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Unipol, ecco perché volano polizze fra dipendenti e Cimbri

Unipol

Che cosa succede sullo smart working nel gruppo Unipol? Fatti e tensioni. L’articolo di Emanuela Rossi

Un ritorno in ufficio che promette fuochi d’artificio. Tra pochi giorni, esattamente il 4 novembre, per i dipendenti di Unipol finirà lo smart working ma la decisione non ha riscosso grande successo fra i lavoratori e fra i sindacati di categoria che – dopo aver manifestato il proprio dissenso con comunicati e con scioperi – minacciano nuovamente di far incrociare le braccia ai propri iscritti. Ma vediamo cosa sta accadendo.

COS’HA DECISO UNIPOL SULLA FINE DELLO SMART WORKING

Come si diceva, è questione di giorni per il rientro al lavoro in presenza. Una decisione, secondo Fisac Cgil che ha annunciato la novità, che denota come la società sia “noncurante del rischio per la salute dei propri dipendenti”. Il gruppo guidato da Carlo Cimbri, accusa l’organizzazione sindacale, “ha messo tutti davanti al fatto compiuto, rappresentando la decisione unilateralmente assunta: il 4 novembre si rientra tutti, così è deciso e non c’è nulla di cui discutere”. Secondo quanto riferito dall’organizzazione sindacale, è stato il nuovo responsabile delle Relazioni industriali a dettare i tempi del cambio di scenario che sarebbe stato comunicato durante un incontro con le sigle di settore: dunque fino al 3 novembre viene prorogata l’attuale modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, ossia per gran parte in smart working, con obbligo di Green Pass – come stabilito dal decreto n. 127 del 21 settembre – dal 15 ottobre per accedere alle sedi aziendali, e dal 4 novembre rientro in ufficio per tutti i lavoratori per l’intera settimana, ad eccezione dei lavoratori “fragili”.

VERSO LO SCIOPERO AL RIENTRO

Tutti i sindacati di settore, perciò, hanno deciso di “chiamare alle armi” i propri iscritti tramite un comunicato unitario. All’indomani di una nota da parte della compagnia assicurativa che – secondo First Cisl, Fisac Cgil, Fna, Snfia e Uilca Uil – “ha certificato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la deriva autoritaria in atto e ha evidenziato una modalità di relazioni industriali totalmente unilaterale, insensibile alle esigenze di migliaia di lavoratrici e lavoratori” tutto il sindacato “si oppone a questa scellerata politica aziendale che segna un profondo arretramento nelle dinamiche di confronto sindacale che da sempre caratterizzano il settore”. Dunque, di fronte “all’ingiustificato comportamento punitivo intrapreso dai vertici del Gruppo Unipol, tutte le sigle sindacali chiamano alla mobilitazione” per il 4 novembre e promettono, dal giorno dopo, “assemblee per decidere come proseguire”.

In questa situazione già caotica ci si mettono pure i rappresentanti dei lavoratori della sicurezza che accusano Unipol per la “mancata preventiva condivisione” del piano di rientro in ufficio. In sostanza, è l’accusa, la compagnia ha disatteso “quanto previsto dai protocolli nazionale e di settore, recepiti dai vari Dpcm”. In particolare, spiegano, “la procedura di condivisione del protocollo di sicurezza contro il rischio di contagio da Covid si è interrotta con la comunicazione unilaterale dell’azienda di voler procedere nei termini e nelle modalità non condivise e che non riteniamo sufficientemente tutelanti ‘’intera popolazione lavorativa del Gruppo”.

Per questo ritengono di “non proseguire con una funzione meramente notarile del ruolo” e mancando “tutti i presupposti per un’accettazione” del documento aziendale sul rientro, i lavoratori della sicurezza si riservano “di agire secondo quanto previsto dalla legislazione vigente in tutte le sedi opportune, nel caso del verificarsi di eventi che mettono a rischio la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori”.

