La compagnia energetica statunitense Chevron è in trattativa con il governo dell’Iraq per la costruzione di un oleodotto che metterà in collegamento il sud del paese con il nord, dove si trova la città di Kirkuk, un importante polo petrolifero. Non solo: Chevron ha formato un consorzio con il fondo di investimento americano Ti Capital e con il conglomerato dei fratelli al-Khayyat – due miliardari di nazionalità siriano-qatariota – per realizzare una seconda tubatura da Kirkuk a Baniyas, una città portuale della Siria, affacciata sul mar Mediterraneo.
L’IRAQ HA BISOGNO DI ALTERNATIVE ALLO STRETTO DI HORMUZ
L’infrastruttura consentirebbe all’Iraq, il secondo maggiore produttore petrolifero dell’Opec, di emanciparsi dallo stretto di Hormuz, nuovamente bloccato dall’Iran. Al momento, infatti, Baghdad non è in grado di aggirare questa via d’acqua, che le garantisce lo sbocco nel golfo di Oman e infine nell’oceano Indiano, permettendogli dunque di accedere ai mercati internazionali del greggio.
– Per approfondire: La Siria come alternativa allo Stretto di Hormuz
L’Iraq ha bisogno di dotarsi di alternative allo stretto di Hormuz perché non può permettersi di non esportare petrolio, essendone estremamente dipendente: l’anno scorso il greggio ha rappresentato l’88 per cento delle entrate governative, secondo i dati della Banca mondiale. Si tratta di un valore molto più alto di quello dell’Arabia Saudita, ad esempio – che spesso viene considerata il “petro-stato” per eccellenza -, le cui entrate governative sono dipese dal petrolio per il 55 per cento del totale.
A febbraio, prima che iniziasse la guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran, l’Iraq aveva prodotto oltre 4 milioni di barili al giorno. A maggio. per effetto della chiusura dello stretto di Hormuz, il suo output è sceso sotto gli 1,5 milioni.
COSA FA CHEVRON IN IRAQ E IN SIRIA
Non è detto che l’oleodotto Kirkuk-Baniyas si farà, però: il consorzio con Chevron sta valutando una rotta alternativa, che da Haditha (vicino Kirkuk) potrebbe anche dirigersi in Turchia o in Giordania.
La società americana, comunque, sta espandendo la sua presenza in Iraq: a giorni dovrebbe annunciare un accordo per lo sviluppo di due grossi campi petroliferi nel sud del paese. Potrebbe, tra l’altro, prendere il controllo del giacimento West Qurna 2, sottraendolo alla russa Lukoil, che non può più operare a seguito delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti nel 2025.
E poi c’è la Siria, dove lo scorso febbraio Chevron ha firmato un’intesa con il gruppo Power International Holding dei fratelli al-Khayyat per l’esplorazione del primo campo petrolifero offshore (in mare) del paese. Secondo la società di consulenza Wood Mackenzie, la Siria possiede riserve di petrolio e gas naturale per almeno 1,3 miliardi di barili: il potenziale più grande è quello offshore, appunto, non essendo mai stato esplorato.
GLI ALTRI ACCORDI
Il presidente americano Donald Trump, che sembra essere in buoni rapporti con il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, ha dichiarato recentemente che l’Iraq “ha un potenziale enorme grazie al suo petrolio. Concluderemo molti accordi: si sta estraendo molto petrolio, e sono le aziende americane a farlo”.
Le società energetiche statunitensi hanno effettivamente firmato diversi accordi sulle risorse fossili in Iraq e Siria – come ConocoPhillips con il governo di Damasco, a giugno -, ma pochi di questi si sono poi concretizzati: i due paesi hanno problemi infrastrutturali e capacità limitate di garantire la sicurezza delle operazioni che scoraggiano gli investimenti esteri.






