Energia

Chi sbuffa in Germania sul Nord Stream 2

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Esponenti Cdu e Fdp sulla scia delle sanzioni Usa si mostrano scettici sul gasdotto Nord Stream 2. L’approfondimento di Pierluigi Mennitti da Berlino

Non è vero che la Germania, intesa come opinione pubblica, media e leader politici, sia tutta compatta nella difesa del gasdotto Nord Stream 2 e nell’indignazione per le sanzioni decise dagli Usa. Morire per il gas russo è una vocazione dell’Spd e forse della cancelliera, che ha messo il cappello su questo progetto ritenendolo di interesse strategico nazionale. Ma la firma di Trump sul pacchetto sanzioni ridà fiato alle voci di opposizione di opinionisti, esperti e politici.

Una di queste è quella di Peter Beyer. Politico sconosciuto a quanti non seguono costantemente le vicende tedesche, è il coordinatore della cooperazione transatlantica al ministero degli Affari esteri e uno degli esponenti di maggior profilo in politica estera della Cdu di Angela Merkel. E pur con tutta la diplomazia del caso, Beyer ha fatto notare in una lunga intervista alla radio pubblica all news Deutschlandfunk che “le sanzioni contro Nord Stream 2 erano state annunciate già un anno e mezzo fa e dunque non è affatto sorprendente che oggi siano state approvate, anche se si tratta di un atto inusuale fra paesi amici”. Il problema, sottolinea Beyer, risiede anche nel fatto che il governo tedesco ha sottovalutato la “dimensione politica” del progetto: “Io faccio parte di quanti osservano sempre più criticamente il raddoppio del gasdotto”, ha aggiunto l’esponente Cdu, “e credo si possa ammettere che, almeno nella fase iniziale della discussione, diciamo un anno e mezzo due anni fa, noi tedeschi abbiamo aspettato troppo a lungo, o non abbiamo ammesso in maniera ufficiale che questo progetto riveste anche una dimensione geopolitica che non andava sottovalutata”. Ghirigori diplomatici che tuttavia non nascondono una critica diretta al modo unilaterale in cui la Germania ha gestito questa vicenda: “Da questo grande processo attorno al Nord Stream 2 si deve imparare che, in caso di progetti che coinvolgono gli interessi di più Stati specialmente nei campi della sicurezza dei rifornimenti energetici, è necessario ottenere anche l’accordo dei partner internazionali”. Il riferimento è all’opposizione degli americani ma anche dei vicini dell’Europa centro-orientale, dai baltici alla Polonia.

Ancora più esplicita è l’opinione di Norbert Röttgen, presidente della commissione Esteri del Bundestag, esponente anche lui dello stesso partito della cancelliera Merkel, un tempo suo prediletto poi caduto in disgrazia dopo una fallimentare elezione regionale. Röttgen, uno dei critici storici del progetto, si spinge a mostrare “comprensione” per le sanzioni Usa: “Non sono affatto una sorpresa ma il frutto di un robusto rifiuto della pipeline che unisce tutti i partiti statunitensi”. Su questo tema la posizione del governo di Berlino è stata “unilaterale, senza riguardo per il rifiuto della maggioranza dei paesi Ue e per le preoccupazioni in tema di sicurezza dei nostri vicini orientali”, ha aggiunto il presidente della commissione, mentre è da notare come le sanzioni Usa abbiano “un valore più politico che pratico”, dal momento che i loro effetti potrebbero giungere a progetto già completato.

La decisione di interrompere i lavori da parte della compagnia svizzero-olandese Allseas, incaricata con una sua nave speciale del deposito sul fondo dei tubi della pipeline, ha parzialmente modificato la convinzione che le sanzioni non avrebbero intaccato il completamento dell’opera, per il quale mancano ancora circa 300 chilometri di condotto. Le reazioni di Berlino sono state finora solo verbali (il ministro degli Esteri Maas, la stessa cancelliera) e da subito si è esclusa l’ipotesi di contro sanzioni. La Germania non può permettersi un braccio di ferro esplicito con gli Usa, una escalation di sanzioni reciproche: finora l’azione del governo Merkel è stata quella di contenere e provare a limitare le ripetute minacce di Trump su vari fronti. Resta la preoccupazione di possibili dazi sulle auto tedesche, in un momento in cui l’industria più importante della Germania è sotto pressione per le trasformazioni che investono proprio il settore dell’automotive.

