Economia

Vi spiego come il governo può trattare con Bruxelles sulla manovra

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Il commento di Gianfranco Polillo sullo stato dei rapporti fra l’Italia e la Commissione europea

Purtroppo è un dialogo tra sordi. La risposta del governo italiano alla lettera della Commissione europea non aggiunge e toglie niente alle cose già dette e sentite nei giorni precedenti. Appare essere tutta all’interno di un’interpretazione meccanica della logica del Fiscal Compact. Come se le tavole della legge non si presentassero ad interpretazione. Ma tutto si riassumessero in un semplice numero. Che invece va letto in relazione alle sottostanti variabili congiunturali e strutturali che lo qualificano e lo motivano.

“Il Governo italiano – vi si osserva – è cosciente di aver scelto un’impostazione della politica di bilancio non in linea con le norme applicative del Patto di stabilità e crescita. È stata una decisione difficile ma necessaria alla luce del persistente ritardo nel recuperare i livelli di Pil pre crisi e delle drammatiche condizioni economiche in cui si trovano gli strati più svantaggiati della società italiana”. Esigenze che potrebbero cessare nel momento in cui “il Pil dovesse ritornare a livelli” precedenti la crisi.

Il traguardo (meglio la scommessa) è quello di recuperare il gap che ancora rimane con il 2007 (circa 5 o 6 punti di Pil), senza alcun accenno al differenziale con la media dell’Eurozona che dovrebbe rappresentare una sorta di benchmark e quindi l’orizzonte di più lungo periodo della politica economica italiana. Sano realismo o semplice diplomazia per non accentuare lo stato di disagio alimentato dagli eccessi nelle reciproche accuse?

Secondo tema: la regola del debito. Non diminuirà secondo i ritmi previsti dal Fiscal Compact. Ma diminuirà. Di quanto non è dato sapere. La lettera non fornisce ulteriori cifre. Fa quindi fede quanto già comunicato con il “Documento di bilancio”. Difficile valutarne il grado di realismo. Ad una crescita certa del deficit di bilancio, quotato nel 2,4 il primo anno e poi in diminuzione, corrisponde una crescita ipotetica del Pil nominale. Il risultato finale dipenderà pertanto dall’evoluzione di una congiuntura al momento solo astrale.

Questi sono i motivi per cui, i rilievi dell’Ufficio parlamentare del bilancio non ne hanno validato i presupposti. Nella lettera, tuttavia, si ribadisce che il Governo non era obbligato a rispettare il relativo verdetto. Unico onere del Governo, sulla base della legislazione italiana, era quello di spiegare in Parlamento “i motivi per cui si era ritenuto di confermare le previsioni contenuti nella Nota di aggiornamento”. Qualcosa di simile era capitato a Matteo Renzi, ma poi a Pier Carlo Padoan aveva consentito a modificare alcuni parametri della manovra, per recepirne le osservazioni.

Nella lettera c’è innanzitutto un’ammissione di colpa che riduce notevolmente i margini di trattativa a livello europeo. Meglio sarebbe stato proporre una diversa interpretazione dei Trattati, facendo leva sulle altre prescrizioni del Patto di stabilità. Quella necessità di combattere gli squilibri macroeconomici, in Italia particolarmente elevati. Si sarebbe così messo il dito nella principale contraddizione del Patto, il cui rispetto “senza se e senza ma” comporta, almeno per l’Italia, l’aggravamento dei suoi squilibri. E non certo il loro superamento.

Il tutto, nella considerazione che il Patto stesso, al termine dei suoi cinque anni di vigenza, è ormai scaduto. Nella prossima primavera si dovrà decidere se ed in che modo inserirlo nell’ordinamento comunitario, secondo le disposizioni del Trattato del 2012. In vista di questa scadenza era lecito affermare che le considerazioni di natura macroeconomica dovevano prevalere sul semplice quadro di carattere finanziario. Proposta che la Commissione avrebbe accettato? Forse no, ma era il modo migliore per aprire una discussione specie dopo l’inoltro del documento (“Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”) redatto da Paolo Savona e trasmesso alla stessa Commissione.

C’era, inoltre, un argomento in più. Il punto della nota con cui Moody’s aveva giustificato il suo downrating negativo, con outlook stabile. Giudizio negativo ma limitato. Quell’elenco quasi puntiglioso dei punti di forza dell’economia italiana che richiedono una politica espansiva per far fronte “al sostanziale – testuale – surplus delle partite correnti” che riflettono la “solida posizione con l’estero” dell’Italia. E che una politica deflazionistica, come quella implicita nel rispetto meccanico del Fiscal compact, avrebbe intaccato, abbassando ulteriormente il tasso di crescita già previsto dal tendenziale.

Naturalmente, poi, la manovra doveva essere conseguente. Puntare tutto su una politica per la crescita e non per la semplice redistribuzione di risorse, come invece appare evidente. Semmai prevedendo fin dall’inizio che le maggiori entrate dovute ad un tasso di crescita maggiore, rispetto al tendenziale, sarebbero state interamente destinate alle grandi riforme del welfare italiano. Sarebbe stato sufficiente prevedere fin dall’inizio un apposito fondo in cui stanziare le maggiori entrate tributarie e contributive che la crescita avrebbe recato seco. Questo invece è completamente mancato. Dando l’impressione, se non la certezza, che ancora una volta si puntava tutto sull’aumento della spesa corrente, con il pensiero recondito di far pagare il conto (il debito che è destinato ad aumentare) alle future generazioni. Con il rischio di minare la stessa stabilità finanziaria europea. Prospettiva più che ostica per tutti i Paesi dell’Unione.

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