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La crisi in Medio Oriente innesca un nuovo boom del carbone

La guerra in Medio Oriente ha interrotto le forniture di gas e petrolio, scatenando un boom delle spedizioni di carbone con noli in forte rialzo e un ritorno massiccio alle centrali a carbone, soprattutto in Asia.

La crisi in Medio Oriente ha provocato un vero e proprio shock energetico globale, spingendo molti Paesi a tornare massicciamente al carbone come alternativa al gas e al petrolio diventati difficili da reperire.

Come sottolinea il Financial Times, che al tema dedica un lungo articolo, nonostante siamo fuori dalla stagione del riscaldamento, le spedizioni di carbone sono aumentate in modo impressionante, con noli in forte crescita e importazioni che si avviano a segnare uno dei mesi più intensi di sempre.

Questo ritorno sta interessando soprattutto l’Asia, ma con ripercussioni che si sentono anche in Europa.

Un boom inatteso

Negli ultimi mesi le spedizioni di carbone sono aumentate bruscamente proprio mentre di solito calano, tra aprile e maggio, con la fine della stagione di riscaldamento nell’emisfero nord.

Il carbone è diventato il carico principale per le navi di medie dimensioni e le importazioni globali di maggio sono previste come le terze maggiori di sempre.

Secondo l’agenzia di pricing Argus, i noli sono cresciuti in media del 50% tra febbraio e maggio.

La sostituzione tra gas e carbone

Come ha spiegato chiaramente Angeliki Frangou, amministratore delegato della compagnia greca Navios Partners, una tonnellata di gas può essere sostituita da circa due tonnellate di carbone. Questo semplice rapporto ha fatto riscoprire a molti Paesi un combustibile che sembrava destinato al declino.

Frangou ha ammesso di essere rimasta sorpresa nel vedere quanti Stati stiano ora guardando al carbone come soluzione d’emergenza.

Le cause

La drastica riduzione del traffico nello Stretto di Hormuz ha costretto molti importatori a cercare fonti alternative in aree più stabili.

A questo si aggiungono le restrizioni alle esportazioni imposte dall’Indonesia ad aprile, che avevano già reso teso il mercato del carbone termico.

Il risultato è stato un “super-caricamento” della domanda di carbone causato dallo shock energetico della guerra.

L’impennata in Asia e il ritorno alle centrali a carbone 

L’Asia è il motore principale di questa ripresa. Paesi come Thailandia, Vietnam e Giappone hanno aumentato la produzione di energia da carbone, mentre la Corea del Sud ha riavviato centrali e temporaneamente eliminato i limiti di utilizzo.

Anche nazioni che stavano cercando di diversificare le fonti energetiche sono tornate sui propri passi, riaccendendo impianti che erano stati messi in standby.

Le spedizioni verso Giappone, Corea del Sud e Unione Europea sono cresciute del 27% ad aprile rispetto all’anno precedente.

Effetto sui noli e rotte più lunghe

Le distanze maggiori dalle grandi miniere di carbone, soprattutto quelle di Indonesia e Australia, dai mercati asiatici ed europei hanno contribuito a far salire i costi di trasporto.

I noli dall’Indonesia sono aumentati del 60-75%, quelli dall’Australia del 40-50%.

Anche la scarsità e il rincaro del carburante per navi hanno giocato un ruolo importante nel far lievitare le tariffe.

Il caso della Cina

La Cina, il maggiore consumatore mondiale di carbone, ha intensificato gli acquisti da Australia, Russia e Sudafrica per compensare le minori forniture indonesiane. Inoltre Pechino ha aumentato la produzione “da carbone a prodotti chimici” per sopperire alla carenza globale di petrolchimici causata dal conflitto.

A marzo i prezzi del carbone in Asia hanno toccato i massimi da oltre due anni.

Con l’arrivo della stagione estiva e l’aumento della domanda per l’aria condizionata, molti operatori si aspettano che la pressione sul mercato possa ulteriormente salire nei prossimi mesi.

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