Economia

Vi spiego il vero stato della finanza pubblica (prima del Coronavirus)

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Gli ultimi dati Istat sugli andamenti della finanza pubblica italiana dimostrano che il terrore, in larga misura alimentato da Bruxelles, ha prodotto i suoi effetti. L’analisi di Gianfranco Polillo

Gli ultimi dati Istat sugli andamenti della finanza pubblica italiana dimostrano che il terrore, in larga misura alimentato da Bruxelles, ha prodotto i suoi effetti. Il deficit di bilancio per il 2019, che l’istituto di statistica ha certificato nell’1,6 per cento del Pil, è stato di gran lunga inferiore alle ultime previsioni governative (2,2 per cento come indicato dalla NADEF lo scorso 30 settembre) ed alle cifre del Country report della Commissione europea (anche in questo caso 2,2 per cento) di solo qualche giorno fa (26 febbraio). Di conseguenza ugualmente cervellotiche le cifre sull’andamento del debito: stimato dal Governo al 135,7 per cento e dalla Commissione europea al 136,2 per cento del Pil, contro un valore certificato da Istat e Banca d’Italia del 134,8 per cento. Tutto bene quel che finisce bene, si potrebbe dire. Il volto arcigno dei nostri controllori, istillando un timore reverenziale, ha costretto le cicale italiane a divenire un po’ formiche. E, in effetti, il valore dell’indebitamento è il più basso degli ultimi 4 anni: in precedenza sempre abbondantemente superiore al 2 per cento.

Sarebbe bello aver raggiunto un simile obbiettivo senza essere stati costretti a pagare dazio. Ma purtroppo così non è stato. Alla stretta finanziaria ha infatti corrisposto una brusca frenata produttiva, con una striminzita crescita del Pil (appena lo 0,3 per cento) che è risultata essere la più bassa dal 2014. Il trade off, come dicono gli economisti, vale a dire il rapporto inverso tra le due quantità, risulta quindi evidente. Migliora la finanza pubblica italiana, peggiora la vita reale di tutti gli italiani. Meglio o peggio?, spetta al giudizio di ciascuno. Interessante è vedere come si è giunti a questi risultati. Che sembrano essere stati conseguiti soprattutto del 4 trimestre dell’anno. Purtroppo i dati saranno noti solo in seguito e quindi si può solo tentare qualche supposizione. Sta comunque il fatto che nei primi tre trimestri dell’anno le differenze, in termini di deficit, erano state minime: 43,7 miliardi nel 2018, 42,5 nel 2019. Con uno scarto di circa 1,3 miliardi, contro gli oltre 9,6 contabilizzati a fine anno.

Il sospetto è che vi siano state se non proprio delle manovre, almeno degli accorgimenti. Specie sul fronte fiscale. Un possibile ritardo nei rimborsi, ad esempio, potrebbe spiegare il forte aumento delle entrate tributarie (più di 8 miliardi rispetto all’anno precedente di imposte dirette). Comunque sia e mettendo un freno ai cattivi pensieri, il forte tiraggio delle imposte e dei contributi è stato più che consistente. La pressione fiscale infatti che, negli anni passati era diminuita, torna ad aumentare di uno 0,5 per cento di Pil, raggiungendo quota 42,4 per cento del Pil. La più alta nel quinquennio. Ecco quindi, almeno in apparenza, spiegata la migliore performance dell’indebitamento e quindi del debito.

In apparenza si diceva. In effetti il contributo delle maggiori entrate è stato molto più rilevante. Imposte dirette ed indirette, nonché i contributi sociali, sono aumentate di quasi 23 miliardi: pari a poco più dell’1,1 per cento del Pil. La minore spesa per interessi è stata pari, invece, a 4,3 miliardi. Le maggiori risorse a disposizione del sistema sono derivate pertanto, per l’84 per cento da maggiori imposte e per il 16 per cento, dalle minori richieste del mercato nel momento della sottoscrizione di nuovi titoli del debito pubblico. Sul fronte dell’impiego, invece: quasi 18 miliardi se ne sono andati per far fronte a maggiori spese (65 per cento del totale), mentre solo 9,5 miliardi (il 35 per cento del complesso) sono state utilizzate per ridurre il disavanzo rispetto all’anno precedente.

Il quadro che emerge dai dati è evidente. L’intermediazione dello Stato è ulteriormente aumentata. Meno che negli esercizi passati, ma comunque con un segno “più”. Per fortuna le spese sono state leggermente contenute rispetto alle risorse disponibili, ma la prevalenza di quelle correnti (ben 15,6 miliardi al netto degli interessi) sono ancora eccessive, rispetto ad una spesa in conto capitale cresciuta solo di 2,1 miliardi. Nonostante il gran parlare della necessità di un rilancio degli investimenti (green o black conta poco) che non si riesce a concretizzare. Contraddizione che dovrebbe far riflettere. Vista la contropartita: un prelievo fiscale che, come si è detto, cresce dell’1,1 per cento del Pil, a fronte di una maggiore spesa in conto capitale che ne rappresenta meno di un decimo (0,1 per cento del Pil). E che motiva una diversa politica economica: più centrata sul taglio delle imposte per favorire tutti gli investimenti (pubblici e privati), piuttosto che solo quelli che competono allo Stato.

C’è infine da soffermarsi sui risparmi nella spesa per interessi: dovuta soprattutto al bazooka di Mario Draghi, ma anche alla maggiore sobrietà con cui è stato affrontato il discorso sull’euro e sull’Europa. Messe da parte le sparate sui minibot e quant’altro, il mercato si è calmato. Gli spread sono diminuiti e di conseguenza si sono risparmiati quei 4 miliardi che potevano forse essere spesi meglio, ma che comunque sono entrati nelle casse dello Stato.

Da qui una morale evidente. Il problema vero non è quello di scassare tutto, come vorrebbero taluni. Proposta al tempo stesso suicida e velleitaria. L’obiettivo è quello di svegliare i tanti sonnambuli che si aggirano nelle diverse capitali europee. Occorre aprire loro gli occhi. Ma per farlo occorre sobrietà e rigore. La capacità cioè di dimostrare che il rispetto di regole ormai desuete sta producendo dei piccoli disastri.

Un segnale forte in questa direzione è già venuto dalla Brexit. Bisognerebbe farne tesoro, per evitare che alla fine l’intera Unione europea non si restringa, fino a scomparire: per dar luogo ad una realtà non più larga di un paio di Stati americani. O, se si preferisce, di due sole province cinesi.

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