Economia

Vi spiego come e perché l’ultimo bazooka della Bce ha fatto flop. Il corsivo di Salerno Aletta

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L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

“È come una corda, la politica monetaria”: serve solo a tirar via il cavallo dal secchio dell’acqua, quando ne ha già bevuta troppa.

Se c’è inflazione, o la speculazione sui titoli ne porta il valore alle stelle, non c’è che da alzare i tassi e chiudere il rubinetto della liquidità: hai immediatamente l’effetto restrittivo desiderato sul credito, che si fa scarso e più caro. L’economia rallenta immediatamente.

Ma al contrario, non funziona: se non ci sono le condizioni per investire, se gli imprenditori e le famiglie non se la sentono di indebitarsi, puoi offrire i prestiti anche ad interessi zero, ma è inutile.

Si vede proprio che alla Bce guardano solo i monitor dei computer con le quotazioni di tutto il possibile, ma non seguono neppure per caso la pubblicità televisiva. Avrebbero notato che cosa accade, già da mesi, nel settore dell’auto: non c’è più un mercato della vendita per contanti.

E così, la prima asta per la assegnazione di liquidità a tre anni, bandita dalla Bce, è andata pressoché deserta: sono stati assegnati poco più di un paio di miliardi di euro rispetto ai 30-40 miliardi che ci si attendeva.

Le banche dell’Eurozona non si sono presentate all’appuntamento, perché di liquidità ne hanno già fin troppa, come dimostrano i loro mostruosi depositi presso la Bce, per somme che eccedono la riserva obbligatoria.

È curioso assai, vedere come la Bce cerchi ancora, in tutti i modi, di trovare nuovi debitori. Qualcuno che prenda i soldi e scommetta sul futuro. Anche perché, sia chiaro, le banche ordinarie prestano i denari solo con garanzie consistenti, reddituali e patrimoniali. Non rischiano di certo, non prestano ad occhi chiusi.

Sono tutti in grado di spiegare in modo estremamente analitico che cosa non va nell’economia globale, con gli squilibri commerciali strutturali.

Ci sono pure i Soloni, che magnificano i rimedi necessari per aumentare la produttività, la competitività, la redditività. Sono le famose riforme strutturali, che richiedono flessibilità, mobilità e disponibilità. Bisogna entrare ed uscire dal mondo del lavoro come trottole, cambiare azienda e padrone ad ogni stagione, muoversi in giro per il mondo alla ricerca di un lavoro, senza soste. Ed accontentarsi del salario offerto, senza pretendere di più. C’è poco da fare, invece, tutti vogliono vendere ed a comprare sono sempre gli stessi e con meno soldi. Le imprese non vogliono rinunciare ai profitti, meno ancora le banche: il capitale va remunerato adeguatamente. Altrimenti, in Borsa sono dolori.

Nessuno si vuole più indebitare, neppure le banche ordinarie con le banche centrali. Figurarsi gli Stati come l’Italia, che di debito ne ha fin troppo e sta sempre appesa allo spread dell’ultima ora.

Si chiude un’era: nessuno vuole fare altri debiti. Neppure ad interessi zero.

Pressoché deserta l’asta della Bce per la liquidità a tre anni.

Floppone… il cavallo non beve più.

(estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa)

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