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Litio

Dobbiamo prepararci a una carenza di litio?

I ritardi autorizzativi e l'inflazione stanno ostacolando l'apertura delle miniere di litio. Secondo le aziende del settore, si rischia di restare a secco di materia prima per la transizione energetica.

La transizione energetica ha trasformato quello che era un metallo di nicchia e di scarso valore, utilizzato principalmente nella ceramica e nella farmaceutica, nella materia prima critica per eccellenza: il litio è indispensabile per le batterie che alimentano i veicoli elettrici e che immagazzinano l’elettricità generata in eccesso dagli impianti eolici e solari. Le aziende che lo estraggono e lo lavorano per l’utilizzo industriale temono però che i ritardi nell’autorizzazione delle miniere, le carenze di lavoratori e l’inflazione alta che fa salire i costi di produzione potrebbero intaccare la loro capacità di rifornire adeguatamente il mercato. Di conseguenza, il processo di elettrificazione della mobilità e dei mix energetici subirebbe dei rallentamenti.

DOBBIAMO PREPARARCI A UNA CARENZA DI LITIO?

Durante la conferenza Fastmarkets Lithium and Battery Raw Materials, tenutasi sul finire di giugno a Las Vegas, il presidente di Lake Resources, un’azienda mineraria australiana specializzata nel litio, ha detto che ci si potrebbe ritrovare “in una situazione di crisi in cui le aziende produttrici di batterie non hanno la sicurezza della materia prima”. In quei giorni, peraltro, Lake Resources ha annunciato un posticipo di tre anni dell’avvio della produzione al progetto di Kachi, in Argentina, per questioni logistiche.

La più grossa compagnia produttrice di litio, Albemarle (è statunitense), prevede che nel 2030 la domanda di litio ne avrà superato l’offerta per 500.000 tonnellate.

LE MINIERE E IL PROBLEMA DELLA RAFFINAZIONE

Nel 2022 c’erano quarantacinque miniere di litio attive nel mondo; quest’anno dovrebbero aprirne undici, e sette il prossimo. Secondo gli esperti, non è abbastanza. Ma anche se venissero aperte più miniere di litio, non ci sono comunque sufficienti impianti che lavorano il minerale grezzo e lo trasformano in un materiale adatto all’uso nelle batterie. In assenza di litio raffinato di alta qualità, i produttori automobilistici dovranno ripiegare su metalli di basso valore che incidono negativamente sulle performance delle batterie, e di conseguenza sull’autonomia di guida dei veicoli.

Come ha spiegato a Reuters Sarah Maryssael, Chief Strategy Officer di Livent, un’azienda statunitense che rifornisce anche Tesla, “c’è una grande differenza tra il litio estratto dal sottosuolo e il litio che finisce dentro una batteria”.

Più che l’estrazione mineraria, il vero anello critico della filiera del litio – e degli altri metalli critici per la transizione energetica – è la raffinazione: si tratta di un’attività dalle alte barriere all’ingresso perché costosa, energivora e potenzialmente inquinante; la maggior parte delle raffinerie di minerali critici si trovano in Cina, e per le aziende occidentale è difficile competere con i loro costi.

L’INTERESSE DELLE BIG OIL E DELLA GRANDE FINANZA

Alla conferenza di Fastmarkets hanno partecipato non soltanto le aziende del settore, ma anche grossi nomi dell’industria energetica (come ExxonMobil ed Equinor) e della finanza (come Goldman Sachs e JPMorgan).

Le compagnie petrolifere vedono nell’estrazione del litio, in particolare, una possibilità di adattamento alla transizione ecologica, che marginalizzerà sempre di più il ruolo dei combustibili fossili nel mix energetico. Invece di dedicarsi alla costruzione di parchi rinnovabili – un campo in cui le società elettriche hanno più esperienza – stanno valutando la riconversione delle loro tecnologie di trivellazione per il prelievo del litio dalle salamoie geotermiche o dalle acque reflue dei campi petroliferi.

– Leggi anche: Perché i Big del petrolio puntano all’estrazione del litio

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