Economia

Vi racconto bluff e inutili strepitii di Conte su Mes e dintorni

di

Conte

Mosse, bluff e difficoltà del premier Conte tra Roma e Bruxelles. Il commento di Daniele Capezzone

(breve estratto di un articolo di Daniele Capezzone pubblicato sul quotidiano La Verità fondato e diretto da Maurizio Belpietro)

Sic transit gloria mundi. E’ repentinamente cambiato il clima intorno a Giuseppe Conte, che fa finta di battere i pugni, in videoconferenza con Bruxelles, per farsi coraggio e difendere la sua posizione sempre più fragile e traballante. Qui sta il paradosso letteralmente surreale della serata di ieri: con il premier che tenta di rivendicare come un suo successo l’esclusione dell’intervento di quel Mes che proprio lui e Roberto Gualtieri avevano chiesto nei giorni scorsi.

Ma procediamo con ordine. Ancora trentasei ore fa, Giuseppi si sentiva onnipotente: il balletto delle conferenze a reti unificate con regia e coreografia dell’onnipresente Rocco Casalino; le interviste in ginocchio degli inviati dei giornaloni per chiedergli se fosse soddisfatto dei suoi “sondaggi bulgari” e se avesse avuto il tempo di fare la spesa; e poi – appunto – quei sondaggi, talvolta forse amichevoli e pompati, che lui rilanciava feticisticamente nelle interviste, snocciolando numeri e fingendo di credere a un 62% di consenso, anzi 71%, e via lodandosi e autocelebrandosi.

A poco a poco, questo cartello di carte sta andando in crisi. La prima scossa è arrivata quando, su pressing di Matteo Salvini, il Capo dello Stato, che pure lo ha protetto oltre ogni misura, ha costretto Conte a incontrare formalmente le opposizioni e a presentarsi in Parlamento.

Ma il colpo più duro è arrivato con l’intervento di Mario Draghi sul Financial Times, che Conte ha vissuto come un incubo. Non solo per la personale autorevolezza dell’ex presidente della Bce, ma per il divario abissale tra il piccolo cabotaggio delle propostine di Conte e Gualtieri, rispetto alla franca ammissione di Draghi sul fatto che in tempi di guerra si debba fare debito pubblico, cancellare debito privato, e garantire ampia liquidità a tutti. E il solo fatto che ieri sia sceso lo spread ha cominciato a far circolare battute su un Draghi capace di abbassarlo anche solo nelle vesti di commentatore. Tutte cose che hanno fatto imbufalire l’avvocato di Volturara Appula.

Così, in uno stato di umore nerissimo, Conte si è presentato ieri in Senato, per rileggere pari pari – con poche variazioni a braccio – la stessa informativa burocraticamente illustrata la sera precedente alla Camera. Nel discorso di Conte, nessuna citazione di Draghi: una specie di rimozione, un modo per esorcizzarne l’entrata in scena. Per tutta la giornata, Conte citerà Draghi solo perché forzato e costretto dall’Ansa, che lo intercetta all’uscita da Palazzo Madama. E l’ex avvocato del popolo, ora avvocato di sé stesso, sibila: “Siamo in sintonia, serve uno shock, un’azione straordinaria”, quasi per marcare la propria autosufficienza, per far sapere che intende far da sé.

Anche sul Mes, l’ambiguità dell’atteggiamento grillino non ha aiutato il governo. Da un lato, i grillini hanno resistito alle richieste dell’opposizione di formalizzare con una risoluzione il no al ricorso al Fondo salvastati, ma dall’altra le prese di posizione fortemente contrarie al Mes di Luigi Di Maio (ieri) e del capogruppo grillino alla Camera Davide Crippa (l’altro ieri), hanno ulteriormente ristretto il margine di movimento del già tremebondo Gualtieri.

In questo stato d’animo, il premier ha atteso le 16, cioè l’inizio del Consiglio europeo in videoconferenza, come una battaglia per la sua personale sopravvivenza. Alle 19.30, l’indiscrezione veicolata da Palazzo Chigi: Conte non accetta le conclusioni. Trovatosi con le spalle al muro, il premier ha di fatto tentato l’ultima scommessa: provare a forzare nei prossimi dieci giorni, facendosi forte – pensa – dell’alleanza di altri otto stati, e della necessità di trovare un qualche compromesso tra fronte nordico e paesi mediterranei. Obiettivo? Presentare ogni eventuale millimetro in più come un suo personale successo. Ma le fragilità del premier sono ormai evidenti a tutti, tranne che nella metaforica sala degli specchi allestita intorno a lui a Palazzo Chigi.

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