LO SCIOPERO INDETTO DALLA UILCA

Già nei giorni scorsi i lavoratori di Unipol avevano incrociato le braccia. In particolare gli iscritti alla Uilca che ha indetto uno sciopero di cinque ore il 22 ottobre scorso per “rivendicare il rientro in sicurezza” tramite – ad esempio – la garanzia sull’agibilità di tutti gli stabili, il rispetto del distanziamento sociale negli uffici, le sanificazioni, un sistema di areazione adeguato alla situazione attuale e un accordo strutturale sullo smart working che tenga conto tra l’altro della volontarietà, dei fragili, della genitorialità, dei caregiver e della disconnessione.

L’APPELLO AL PRESIDENTE STEFANINI DEL SINDACATO SNFIA

Sempre in questo periodo c’è stato pure chi si è rivolto direttamente ai vertici della compagnia assicurativa come il sindacato Snfia che ha scritto una lettera a Pierluigi Stefanini, presidente del Gruppo Unipol e vice presidente della controllata UnipolSai Assicurazioni ma soprattutto – e in questa veste gli si rivolge l’organizzazione sindacale – della Fondazione Unipolis. “Non riconosciamo più l’azienda per cui da anni lavoriamo” ha esordito il Coordinamento Snfia del Gruppo Unipol. “Chiediamo a Lei, signor presidente, un intervento per riportare l’impianto valoriale del Gruppo Unipol al centro dell’attività del Gruppo, augurandoci che la Carta dei valori possa contribuire a far rivedere certe impostazioni ispirando maggiore coerenza tra valori ricercati e azioni programmate nei confronti degli stakeholder, in particolare dei dipendenti e delle loro famiglie”. Il “prezioso intervento” di Stefanini, si legge ancora, serve per “realizzare una modalità di rientro più agile, sicura e di buonsenso, in cui si possa prevedere una soluzione integrata

tra giorni in presenza e giorni in smart working”, tema su cui Snfia ha chiesto un confronto in passato “proprio per rafforzare, anche in tempi normali, quello spirito di appartenenza”. Nella lettera a Stefanini il sindacato si è detto molto preoccupato per la decisione del rientro al lavoro in presenza in quanto avviene con “una modalità noncurante dello stato di emergenza, tuttora vigente per tutto il 2021, con disposizioni previste a tutela della salute e per la sicurezza anti-contagio dei dipendenti che temiamo possano in taluni casi rivelarsi di critica attuabilità. Siamo inoltre sconfortati nel constatare il venir meno di quella lungimiranza nel condividere una fase di rientro graduale ed equilibrato, in grado di contemperare norme sanitarie ad esigenze di business con esigenze personali e familiari dei dipendenti”.

COSA SUCCEDE IN AXA

Nel frattempo occorre invece registrare una posizione ben diversa assunta dal gruppo assicurativo francese Axa che di recente ha siglato un addendum all’accordo del 16 luglio scorso sullo smart working insieme a First, Fisac, Fna, Snfia e Uilca. Con quest’accordo, si legge in una nota sindacale unitaria, si dà ai dipendenti “la possibilità di svolgere la propria attività lavorativa in modalità agile, al fine di ridurre al minimo i rischi sulla salute, garantendo un migliore equilibrio del rapporto attività lavorativa/vita privata” fino al 31 dicembre prossimo, quando scadrà l’attuale stato d’emergenza. Inoltre “è stata prevista la prosecuzione del monitoraggio settimanale all’interno dell’Osservatorio Covid, sullo svolgimento dell’attività in presenza nelle sedi aziendali oltre a verificare ogni eventuale variazione della situazione pandemica. Abbiamo inoltre concordato la possibilità, in deroga a quanto disciplinato e su base esclusivamente volontaria, di ulteriore accesso alle sedi oltre il singolo giorno di rientro settimanale, subordinato al possesso del green pass, all’affluenza negli uffici ed alle altre disposizioni di sicurezza previste”.

Occorre ricordare che in Italia Axa ha avviato programmi di smart working nel 201 e che durante la pandemia ha accelerato la transizione. Entro fine 2021 il 70% dei dipendenti del gruppo adotterà un modello ibrido, scegliendo su base volontaria se andare in ufficio oppure lavorare a distanza.

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