Economia

Ubi Banca, che si dice sull’Ops di Intesa Sanpaolo

di

Intesa Sanpaolo semestre

Posizione e rilievi dei proxy advisor Iss e Glass Lewis su Intesa Sanpaolo in vista dell’assemblea del gruppo guidato da Messina per il varo dell’aumento di capitale per l’acquisizione di Ubi Banca

Conto alla rovescia per Intesa Sanpaolo che a fine mese, a porte chiuse, è chiamata a riunirsi in assemblea. All’ordine del giorno dell’assise, lunedì 27 aprile, l’approvazione del bilancio dell’esercizio 2019 e il varo dell’aumento di capitale per l’acquisizione di Ubi Banca. L’Offerta pubblica (Ops) è stata lanciata il 17 febbraio scorso e prevede lo scambio di 17 azioni proprie di Intesa ogni 10 azioni di Ubi che viene valorizzata 4,9 miliardi con un premio del 28% sui valori fatti registrare dal titolo Ubi venerdì 14 febbraio alla chiusura di Borsa.

Intanto a favore dell’aumento di capitale, pur con qualche riserva e altrettanti dubbi, si sono dichiarati i due proxy advisor Iss e Glass Lewis.

L’OPINIONE DEI PROXY E I  PUNTI A FAVORE DELL’OPERAZIONE

Iss e Glass Lewis, le cui indicazioni di voto – come rileva l’Ansa – sono di solito seguite da parecchi investitori istituzionali, hanno suggerito di votare a favore dell’aumento di capitale che serve all’Ops su Ubi Banca. “L’acquisizione è chiaramente accrescitiva per Intesa e ha un forte razionale strategico” secondo Iss mentre per Glass Lewis si tratta di un’operazione “convincente sia
finanziariamente che strategicamente” e che consente di raggiungere “una dimensione più grande, risparmi di costi, espansione geografica e una più alta capacità di prestiti come pure di migliorare le competenze tecnologiche e di offerta di prodotti”. Inoltre, sempre secondo Glass Lewis, l’Ops di Intesa è “un modo efficace” per resistere a “un contesto di tassi bassi che produce margini di intermediazione bassi, di aggravi collegati al mantenimento dei requisiti regolatori e di incertezze nell’economia”.

I RISCHI LEGATI ALL’EMERGENZA CORONAVIRUS

Dopo la parte positiva i due proxy advisor puntano però l’attenzione anche sulla situazione attuale. Iss, ad esempio, esprime un supporto “condizionato” all’operazione” e rileva alcuni rischi collegati allo scoppio della pandemia, alla presenza di un agguerrito gruppo di azionisti di Ubi che si dicono contrari all’acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo e alla possibilità che non si ottengano i 730 milioni di euro di sinergie ipotizzate da Ca’ de Sass.

Insomma, secondo Iss il Covid-19 “pone una nuova sfida” e pure se “la transazione è piccola si chiuderebbe solo nella seconda metà dell’anno (dando a Intesa tempo di cambiare le sue intenzioni se le condizioni del mercato lo giustifichino), comporterebbe comunque il rischio di distrarre l’attenzione del management in una fase critica”.

A dar da pensare, secondo il proxy, è pure il timore che il gruppo guidato da Carlo Messina non sia in grado di “raggiungere la soglia del 95% necessaria a liquidare le minoranze e perciò raggiungere il pieno livello di sinergie cercate”. Infine, uno sguardo anche a Bper che dovrà sostenere un aumento di capitale per partecipare all’operazione e acquistare gli sportelli che Intesa Sanpaolo è chiamato a cedere per ragioni antitrust. Si tratta, per Iss, di “rischi aggiuntivi” stanti le “attuali condizioni di mercato”.

Pure Glass Lewis ritiene che il “nuovo scenario economico” che emergerà con la pandemia potrebbe impedire di raggiungere 730 milioni di euro di sinergie “tuttavia non vediamo alcuna ragione per indicare che la società non sia in grado, come minimo, di realizzare le sinergie di costo” grazie alle quali “limitare in parte il probabile calo dei ricavi”.

IL NO DEI SOCI DI UBI BANCA

Intanto l’8 aprile scorso si è svolta l’assemblea dell’istituto di credito lombardo che ha approvato il bilancio d’esercizio 2019. Due giorni prima il Comitato azionisti di riferimento, cui aderiscono le Fondazioni Banca del Monte di Lombardia (3,9%) e Fondazione Cr Cuneo (5,9%) e diverse famiglie di imprenditori lombardi come i Gussalli Beretta, i Bombassei e i Bosatelli e che ha in pancia il 18,98% del capitale, ha ribadito con una nota ufficiale il suo no all’Ops di Intesa Sanpaolo, “consapevole della valenza dei progetti di aggregazione bancaria tesi a formare realtà di maggiori dimensioni”. Secondo il Car vanno invece “privilegiati quelli in grado di creare valore per il sistema e aumentare la pluralità e la concorrenza sul mercato, anziché diminuirle. Il Car – ha sottolineato a scanso di equivoci – è altrettanto consapevole che Ubi Banca è “solida, patrimonializzata, ben posizionata e radicata nelle zone più produttive del Paese, dinamica, con buoni progetti di sviluppo e dotata di un management e di risorse umane di qualità”. Conferma perciò di ritenere “inaccettabile” l’offerta del gruppo guidato da Carlo Messina “a maggior ragione alla luce dell’emergenza in atto”.

Contro il merger il Car, che teme una perdita di autonomia così come gli altri contrari all’operazione, si era espresso fin dall’inizio definendo senza mezzi termini “ostile” l’offerta di scambio. Anche il bergamasco Patto dei Mille (1,6%) ha manifestato il proprio dissenso perché verrebbe sottovalutato “significativamente” il valore intrinseco del titolo Ubi mentre nessuna posizione, formalmente, è stata espressa dal bresciano Sindacato Azionisti (8,5%) tra le cui fila si annovera il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli.

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