Energia

Tutti i piani della Cina sullo shale gas

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La Cina si impegna per la neutralità carbonica, ma intanto vuole aumentare il proprio output di shale gas. Il (complesso) piano punta ad attirare competenze dall’estero

La società del petrolio e del gas cinese China Petroleum & Chemical Corporation, meglio conosciuta come Sinopec, ha recentemente annunciato di aver ultimato la realizzazione della prima fase di Weirong, un giacimento di shale gas nella provincia di Sichuan, nella Cina sud-occidentale.

NUMERI E TEMPISTICHE DEL GIACIMENTO DI WEIRONG

La fase uno del campo ha una capacità produttiva di 1 miliardo di metri cubi all’anno. La fase due – il cui avvio è previsto per il 2022 – dovrebbe portarla a 3 miliardi, un volume sufficiente a soddisfare la domanda annuale di gas di circa 16 milioni di abitazioni.

Le riserve accertate del giacimento di Weirong ammontano a 124,7 miliardi di metri cubi di gas: si tratta dunque della seconda maggiore scoperta di shale gas di Sinopec dopo il campo di Fuling, situato anch’esso nel bacino di Sichuan.

QUANTO SHALE GAS PRODUCE LA CINA

È proprio da questo bacino che proviene la maggior parte dell’output cinese di shale gas, che nel 2019 è stato di 15,5 miliardi di metri cubi. Sichuan contiene infatti circa l’80 per cento delle riserve tecnicamente recuperabili di shale gas della Cina.

I livelli produttivi cinesi stanno aumentando – ha scritto l’Asia Times Financial – grazie alla maggiore esperienza di Sinopec e di CNPC (China National Petroleum Corporation: un’altra grande compagnia petrolifera cinese) nelle trivellazioni e nell’estrazione di gas dal bacino di Sichuan, dalla geologia complessa.

Poche settimane prima dell’annuncio di Sinopec, PetroChina – società petrolifera legata a CNPC – ha detto che avrebbe più che raddoppiato l’output di shale gas dalle proprie operazioni nel bacino di Sichuan entro il 2025, portandolo a 22 miliardi di metri cubi. L’obiettivo fissato da Sinopec per Sichuan, entro la stessa data, è di 13 miliardi di metri cubi.

LE PREVISIONI SULLA DOMANDA

L’Asia Times Financial scrive che le dichiarazioni sullo sviluppo dei giacimenti di shale gas arrivano dopo l’aumento, nel 2020, del consumo di gas da parte della Cina. E questo nonostante la pandemia di coronavirus, che in molti altri paesi industrializzati ha provocato al contrario un calo della domanda di energia.

Le previsioni di Sinopec dicono che nel 2021 la domanda di gas cinese aumenterà del 6-8 per cento rispetto ai livelli del 2020, passando da 320 a 340-345 miliardi di metri cubi all’anno. La stima di S&P Global Platts fornisce cifre ancora più alte: un aumento dell’8,4 per cento dal 2020 al 2021, ovvero da 332 a 360 miliardi di metri cubi.

LE DIFFICOLTÀ CINESI

Nonostante le previsioni sull’aumento della produzione, l’output di shale gas della Cina è però ancora lontano dai livelli degli Stati Uniti, che sono i primi produttori di gas naturale al mondo grazie proprio al cosiddetto shale boom.

Secondo l’Asia Times Financial, lo sviluppo delle riserve cinesi di shale gas è complicato innanzitutto dalla formazione geologica dei terreni, montuosi o deserti. Alcune riserve, inoltre, si trovano in prossimità di aree densamente popolate, un fatto che incide negativamente – alzandoli – sui costi di produzione. Le formazioni cinesi di shale, infine, sono spesso profonde e difficili da raggiungere.

Per superare alcuni di questi problemi, il governo ha iniziato a dare sussidi al settore e ad allentare le regole per le attività di esplorazione. L’obiettivo è attirare le aziende straniere e il loro know-how.

Il successo del piano è però complicato da un insieme di fattori: i costi di produzione comunque alti, ad esempio; il calo dei prezzi globali del petrolio e del gas (imputabile soprattutto alla pandemia di COVID-19); le strategie di diversificazione perseguite da molte compagnie del settore oil & gas per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi e concentrarsi maggiormente sulle fonti rinnovabili o sull’idrogeno.

GLI OBIETTIVI CLIMATICI

Lo scorso settembre il presidente Xi Jinping ha annunciato che la Cina – il maggiore emettitore di gas serra al mondo –raggiungerà la neutralità carbonica entro il 2060. Il piano climatico di Pechino non è però ancora chiaro; particolarmente problematico sarà il distacco dal carbone, considerato anche il numero di occupati nel settore.

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