Economia

Verità e bugie (economiche) sul calcio

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Il cuore del problema per il calcio è il disastro economico dei club. E pure le norme che regolano il settore. Il corsivo di Tullio Fazzolari

La storia è finita, le chiacchiere purtroppo no.

Da una settimana la Superlega è morta e sepolta senza onorata sepoltura anche perché non piaceva quasi a nessuno. Ma pretestuosamente se ne continua a parlare.

Il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, si ostina a ribadire quotidianamente i pregi della Superlega. E di conseguenza quello della Uefa, Aleksander Ceferin, è puntualmente costretto a ribadire che la Superlega è il male assoluto.

In questa pantomima, che detto fra noi ha un po’ stufato, le uniche perle di saggezza sono arrivate da quelli che il calcio lo vivono per mestiere e, in particolare, dagli allenatori: da Guardiola a Klopp, da Pirlo a Conte. Poche parole in cui hanno detto: la Superlega faceva schifo ma adesso anche l’Uefa deve fare una riflessione.

Il cuore del problema non è il gioco ma il disastro economico dei club e anche le norme che regolano il settore. La pandemia ha dato il colpo di grazia ma debiti e perdite di bilancio c’erano già. Il fair play finanziario con cui l’Uefa contava di rimettere sui binari la gestione delle società di calcio era ineccepibile ma ha funzionato solo in parte. Non prevedeva sanzioni efficaci contro i trasgressori. E non prendeva in considerazione la giungla che soffoca i club: nessun tetto agli ingaggi, nessun limite di spesa per un acquisto, nessuna regola per arginare lo strapotere dei procuratori.

Senza preoccuparsi della voragine dei costi, Perez e soci hanno pensato di sfangarla aumentando i ricavi a danno della storica Champions League. Non solo era una mossa arrogante ma era anche sbagliata dal punto di vista economico. I soldi della Champions (cioè i ricavi dalla vendita dei diritti tv) sono scesi nell’ultima stagione a 3 miliardi di euro contro i 3,8 di quella precedente. Il calo è senz’altro dovuto alla pandemia. Gli spettatori ci sono ma è diminuito l’interesse degli investitori pubblicitari. In America (o forse su un altro pianeta) l’NBA incassa 8 miliardi pur avendo solo metà del pubblico della Champions. E la NFL che ne ha appena un terzo supera addirittura i 10 miliardi. Basta guardare un superbowl per chiedersi se la scenografia del calcio europeo non sia da rinnovare. Non serviva la Superlega ma forse serve una nuova Champions. A meno che non si voglia vivere di stenti…

Perché alla fine, a ben vedere, di spiccioli si tratta. Alla marea di squadre che hanno partecipato alla competizione l’Uefa ha girato poco meno di due miliardi in base a un meccanismo complesso che prevede premi per il passaggio di turno, le vittorie e i pareggi. Singolare, per esempio, che il Bayern che ha vinto la finale abbia ricevuto meno del PSG che l’ha persa. Ma un dato colpisce più degli altri. L’Atalanta che in Europa ha fatto meraviglie ha percepito 40 milioni. Più o meno la stessa cifra che può incassare ogni volta che vende uno dei suoi giovani talenti. E se l’Atalanta è oggi una delle rare società economicamente sane non è per la Champions ma perché ha una gestione intelligente.

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