L’amministrazione Trump ha annunciato un Vault Project, progetto “Volta”, per costruire una specie di alleanza multilaterale con Paesi affini per assicurarsi la fornitura di terre rare.
Un progetto da 12 miliardi di dollari, presentato in un vertice a Washington al quale hanno partecipato delegazioni di vari Paesi, inclusa l’Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha parlato di un possibile memorandum tra Stati Uniti e Unione europea nei prossimi 30 giorni.
Questa iniziativa ha fatto scalpore per almeno due ragioni. La prima è perché, a parte il contestato Board of Peace, è forse il primo tentativo dell’amministrazione Trump di fare qualcosa di condiviso con gli alleati (o ex alleati) invece che imposto dall’alto.
La seconda ragione è che una mossa anti-cinese, lo sforzo più ambizioso di neutralizzare l’influenza di Pechino in un settore nel quale è ormai dominante e che può trasformare in un’arma economica.
Non così rare
Il problema di questa discussione è che si fonda su una serie di equivoci, a cominciare dal fatto che le terre rare siano rare. In realtà sono soltanto molto concentrate – cioè si trovano in alcuni Paesi e non in altri – e quasi sempre molto costose da lavorare.
La classificazione ufficiale degli Stati Uniti, infatti, parla di “minerali critici”, non di terre rare: i nomi più noti sono alluminio, gallio, nickel, grafite, magnesio, litio.
Per 12 minerali o componenti critici, inclusi grafite e manganese, gli Stati Uniti sono interamente dipendenti dall’estero.
Ma l’altro grande equivoco è che se un minerale è critico, allora sia necessario estrarlo entro i confini domestici.
E’ vero, può succedere che i Paesi che estraggono o raffinano terre e minerali rari mettano limiti alle esportazioni – come ha fatto la Cina nel 2010 in una disputa con il Giappone e come ha minacciato di fare di nuovo nei mesi scorsi – e questo fa salire il prezzo sul mercato internazionale, con improvvise fiammate.
Ma quanto è grande questo problema? Nel complesso, gli Stati Uniti hanno importato minerali critici per 25 milioni di dollari all’anno e composti di terre rare per 170 milioni di dollari all’anno, che sono un’inezia su una economia da 30.000 miliardi di dollari.
Se anche per un paio d’anni il costo venisse moltiplicato per 3, l’aggravio sarebbe di meno di un miliardo di dollari.
Come ha scritto il direttore del think tank della Bocconi IEP, Daniel Gros, sul mensile ECO, “anche se gli Stati Uniti perdessero improvvisamente l’accesso a questi metalli cinesi, l’impatto macroeconomico sarebbe quasi impercettibile. Persino per applicazioni strategiche, come la produzione di magneti permanenti ad alte prestazioni, esistono alternative funzionali – più costose, certo, ma del tutto accessibili”.
Inoltre, non è affatto vero che la dipendenza è a senso unico: gli Stati Uniti esportano verso la Cina composti di terre rare per 355 milioni di dollari. Nel complesso, Pechino importa 1,4 miliardi di dollari a fronte di esportazioni per soli 400 milioni.
Questo perché l’economia cinese ha bisogno di moltissimi componenti a basso valore aggiunto, per esempio per assemblare smartphone o batterie per auto elettriche, mentre le imprese occidentali usano le terre rare e i minerali critici per sviluppare prodotti ad alto valore aggiunto, per esempio in campo militare.
A fronte di questi numeri, lo sforzo americano sembra un po’ sproporzionato: il piano Trump, che riprende ed espande l’approccio avviato dall’amministrazione Biden, consiste nell’usare un misto di prestiti pubblici – con la banca Exim a sostegno delle esportazioni – e di capitali privati per arrivare a 12 miliardi di dollari.
Lo scopo è costruire una riserva strategica di materiali alla quale le imprese partner – tra le quali c’è Stellantis – possono accedere se non trovano minerali critici e terre rare sul mercato a prezzi convenienti, per sostenere i produttori manifatturieri americani.
O almeno così viene presentata.
Il costo delle distorsioni
Il meccanismo è in realtà più complicato e con effetti diversi: la riserva strategica è fatta a prezzi più alti di quelli che pratica la Cina e serve a incentivare la produzione e raffinazione di terre rare negli Stati Uniti, garantendo una domanda elevata.
In pratica, le imprese e i Paesi partner che aderiranno alla riserva strategica americana possono avere la garanzia di avere le terre rare di cui hanno bisogno attraverso questo intermediario “politico”, diciamo, così, che agisce in loro vece sul mercato.
Ma questo significa pagare di più le terre rare rispetto ai prezzi di mercato, perché anche questa, come tutte le assicurazioni, ha un prezzo.
Detto in altro modo, gli Stati Uniti stanno cercando di costruire l’equivalente contemporaneo dell’Opec, il cartello che coordina i Paesi produttori di petrolio per gestire la quantità di offerta in modo da massimizzare i profitti, a danno dei consumatori, ovviamente.
E’ lo stesso approccio che ha spinto il governo federale, a luglio, a diventare il primo azionista della società di Las Vegas MP con il 50 per cento del capitale: tra gli obiettivi di una quasi-nazionalizzazione assai rara per gli Stati Uniti, c’è quello di pagare le terre rare al doppio del prezzo di mercato determinato dalle forniture cinesi, in modo da dare all’azienda le risorse per investire nell’estrazione e ridurre la necessità di importazioni nel medio periodo.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha promesso di rendere di fatto indipendenti gli Stati Uniti dall’arma geopolitica delle terre rare cinesi in un paio d’anni.
