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Tutto su Giancarlo Giorgetti, il bocconiano leghista al ministero dello Sviluppo economico

Lega Salvini

Profilo, ruolo e strategie di Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, ministro dello Sviluppo economico nel governo Draghi

 

Quello che Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega, aveva definito con la cronista, pochi giorni prima del drammatico lockdown della scorsa primavera “più che il Conte 2 il “Casalino 1”  ne esce seccamente sconfitto.

Giorgetti, ora neo ministro dello Sviluppo economico del governo Draghi, già quella mattina di marzo prevedeva una inadeguata risposta all’emergenza Covid e contemporaneamente a quella economica, altrettanto drammatica, che ne sarebbe derivata.

Quasi si mise le mani nei capelli, Gorgetti, pensando al futuro quella mattina alla buvette di Montecitorio, in una Camera dei deputati dove il Transatlantico pochi giorni dopo sarebbe stato transennato e reso off limits per i cronisti, causa pandemia. Profezia purtroppo avveratasi.

Il fatto che il “professorino” bocconiano di Cazzago Brabbia (Varese), figlio di pescatori, ora sia andato alla guida di un ministero strategico come il Mise è la plastica dimostrazione di quanto purtroppo avesse ragione.

Il Mise non è un ministero qualsiasi, non a caso andò a dirigerlo l’allora capo pentastellato Luigi Di Maio dopo la netta vittoria dei Cinque Stelle come singolo partito alle ultime elezioni politiche del 2018. Ovvero, sempre quelle sulla base delle quali Mario Draghi ha comunque dovuto, per forza di numeri, fare la sua “quadra”.

Una ” quadra ” nella quale Matteo Salvini leader della Lega, da lui portata al “miracolo” di diventare primo partito nazionale – in base alle altre elezioni e a tutti i sondaggi – ha mostrato realpolitik.

Salvini ha rimarcato, infatti, che in ogni caso il suo partito ha portato a casa le tre cose cui teneva di più  “Imprese, turismo, ministero per la Disabilità”. E ha ammonito:” Ora tutti pancia a terra al lavoro, per aiutare e rilanciare il cuore dell’Italia”.

Anche se ovviamente dal suo punto di vista auspica che ministri come Luciana Lamorgese (Interno) e Roberto Speranza (Salute) della ex maggioranza giallo-rossa riconfermati cambino passo di marcia.

Claudio Borghi, liquidato da sempre da certo mainstream nella parte dell'”euroscettico”, conferma in vari tweet la realpolitik leghista: “Abbiamo ottenuto quello che chiedevamo e ora ce la giochiamo”.

Il baricentro di quella che può esser definita un’affermazione leghista è Giorgetti, il cosiddetto “Gianni Letta padano” della Lega di ieri e di oggi.

Il gran consigliere e diplomatico del “capitano” di oggi e del “capo” Umberto Bossi fondatore della Lega Nord. Che educò i suoi “ragazzi” alla Lega di lotta e di governo.

Il “popolano”, al tempo stesso politico raffinato, per chi ha avuto modo di conoscerlo, che, proprio per non interferire nella formazione del governo, per rispetto del presidente Draghi, ha mandato la sua “benedizione” alla scelta leghista da Gemonio, pur avvertendo Salvini di non scoprire subito tutte “le carte” sui programmi.

Bossi, fondatore e presidente a vita della Lega, pressato in questi giorni, si narra, da richieste di interviste da parte di prestigiosi giornali stranieri, non avrebbe voluto parlare in prima persona proprio per questa regola di rispetto. Ma il suo pensiero è filtrato lo stesso attraverso le parole che ha riportato il vicesindaco di Biassono (Monza), Alessio Anghileri dello strategico direttivo Lega-Brianza, il quale ha recentemente passato un’intera giornata nella casa del Senatùr.

Lega di lotta e di governo, plasticamente rappresentata dallo stesso Giorgetti, il “Richelieu padano” di tutte le segreterie leghiste. Quel Giorgetti responsabile del dicastero Esteri di via Bellerio, ritenuto il vero ispiratore, all’interno della Lega, della cosiddetta “svolta europeista”, che Salvini declina come scelta di far valere l’interesse nazionale nella Ue.

Anche se l’ex ministro dell’Interno, come lo stesso ex sottosegretario a Palazzo Chigi del governo Conte 1, giallo-verde o blu-sovranista, ha sempre detto, è un leader che in perfetto stile Via Bellerio, Milano, fa la sintesi e alla fine, dopo aver ascoltato tutti, decide sempre da solo.

La Lega è partito, come ha sottolineato Salvini, contrapponendosi alla filosofia grillina, alla quale staccò la spina sulla Tav nel tanto deriso Papeete, “della crescita felice contro la decrescita infelice”.

Il partito, ostracizzato fino all’ultimo dal vertice Pd, che però ora non solo incassa lo strategico ministero del Mise ma anche un altro Dicastero molto pesante come quello del Turismo.

Ora lo guiderà un altro bocconiano come Giorgetti. È l’economista Massimo Garavaglia, ex viceministro all’Economia del Conte 1, ex assessore regionale in Lombardia, esempio della scuola degli amministratori leghisti.

La veneta, vicina al potente “governatore” Luca Zaia, Erika Stefani guiderà quel ministero alla Disabilità per cui Salvini si era tanto speso.

Non sembra proprio una sorta di nascita in forma mascherata del Conte ter, ma piuttosto il sipario che cala, per usare le parole di Giorgetti, su quel “Casalino 1” che ha governato l’Italia fino a ieri.

Il nuovo ministro del Mise, da molti anni, fin da quando era a Montecitorio presidente della commissione Bilancio, amico personale di Draghi, quando vuole sa esser anche uomo di pungente ironia.

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