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Emissioni

I paesi poveri attaccano la Ue per il dazio sulla CO2

Cbam, il meccanismo europeo che introduce dazi sulla CO2, non piace ai paesi in via di sviluppo, che temono di perdere l'accesso al mercato dell'Unione. Tutti i dettagli.

Alla COP28, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite, un gruppo di paesi in via di sviluppo ha criticato l’Unione europea per il “Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere”: si tratta di un dazio che verrà applicato sulle importazioni di prodotti ad alta intensità carbonica (come l’acciaio, l’alluminio, il cemento e i fertilizzanti) provenienti da paesi extra-comunitari che non si sono dotati di politiche rigorose contro le emissioni.

A COSA SERVE IL DAZIO SULLA CO2

Il dazio serve a pareggiare la differenza tra le emissioni di CO2 della merce importata e il prezzo della CO2 sul mercato europeo, in modo da garantire la parità di condizioni tra le aziende che hanno sede nell’Unione e quelle straniere. I paesi emergenti, però, temono che il meccanismo europeo possa svantaggiare le loro industrie – che non sempre hanno le risorse per adeguarsi ai nuovi standard di sostenibilità -, frenando la crescita e danneggiando le loro già fragili economie.

In altre parole, il meccanismo europeo – CBAM, in inglese – potrebbe rendere troppo costoso, e quindi sconveniente, il commercio tra il cosiddetto “Sud globale” e l’Unione europea.

LE RASSICURAZIONI DEL COMMISSARIO HOEKSTRA

Il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra ha voluto sottolineare, durante la COP28, come “l’unico obiettivo del CBAM è prevenire il carbon leakage“, cioè la delocalizzazione della produzione industriale in paesi dove le regole sulle emissioni sono più lasche rispetto all’Unione europea.

Ciononostante, anziché rassicurarle rispetto alla concorrenza estera, come da intenzioni, il CBAM sta spaventando diverse aziende manifatturiere europee, che temono che a causa del meccanismo finiranno per pagare di più le materie prime d’importazione, perdendone in competitività.

VANTAGGI E SVANTAGGI, SECONDO LE NAZIONI UNITE

Secondo uno studio delle Nazioni Unite, citato da Quartz, una tassa di 44 dollari su ogni tonnellata di CO2 emessa permetterebbe di dimezzare le emissioni delle filiere industriali. La tassa permetterebbe inoltre ai paesi ricchi di incassare 2,5 miliardi di dollari; i paesi poveri, tuttavia, potrebbero perdere fino a 5,9 miliardi. Non solo l’Unione europea, peraltro, ma anche gli Stati Uniti – pur non avendo un carbon market federale – stanno pensando di introdurre un dazio sulle importazioni dall’impronta carbonica elevata.

LE CRITICHE AL DAZIO CLIMATICO

Uno dei principali oppositori del CBAM è l’India, il secondo maggiore produttore di acciaio al mondo. Secondo il think tank keniota Power Shift Africa, i dazi sul carbonio sono un'”arma commerciale” che potrebbe danneggiare l’Africa: il meccanismo europeo, nello specifico, potrebbe causare al continente una perdita di 25 miliardi in entrate commerciali.

Anche la Cina – il maggiore emettitore di gas serra al mondo – ha criticato il CBAM, definendolo una barriera commerciale.

Stando al centro studi indiano Council on Energy, Environment and Water, i dazi sul carbonio costituiscono una violazione dei principi delle Nazioni Unite, secondo i quali i governi non possono stabilire le quote di riduzione delle emissioni degli altri paesi.

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