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Vi spiego i veri nodi della crisi di governo

Programma Gualtieri

L’attuale assetto di governo è adeguato di fronte alla drammatica situazione del Paese? E’ questa la domanda clou da porsi per comprendere la crisi di governo che squassa l’esecutivo Conte. L’analisi di Gianfranco Polillo

La politica si interroga sugli esiti di una crisi che ai più sembra indecifrabile. Figlia di un’impuntatura o di un eccesso di protagonismo, come molti erroneamente ritengono, memori delle vicende che portarono alla fine del Governo Renzi. Eppure la spiegazione più logica – basta vederla – e lì a portata di mano. In discussione è l’adeguatezza o meno dell’assetto di governo di fronte alla drammatica situazione del Paese. Valutazione che, purtroppo, non si presta a giudizi definitivi: perché il peggio o il meglio è tutto da vedere. E quando lo si vedrà non ci sarà più nulla da fare.

Questo è un sentimento più che diffuso. Basta guardarsi intorno. Senza dover necessariamente tenere a mente la distinzione, fatta da Mario Draghi, sul “debito buono” e quello cattivo. Preoccupazione che nessun membro del Governo, salva la pattuglia di Italia Viva, sembra aver fatta propria. Nella testa di professionisti e singoli imprenditori, tuttavia, l’interrogativo è lo stesso ed alimenta il grande rovello. Ma alla fine chi pagherà? La pioggia di pubblico denaro di quest’ultimo anno sarà stata solo un vuoto a perdere o avrà contribuito a rendere meno labili le basi produttive del Paese?

Interrogativi più che legittimi se si considera che, in un anno, il Governo ha impegnato una somma che è pari quasi all’importo complessivo del Recovery Fund. Sebbene quest’ultimo intervento abbia una dimensione pluriennale. Soprattutto se non si chiudono gli occhi sulle sue intrinseche – si fa per dire – qualità. Piano, per altro, più volte rimaneggiato, proprio per tener conto delle critiche di Italia Viva, ma ancora ben lungi dall’avere raggiunto quella qualità che pure sarebbe necessaria.

Nelle migliori delle ipotesi, il Governo ha seguito pedantemente le “Linee guida”, varate dalla Commissione europea. Uno schema di carattere generale che mal si amalgama con la specificità della realtà italiana. E di conseguenza non riesce ad aggredire i suoi punti di effettiva debolezza, né far leva sui suoi elementi di forza. Per contribuire a determinare quel maggiore sviluppo, che è l’unica chiave che può consentire di ripagare, senza traumi eccessivi, quel debito che, nel frattempo, è aumentato a dismisura.

Nelle peggiori delle ipotesi, invece, l’articolazione del Piano riflette, con fin troppa precisione, i rapporti di forza tra gli alleati di Governo. Ed all’interno della compagine governativa il peso dei singoli ministri e dei vari potentati. Questo doppio vulnus fa pendere decisamente il pendolo, se non verso il pessimismo, almeno nella direzione di un completo disincanto. Sarà, quindi, difficile scommettere ancora una volta sullo stellone italiano. Mentre in Europa già si comincia a discutere sulla necessità di un ritorno, in uno spazio di tempo ragionevole, verso una situazione di normalità finanziaria.

Se questo è il quadro, si può continuare a chiamare in causa il soggettivismo dei singoli protagonisti, per spiegare l’evoluzione in atto? Rimarcare difetti e virtù, presunti o reali che siano, di ciascuno; invece di guardare a quel rapporto che dovrebbe intercorrere tra la governance e la crisi reale del Paese? Una domanda, quest’ultima, che può contribuire ad illuminare il possibile tempo che verrà. Evitando la semplificazione eccessiva secondo la quale la via sarebbe già tracciata tra una resa di Renzi, un Conte ter o elezioni anticipate.

Naturalmente ciascuna di queste ipotesi è in campo. Ma ad esse si arriverà – qualora si apra la crisi – al termine di un percorso, che presenta delle proprie variabili, che non sono scontate. Perché da quel momento in poi entrerà in scena un personaggio – il Presidente della Repubblica – finora costretto a rimanere nell’ambito un po’ sacrificato della sola moral suasion. Mentre da quel momento in poi diverrà l’artefice della crisi. Spetterà, infatti, a Sergio Mattarella conferire l’incarico, dopo aver consultato tutte le forze politiche. Potrà essere concesso allo stesso Giuseppe Conte, ma anche a qualche altro personaggio: addirittura estraneo agli attuali equilibri politici. Si vedrà.

Ma fin da ora si può dire che i più vecchi personaggi, specie quelli che hanno lanciato anatemi, non avranno più il peso di ieri. Torneranno ad essere solo una delle tessere che compone il puzzle della crisi. Ma quel che più conta è che, finalmente, si aprirà un dibattito ed un confronto che non potrà ridursi al manuale Cencelli. E che forse correggerà quegli errori, che fanno del Recovery Plan un documento più che indigesto.

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