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Perché i 27 vogliono ridurre gli antibiotici passando dall’agricoltura

Antibiotici

L’impatto dell’antibiotico-resistenza costituisce uno dei grandi rischi planetari: gli attuali 700mila morti all’anno potrebbero diventare 10 milioni nel 2050. L’articolo di Enrico Martial

Il 29 giugno, al Consiglio Agricoltura, i 27 ministri si sono occupati anche di antibiotico-resistenza, un tema che riguarda la salute umana e che ha rilievo nell’allevamento animale, in cui si impiegano il 70% degli antibiotici su scala globale, con una stima di crescita senza interventi del 67% tra il 2010 e il 2030, secondo le Nazioni Unite. L’impatto dell’antibiotico-resistenza costituisce uno dei grandi rischi planetari, visto che gli attuali 700mila morti all’anno potrebbero diventare 10 milioni nel 2050. L’Italia in questo va malino, perché nel 2015 le si attribuivano 10.700 decessi da antibiotico-resistenza, un terzo dei 33mila registrati in Europa.

Durante il Consiglio Agricoltura, il tema figurava tra i secondari, ma ha acquisito valore politico per il fatto che diversi ministri hanno preso la parola per esprimere sostegno e incoraggiare la Commissione a una armonizzazione europea delle norme per intervenire sulla antibiotico-resistenza in tutti gli Stati membri.

Si è detto di andare un po’ oltre quanto di sta facendo oggi. L’UE sta prendendo in carico, e in modo più netto, i temi della salute da poco tempo, cioè dalla lettera di mandato della presidente Von der Leyen del 1° dicembre 2019 alla Commissaria Stella Kyriakides (in cui si affidava anche l’antibiotico-resistenza) e dall’accelerazione impressa dalla pandemia Covid-19.

Così, sulla politica One-Health – secondo cui c’è una sola salute che l’uomo condivide con il mondo animale – siamo un po’ in mezzo a una trasformazione. Finora l’Unione europea aveva usato i mezzi a disposizione, unendo i fondi europei, gli stakeholders (aziende, esperti, associazioni) e le istituzioni. Aveva messo in piedi una Azione congiunta sulla antibiotico-resistenza (Joint Action on Antimicrobial resistance and Healthcare-associated, in sigla EU-JAMRAI), che è servita dal 2017 a identificare temi e problemi, anche nei singoli Paesi membri, a capire ostacoli e possibili soluzioni.

Tra le prime proposte, sempre nell’ambito di una competenza europea sulla salute che nei trattati è soltanto complementare (e quindi marginale), si è iniziato ad affrontare il problema salute umana sugli antibiotici partendo dall’agricoltura, con la nuova politica “dalla fattoria alla tavola”. In questo ambito, concretamente, si intende ridurre la vendita di antibiotici agli allevamenti e all’acquacoltura del 50% entro il 2030 e di introdurre meccanismi di contenimento e controllo degli antibiotici con i nuovi regolamenti sulla “medicina veterinaria” (Reg. 6/2019) e sui “mangimi medicati” (Medicated Feed, Reg. 4/2019). Con gli atti delegati attualmente in discussione, l’attuazione partirà da gennaio 2022.

Tra Joint Action e questi regolamenti (norme che si applicano direttamente) si capisce però che l’enorme questione è affrontata con i mezzi che ci sono, un po’ come si può, sebbene sia già molto. Infatti, sul sistema economico dell’allevamento europeo, è già moltissimo pensare che da gennaio 2022 si andrà verso il divieto all’uso sistematico degli antibiotici negli allevamenti, per supplire a carenze igieniche o per aumentare la produttività, ammettendoli soltanto per il singolo animale, per un rischio concreto di diffusione dell’infezione e perché non ci sono alternative adeguate. Per capirsi, pensiamo anche soltanto all’allevamento in gabbia di galline ovaiole, che in Italia erano il 42% nei dati 2020, per quanto in calo. È dunque una trasformazione produttiva, e di consumo.

Questo “moltissimo” che inizia il prossimo primo gennaio, va integrato con altro: e ci sono almeno otto nuovi strumenti, che sono elencati nel documento portato nel Consiglio Agricoltura il 28 e 29 giugno. Bisogna citarli, perché vi si leggono le politiche dei prossimi anni.

Il primo gruppo di quattro strumenti è organizzativo e legislativo. Si tratta della revisione della sorveglianza dei rischi sanitari anche per l’antibiotico-resistenza e dei mandati sia all’ECDC (Centro europeo di controllo delle malattie) sia all’EMA, l’Agenzia europea per i farmaci: da rafforzare, effettivamente sono stati un riferimento ma non hanno proprio brillato per esempio durante il Covid. Si aggiungono poi i (soli) 8,5 milioni per tutta l’UE sull’antibiotico-resistenza (AMR) nel programma EU4Health 2021-202, il nuovo mandato su questo tema all’Agenzia sulle emergenze sanitarie appena costituita (HERA), e infine un nuovo Pool antibiotico-resistenza tra cinque agenzie europee (tra cui appunto EMA e ECDC).

Vi è poi un secondo gruppo dedicato alle strategie europee e nazionali: la Strategia farmaceutica dell’UE (innovazione, sostegno ai nuovi antibiotici, riserve e capacità produttive nell’Unione) e la revisione comune dei piani nazionali sulle antibiotico-resistenze, che riguardano anche la riduzione dello sviluppo delle infezioni negli ospedali (In Italia il rischio è del 6%, il più alto tra i 27 Stati membri).

Infine, vi è il terzo gruppo “agricolo”: le nuove citate norme sugli antibiotici che si avviano negli allevamenti dal prossimo gennaio e poi altre nuove da elaborare nella legislazione per alcune malattie veterinarie determinate proprio da resistenza agli antibiotici.

Come si noterà, di queste otto complicate azioni, solo le ultime due sono strettamente agricole. È così che va avanti l’Unione europea, in questo caso parlando di salute umana all’interno del Consiglio Agricoltura, visto che un Consiglio Salute, non c’è, salvo quello che ne parla in mezzo a Occupazione, affari sociali e consumatori.

La strada è lunghissima, ma così fanno gli Stati membri quando capiscono che da soli non possono risolvere un problema: trovano il percorso nelle politiche esistenti. Solo dopo – se si riesce – verrà fuori una più marcata competenza europea comune, in questo caso in materia di salute. Bisogna vedere se si farà in tempo.

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