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Come e perché l’Europa vuole più agricoltura biologica

Agricoltura Biologica

I ministri agricoli europei vogliono il 25% di terreni a produzione biologica. Che cosa prevedono i nuovi piani dell’Ue sull’agricoltura biologica

 

Da un po’ se ne parlava e alla fine, il 19 luglio, il Consiglio (dei ministri) Agricoltura ha approvato il piano europeo per avere almeno il 25% di terre coltivate in modalità biologica entro il 2030.

Il Piano fa parte della strategia “Dal produttore al consumatore” (From farm to fork) collegata al Green Deal, che fu approvata il 20 maggio 2020, in piena pandemia, per la sostenibilità dei sistemi alimentari, con profili economici, sanitari (One Health, una sola salute umana e animale) e ambientali, nel quadro del cambiamento climatico e della protezione della biodiversità. La strategia verso il biologico è anche un modo per affrontare, almeno parzialmente, temi ambientali più gravi di alcune aree specifiche senza prendere di punta i protagonisti. È il caso, per esempio, dell’agricoltura intensiva in Bretagna, con la collegata proliferazione di alghe verdi dovute a eccessi in mare di nitrati di azoto e di fosforo.

Così inquadrato, il piano di azione per la produzione biologica non ha carattere mondano o di orientamento soltanto commerciale. È comunque un mercato di vendita al dettaglio in crescita, un business importante, lo si vede nella vita quotidiana: in Europa valeva 41 miliardi di euro nel 2019, rispetto ai 18 miliardi di dieci prima, nel 2009, in Itala 4,3 mld e 200mila addetti nel 2020. Secondo Eurostat, nel 2019 le superfici agricole utili (SAU) nell’Unione europea sono dedicate al bio per l’8,5%, sopra la media con l’Italia al 15,2%, l’Austria al 25,3%, la Svezia al 20,4%, e sotto la media europea con la Francia e la Germania al 7,7%, insieme al 3,7% dei Paesi Bassi, al 6,9% del Belgio, al 3,5% della Polonia. La trasformazione è però evidente: in Francia si è passato dal 7,7% al 12%, tra il 2019 e il 2020, secondo i dati della francese Agence Bio.

La Commissione europea spiega nel Piano di azione che da un lato si intende agire sul mercato, per stimolare la domanda, che cresce già di sua sponte. Le azioni riguarderanno il logo dell’UE, la promozione del bio negli appalti pubblici verdi, la riduzione delle frodi e l’innalzamento della fiducia dei consumatori, il miglioramento ulteriore della tracciabilità e un coinvolgimento attivo del settore privato.

Poi, sul lato produzione, si agisce sull’intera filiera, sia rispetto alle aziende piccole e ai circuiti di distribuzione brevi, sia incoraggiando la conversione su scale più grandi, gli investimenti e gli scambi di buone pratiche.

Infine, c’è il versante strettamente ambientale, con i relativi protocolli e strumenti, poiché hanno i terreni coltivati a bio hanno circa il 30% in più di biodiversità rispetto a quelli convenzionali, sono più favorevoli alle api e agli impollinatori, e si sottintende possono creare una dinamica generale di riduzione degli maggiori impatti di alcune coltivazioni o allevamenti classici.

Per l’attuazione, si evita il muro contro muro: la scelta è di procedere in una specie di soft power, capace di coinvolgere, spiegare e indirizzare agricoltori, filiera commerciale, consumatori. Si interviene con 21 azioni, che incidono su dettagli attuativi di regolamentazione e legislazione esistente con lo scopo di indirizzare, di rimuovere ostacoli non economici e di favorire processi di creazione e distribuzione di valore. Vi è appunto un’azione sulle mense scolastiche, perché si è dimostrata la relativa facilità nel portare nella ristorazione collettiva i prodotti bio e spesso da filiere corte, come a Copenhagen (100% bio, 25 mila ettari), a Roma (1mln di pasti bio) a Vienna (860 ettari di orti biologici che riforniscono le mense a scuola): da cui il coinvolgimento dei sindaci e del Patto dei Sindaci (Covenant of Mayors) che ne riunisce 10.690 per 324 mln di cittadini europei.

Nella strategia si legge anche di prevenzione delle frodi, di una banca dati dei certificati, di tracciabilità con blockchain, di formazione, di acquacoltura biologica, di gestione e controllo di prodotti biologici con i Paesi terzi, di certificazione di gruppo per i piccoli agricoltori, di sostegno alle politiche nazionali dei biodistretti o distretti del cibo (in Italia ce ne sono 32, in sviluppo), di ricerca su alternative ai mangimi MGM, cioè con microrganismi geneticamente modificati, da finanziare con il programma Horizon.

Sono temi che riemergeranno nei prossimi mesi e anni nella comunicazione di settore, nell’assistenza delle associazioni di categoria (le confagricoltura nazionali), nei decreti ministeriali e nei programmi europei.

Perché esiste anche una parte finanziaria: si vuole passare da circa l’1,8% della Politica agricola comune (PAC) destinata al sostegno dell’agricoltura biologica a una dotazione fino a 58 mld di euro per il periodo 2023-2027, e sono parecchi soldi.

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