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Chi scappa e perché dal gasdotto Nord Stream 2

Nord Stream 2

Sono almeno 18 le aziende europee che si sono ritirate dal progetto di Nord Stream 2 per timore di ritorsioni economiche da parte degli Stati Uniti. L’articolo di Pierluigi Mennitti da Berlino

 

Sono almeno 18 le aziende europee che si sono ritirate dal progetto di Nord Stream 2 per timore di ritorsioni economiche da parte statunitense, tra cui molte tedesche. Lo riporta una ricerca di un pool di giornalisti della Süddeutsche Zeitung e della tv pubblica regionale Ndr (Norddeutschland Rundfunk). Le sanzioni di Washington dunque producono effetti, nonostante siano al momento soltanto sulla carta. Dopo il ritiro nello scorso autunno della società marittima svizzera All Sea, cui facevano capo le navi che depositavano i tubi del gasdotto sotto le acque del Mar Baltico, altre imprese hanno seguito l’esempio. Si tratta, secondo quanto riportano i due media tedeschi, soprattutto di aziende del settore assicurativo, come la Munich Re, ma anche società di servizi industriali come la Bilfinger di Mannheim.

La notizia è confermata anche da un rapporto del ministero degli Esteri americano al Congresso, visionato dai corrispondenti Usa dell’agenzia di stampa tedesca Dpa. Tra gli altri nomi del mondo assicurativo che si sono defilate, anche la svizzera Zurich Insurance Group e la Axa assicurazioni che ha sede a Parigi. Tutti fuori dal progetto per evitare la mannaia delle annunciate ritorsioni americane per chi avesse tenuto le mani in pasta al controverso gasdotto che dovrebbe raddoppiare la portata del gas direttamente dalla Russia alla Germania: 1230 chilometri di tubature cui ormai mancano più o meno 130 per completare l’opera e farla entrare in attività. Ma gli ultimi chilometri mancanti si stanno rivelando i più difficili.

Intanto le sanzioni americane un’azienda l’hanno colpita. È la KVT-RUS, la compagnia marittima cui fa capo la motonave russa Fortuna, che sta sostituendo nel posizionamento sottomarino dei tubi in acque danesi quelle della compagnia svizzera, e che nei mesi scorsi era stata ristrutturata alla bisogna in un porto del Meclemburgo. I russi cercano di aggirare le sanzioni, provando a tutelare la società proprietaria di Fortuna, ma il braccio di ferro dimostra come lo scontro resti aperto.

La tenaglia delle ritorsioni americane riesce a colpire anche indirettamente. È il caso dell’azienda di Amburgo Robert Krebs GmbH, nome noto del Mittelstand tedesco, specializzata in riparazioni navali. A ottobre aveva concluso un contratto da 26,2 milioni di euro con un committente localizzato a Kaliningrad per lavori anti-corrosione legati ai lavori per il Nord Stream 2 e in più fungeva da mediatore per altre aziende tedesche. Gli amburghesi ritenevano di essere al riparo delle sanzioni e di poter anticipare la loro eventuale entrata in vigore. Una lotta contro il tempo, alla fine perduta, nonostante i responsabili dell’azienda avessero evitato di rispondere ai contatti tentati dalle autorità americane. È bastato il timore per le sanzioni di Commerzbank, l’istituto presso cui sono depositati i conti della Krebs, a costringere l’azienda amburghese al ritiro.

La pressione degli americani è capillare, funzionari di Washington contattano direttamente le ditte coinvolte, illustrando i rischi che corrono. L’azione ha effetto e non sembra davvero destinata a fermarsi. Le speranze tedesche di un negoziato con il nuovo presidente Joe Biden sono meno concrete rispetto a qualche settimana fa. Biden e Merkel si sono virtualmente incrociati nella conferenza telematica sulla sicurezza di Monaco, ma non risultano passi avanti sul Nord Stream 2. Nel rapporto del ministero degli esteri Usa al Congresso, ha scritto la Süddeutsche Zeitung, si sottolinea anche come il governo tedesco sia rimasto fermo sulla difesa del progetto, ritenendolo puramente economico e non politico. Le pressioni sulle aziende europee sono per ora la risposta. Biden è pressato dai parlamentari di tutti e due gli schieramenti, che temono un cedimento sul gasdotto nel quadro del riavvicinamento nei rapporti Usa-Europa (e Germania).

Nel frattempo il consorzio energetico tedesco Wintershall-Dea ha ridotto gli investimenti nel Nord Stream 2, come risulta dai dati annuali appena presentati. Si tratta di crediti versati per 730 milioni di euro, invece dei previsti 950 milioni, che secondo i manager dell’azienda tedesca non sono a rischio di sanzioni Usa perché erogati prima del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (Caatsa). Non ci saranno ulteriori pagamenti, ha poi precisato l’amministratore delegato Mario Mehren e la Frankfurter Allgemeine Zeitung avanza l’ipotesi che il ridimensionamento dell’investimento miri a tutelare il principale azionista Basf da ritorsioni americane.

Wintershall resta però completamente favorevole al completamento del gasdotto. Mehren ha contestato recenti studi secondo cui la Germania non avrebbe più tanto bisogno di gas nei prossimi anni e ha ricordato come al gas sia legato anche il successo della svolta energetica tedesca, dal momento che le energie rinnovabili, da sole, non saranno sufficienti a produrre l’energia necessaria.  Da Mosca gli approvvigionamenti energetici sono sempre stati sicuri e affidabili, anche ai tempi della guerra fredda, sostiene Mehren. Le tensioni politiche in Russia sono preoccupanti, ma i rapporti economici dovrebbero essere il canale attraverso il quale mantenere aperte porte che non devono essere chiuse. È questo il messaggio condiviso dall’intero mondo imprenditoriale tedesco, affidato alle diplomazie delle varie parti in causa.

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