E’ la tipica dinamica di questa fase di crisi della globalizzazione: in nome della sicurezza nazionale, si introducono politiche industriali che comportano distorsioni nel mercato e dunque una redistribuzione di ricchezza e potere decisa sulla base di logiche non sempre trasparenti.
L’Unione sovietica è crollata perché gestire in modo centralizzato un’economia complessa è quasi impossibile, la Cina resiste nel suo esperimento che combina un controllo politico con la competizione più selvaggia tra pezzi dell’apparato pubblico e del settore privato.
Le nostre società occidentali stanno cercando un nuovo equilibrio tra politica e mercato, ma non è facile, perché scelte politiche diverse finiscono per avere effetti contraddittori sul mercato e non ci sono meccanismi di aggiustamento automatici come quelli che operano quando invece il mercato è lasciato più libero di risolvere questi problemi.
L’amministrazione Trump da un lato prova a copiare il modello cinese, con un misto di protezionismo e sussidi per sviluppare l’estrazione e la raffinazione di terre rare: per riuscirci dovrebbe garantire però una domanda sufficiente a prezzi elevati per questi materiali.
Però, al contempo, ha cancellato per ragioni ideologiche i massicci incentivi fino a 7.500 dollari previsti dall’amministrazione Biden per comprare auto elettriche, quindi la domanda di veicoli a batteria che impiegano terre rare è destinata a rallentare.
Con un misto di sussidi e pressioni, sta anche cercando di rendere più americana la filiera dei semiconduttori, ma per le produzioni di massa – come i chip che vanno negli iPhone Apple – sarebbe anti-economico produrre a costi americani, a meno di non avere drastici aumenti dei prezzi che però l’amministrazione Trump vuole evitare perché l’inflazione fa perdere voti.
Anche sul fronte europeo non mancano le contraddizioni, dovute al fatto che le politiche dettate da diverse necessità economiche, ambientali e geopolitiche finiscono per entrare in conflitto tra loro.
La risposta europea
Negli anni di Joe Biden alla Casa Bianca, l’Unione europea ha mutuato l’approccio e, dopo che nella pandemia si erano sperimentate improvvise carenze di chip e materie prime, si è data l’obiettivo di diventare più autonoma.
I risultati sono scarsi: se guardiamo al costo delle batterie per le auto elettriche, per esempio, la catena produttiva europea rimane più costosa del 20 per cento rispetto alla Cina e dell’8 per cento rispetto agli Stati Uniti.
Per sostenere la transizione ecologica e per diffondere le auto elettriche, quindi, bisognerebbe importare più veicoli cinesi. Invece l’Ue ha introdotto dei dazi nel 2024 e continua a proteggere i produttori europei che producono veicoli a batteria troppo costosi per una rapida diffusione.
Il Chips Act europeo prevede che l’UE arrivi al 20 per cento del mercato entro il 2030, oggi è circa la metà, ma nella pratica è un programma di sussidi a progetti in gran parte esistenti con un impatto modesto.
A luglio, poi, nell’ambito dell’accordo con gli Stati Uniti che ha limitato al 15 per cento i dazi punitivi contro l’UE, la Commissione di Ursula von der Leyen ha preso l’impegno a comprare almeno 40 miliardi di dollari chip americani ed evitare che vengano ri-esportati verso Paesi terzi.
Una scelta in diretto contrasto con la strategia di sviluppare la produzione europea.
Come racconta l’esperta Sophia Kalantzakos nel libro Terre rare – La Cina e la geopolitica dei minerali strategici pubblicato da EGEA, le imprese cinesi che negli ultimi trent’anni hanno sviluppato estrazione e raffinazione delle terre rare hanno poi iniziato a consolidarsi in una serie di fusioni:
Nel dicembre 2021, tre delle più grandi imprese statali cinesi nel settore dei metalli delle terre rare — China Minmetals Rare Earth, Chinalco Rare Earth & Metals, China Southern Rare Earth Group — insieme ad altre due società — Guangzhou Zhonglan Rare Earth New Material Technology e Jiangxi Ganzhou Rare Metal Exchange — si sono fuse.
China Rare Earth Group è così diventato il secondo produttore mondiale di terre rare, rappresentando il 30% della produzione totale cinese di metalli delle terre rare e il 60–70 per cento della produzione di metalli delle terre rare pesanti.
A partire dal 2024, in seguito a un’ultima fase di consolidamento, solo due imprese statali producono terre rare in Cina: la China Northern Rare Earth Group nel Nord, responsabile delle terre rare leggere, e la China Rare Earth Group (CREG) nel Sud, autorizzata anche all’estrazione delle terre rare pesanti.
Una situazione inconcepibile in Europa dove investimenti e progetti, anche in questi settori in teoria strategici, continuano a seguire logiche nazionali, con gli Stati membri in competizione tra loro per attirare le risorse, con vincoli antitrust alle fusioni e con standard ambientali e proteste dei cittadini che rendono molto complicato avviare progetti ad alto impatto come l’estrazione di terre rare.
La lunga fase di iper-globalizzazione è stata molto criticata perché, oltre a far emergere centinaia di milioni di persone dalla povertà, ha creato anche tensioni sociali nei Paesi che perdevano l’industria manifatturiera trasformandosi in economie di servizi. Però quella fase aveva sicuramente un vantaggio: il criterio che orientava le scelte, degli operatori economici ma anche della politica, era l’efficienza. I soldi vanno dove i costi sono più bassi e i ricavi più alti.
(Estratto da Appunti)






