzazione di categoria, che mette in guardia contro «effetti a cascata».
Già ora, «il quadro è drammatico», afferma Joseph Tayefeh, segretario generale di Plastalliance, un’associazione che rappresenta il settore della plastica e riunisce oltre 50.000 aziende in Europa. Senza mezzi termini, egli ritiene che, in caso di prosecuzione della guerra in Iran condotta dagli Stati Uniti e da Israele, «è l’intera industria europea dipendente dalla plastica a rischiare di essere decapitata».
I produttori europei di materie plastiche, già scossi dalla crisi energetica del 2022, durante la quale alcuni, a causa della mancanza di redditività, avevano dovuto momentaneamente interrompere la produzione, temono di non essere più in grado di far fronte finanziariamente all’impennata dei prezzi delle materie prime.
Tensione sugli imballaggi
Dall’inizio del conflitto, i prezzi di questi materiali, che figurano tra i più colpiti dalla crisi, sono saliti alle stelle, registrando spesso aumenti fino al 50%. Dal polietilene al polipropilene, passando per il cloruro di polivinile e il polietilene tereftalato, meglio noti con le sigle PVC e PET, o ancora il polistirene e i policarbonati, nessuno di essi sfugge a questa spirale inflazionistica.
Eppure, le materie plastiche sono onnipresenti nell’economia. Si trovano, in misura diversa, nel settore automobilistico, dove costituiscono dal 14 al 18% della massa di un veicolo, ma anche nell’edilizia, nel settore aerospaziale, nell’elettronica, negli elettrodomestici, nelle attrezzature sportive e per il tempo libero e, soprattutto, negli imballaggi. Questi ultimi, che comprendono una varietà di prodotti – bottiglie di acqua e bibite, vaschette di carne e pesce, vasetti di yogurt, flaconi di shampoo e bagnoschiuma, taniche di detersivi e prodotti per la pulizia, teloni e pellicole per l’insilaggio utilizzati dagli agricoltori, blister di medicinali –, rappresentano da soli circa il 40% del consumo di plastica in Europa.
Questo shock dei prezzi non dovrebbe fermarsi alle porte delle fabbriche. Non potendo assorbire tali aumenti, gli industriali avvertono che non avranno altra scelta che trasferirli sui propri clienti, con elevate probabilità che questi si ripercuotano poi sui consumatori, alimentando un’inflazione che in Francia è già salita all’1,7% a marzo.
«Per ora, riusciamo a cavarcela»
Alla fiera Eurocoat, appuntamento biennale dei professionisti di vernici, inchiostri, colle, smalti e adesivi che si è tenuta a Parigi dal 24 al 26 marzo, i grandi distributori di prodotti chimici presenti non parlano ancora di interruzioni, ma descrivono un mercato sempre più febbrile. […]
Ma le riserve non sono inesauribili. Per quanto riguarda i trasformatori di materie plastiche, «le scorte variano, a seconda delle aziende, da due settimane a due mesi», stima Joseph Tayefeh, di Plastalliance.
Di fronte a queste incertezze, ognuno cerca una soluzione. «I nostri team sono all’opera. Per il momento, non individuiamo un rischio significativo di interruzione a breve termine, ovvero entro i tre mesi. Tuttavia, oggi c’è una reale preoccupazione se la situazione dovesse protrarsi», osserva Olivier Derouard, presidente di SGH Medical Pharma, un produttore di dispositivi medici in plastica, in particolare pipette dosatrici, destinati ai laboratori farmaceutici.
(Estratto dalla rassegna stampa di eprcomunicazione)