Nell’ultima conferenza stampa pre natalizia, i funzionari dei ministeri di Esteri ed Economia hanno evitato toni conflittuali, ribadendo di star valutando gli effetti possibili delle sanzioni per individuare eventuali spazi di manovra e di essere in contatto con le autorità Usa attraverso l’ambasciata di Berlino (dalla quale nei giorni scorsi sono giunte puntute frecciate di Richard Grenell (“Le sanzioni Usa sono una decisione pro europea”)

Nel frattempo tornano a farsi sentire le voci critiche all’interno del parlamento. Dopo le sanzioni Usa i liberali dell’Fdp vogliono rimettere in discussione il progetto e in particolare il ruolo avuto in tutta l’operazione dall’ex cancelliere Gerhard Schröder. Il vice capogruppo Michael Theurer chiede un ritorno del dibattito in Bundestag, “lo speciale ruolo di Schröder deve essere sottoposto all’esame parlamentare”. Dopo le veementi proteste degli Usa e degli alleati est-europei, “il governo si trova davanti a un mucchio di cocci”, ha aggiunto, “per evitare ulteriori danni è necessario agire con coraggio e intraprendere un’iniziativa diplomatica”. Per i liberali sarebbe utile un cambio di strategia in politica estera e un ritorno al corso ragionevole di Hans-Dietrich Genscher, il ministro degli Esteri che accompagnò Helmut Kohl nei mesi della riunificazione tedesca. In questa vicenda la Germania ha diviso l’Europa e con le sanzioni di Washington si ritorce contro il governo Merkel il fatto di non aver inglobato il progetto di Nord Stream 2 in una strategia europea condivisa: “Una Ue unita è in grado anche di difendere i propri interessi dalle pressioni esterne, una Germania isolata non è in grado di farlo”.

Ma oltre al ruolo scoperto di Schröder è emerso in questi convulsi giorni quello di un altro tedesco: il 64enne Matthias Warnig, capo di Nord Stream 2. È una vecchia conoscenza di Vladimir Putin, del quale gode fiducia incondizionata. Studi di economia nelle università della Ddr, molti passaggi all’interno dei ministeri dell’ex Germania comunista (fra cui uno in quello del Commercio estero, ma soprattutto un ruolo di collaboratore della Stasi, il servizio di sicurezza della Ddr, per il quale sotto il nome in codice di “Arthur” ha spiato dal 1974 i segreti delle imprese tedesche occidentali. Sulla sua figura è tornato a far luce il quotidiano austriaco Der Standard con una corrispondenza da Berlino: “Diversamente da Schröder, Warnig agisce nell’ombra ma cura ugualmente i suoi buoni contatti con Mosca. E la sua amicizia con Putin è di più lunga data rispetto a quella con Schröder”. Insomma ci sarebbe di che sbizzarrirsi per un Bundestag che volesse essere slegato dalle direttive di governo.

Anche sulla stampa si aprono nuove crepe. La Bild ha pubblicato nell’edizione domenicale la tosta intervista all’ambasciatore americano Richard Grenell e anche l’indiscrezione che il governo tedesco, nel tentativo di evitare all’ultimo momento le sanzioni, aveva annunciato a rappresentanti dell’amministrazione Trump l’avvenuto l’accordo sul gas tra Ucraina e Russia, elemento che avrebbe reso superflue le sanzioni contro Nord Stream 2. Era il venerdì 20 dicembre. Ma era anche “una vera e propria invenzione”, ha scritto la Bild, “giacché le trattative sono proseguite fino a domenica”. I tedeschi sostenevano che le sanzioni avrebbero danneggiato la posizione ucraina nella trattativa, ha aggiunto ancora il quotidiano popolare citando fonti americane, invece è accaduto il contrario e Kiev, proprio grazie alla pressione delle sanzioni, ha potuto negoziare nelle ultime ore da una posizione migliore.

E se anche la Welt ha dato spazio alle critiche al proprio governo nella gestione di tutta la vicenda, ha ancor più sorpreso la posizione del berlinese Tagesspiegel, giornale vicino al mondo socialdemocratico, grazie a Schröder da sempre schierato a favore di Nord Stream 1 e 2. “Alcuni partiti e media tedeschi mettono in scena un’indignazione che suona abbastanza ipocrita. Lasciano intendere che Donald Trump voglia vietare all’Europa un’autonoma politica energetica e costringerla a comprare lo shal gas americano invece del gas russo”, scrive il quotidiano berlinese, “ma questo è teatro, una rappresentazione che ha poco a che fare con la realtà perché in realtà le preoccupazioni riguardano l’eccessiva dipendenza dai rifornimenti energetici russi”.

Gli osservatori ritengono sempre molto difficile che l’intero progetto possa naufragare a soli 300 chilometri dal suo completamento. Ma la decisione del contractor Allseas semina qualche dubbio nelle granitiche certezze di Mosca e Berlino. Anche perché, come visto, in Germania le voci sono meno univoche. E a livello politico, Nord Stream resta un progetto di marca Spd, cui la cancelliera si è conformata ritenendo che fosse di interesse strategico per il suo paese. Ma nel suo stesso partito le resistenze non mancano, così come tra i liberali e i verdi. Che potrebbero essere proprio gli alleati della Cdu nel prossimo governo fra due anni.

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