Energia

Come zampilla il mercato del petrolio

di

lobbying

Che cosa sostiene la Reuters su petrolio e dintorni

 

Due passaggi chiave in rapida sequenza ma di segno opposto hanno scandito nelle settimane scorse la drammatica crisi del settore petrolifero che stiamo a tutt’oggi vivendo.

C’è stato, ad inizio marzo, il collasso del cartello cosiddetto OPEC+ e la conseguente decisione dell’Arabia Saudita di aumentare la produzione di 12,3 milioni di barili nella cornice di una sanguinosa guerra dei prezzi con il rivale di sempre: la Russia.

Tre settimane dopo è tuttavia sopraggiunta un’intesa tra quegli stessi produttori nel contesto del  summit dei ministri dell’Energia del G20  tenutosi virtualmente a Riad con il proposito di invertire la marcia e tagliare drasticamente le estrazioni nel tentativo di salvare un settore che stava boccheggiando, per usare un eufemismo, a causa della pandemia da Covid-19.

Come molti giornali, incluso questo, scrissero all’epoca, dietro l’accordo di Riad – che tolse dal mercato il 10% circa della produzione, ossia quasi 10 milioni di barili- ci fu lo zampino di Donald Trump che, riferirono puntuali le cronache, alla vigilia del vertice aveva alzato la cornetta due volte per chiamare i due leader alla cui volontà erano legate le sorti di un eventuale accordo: il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman e il presidente russo Vladimir Putin.

Le rivelazioni di stampa di allora, in realtà, non furono esattamente tali, visto che fu lo stesso Trump a vantarsi pubblicamente – a partire dal suo canale preferito, Twitter – di avere svolto un ruolo cruciale nelle delicate trattative tra i due uomini forti dell’oro nero e dunque nel convincerli a congelare nei rispettivi giacimenti 2,5 milioni di barili pro capite:

Se però Reuters ha deciso venerdì di raccontare i retroscena di quell’accordo non è certo per sottolineare quel che già sapevamo, ossia che si è trattato – come scrive l’agenzia britannica – di “una vittoria diplomatica della Casa Bianca”.

Quello di Reuters è invece un vero e proprio scoop che svela con dettagli imbarazzanti il metodo a cui è ricorso Trump per piegare l’uomo forte di Riad: l’intimidazione.

Con l’ausilio di quattro fonti al corrente dei contenuti della conversazione telefonica tra The Donald e Mbs, Reuters ci racconta come, ad un certo punto del colloquio, il presidente Usa abbia sfoderato la più spaventosa delle minacce: se l’Arabia Saudita non avesse fatto la sua parte nella riunione del 12 aprile per raggiungere il risultato desiderato dall’America, ossia un taglio netto della produzione globale, l’alleanza militare che da 75 anni lega la superpotenza a stelle e strisce al Regno dei Saud sarebbe stata kaputt.

Trump, più precisamente, avrebbe detto al suo interlocutore che non avrebbe alzato un dito per impedire al Senato di votare a favore di una proposta di legge presentata una settimana prima dai senatori repubblicani Kevin Cramer e Dan Sullivan, due dei tanti col dente avvelenato nei confronti dei sauditi per la guerra del petrolio appena scoppiata che minacciava di mettere in ginocchio i produttori Usa.

La proposta di legge in questione – che secondo Reuters avrebbe incontrato il favore di molti colleghi dei proponenti parimenti adirati con i sauditi e inquieti per le sorti di un’industria chiave del paese – avrebbe disposto, in caso di approvazione, il ritiro immediato dell’intero dispositivo militare Usa schierato a migliaia di chilometri di distanza a difesa del Regno.

Questo, almeno, è quanto sarebbe successo qualora Riad non avesse tagliato seduta stante la propria produzione e se naturalmente il provvedimento dei due senatori repubblicani avesse ottenuto i voti necessari – eventualità che Trump  chiarì a Mbs di non essere in grado di evitare.

Tale e tanto sarebbe stato lo spavento del principe che, stando a una fonte americana che è stata successivamente informata dell’accaduto, avrebbe chiesto ai suoi consiglieri di uscire dalla stanza per permettergli di proseguire la telefonata in assoluta solitudine.

Ma la vicenda non finisce qui, perché secondo Reuters il medesimo messaggio è stato trasmesso ai sauditi attraverso più canali diplomatici e con il tenore ben sintetizzato nella frase di un “senior U.S. official” che si è sbott0nato con l’agenzia britannica: “Stiamo difendendo la vostra industria, mentre voi state distruggendo le nostre”.

In questa tempesta perfetta, va debitamente evidenziato il ruolo del senatore Cramer. C’era infatti anche la sua firma tra le 13 poste in calce ad una lettera che altrettanti senatori repubblicani avevano trasmesso il 16 marzo allo stesso Mbs per ricordargli che l’alleanza strategica con gli Usa non è gratis.

Ma le iniziative dei senatori semplici non finirono qui. Due giorni dopo, lo stesso gruppo, con l’aggiunta del più noto Ted Cruz, telefonarono all’ambasciatrice saudita negli Usa, la principessa Reema bint Bandar bin Sultan, dando vita a quella che Cramer definì una conversazione “brutale” nella quale ciascun parlamentare presentò le proprie rimostranze per una condotta che stava danneggiando le compagnie petrolifere ubicate negli Stati di appartenenza dei senatori.

Anche questa chiacchierata si concluse con una minaccia: se non fate quel che vi diciamo, considerate concluso il sostegno militare (indiretto) Usa alla guerra che i sauditi e i loro alleati emiratini stanno conducendo dal 2015 nel vicino Yemen.

Che le cose siano andate effettivamente in questo modo lo conferma indirettamente la risposta che mercoledì scorso Trump ha dato ad un reporter di Reuters che gli aveva chiesto se avesse effettivamente palesato a Mbs per telefono la volontà di cestinare l’alleanza con i sauditi:

“Non ho avuto bisogno di dirglielo”.

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