Economia

Cattolica assicurazioni, tutti i subbugli con Banco Bpm e Iccrea

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Che cosa succede in Cattolica Assicurazioni e negli accordi di bancassurance con Banco Bpm e Iccrea

 

Sembra non esserci pace a Verona, sede di Cattolica Assicurazioni. Il gruppo presieduto dal dominus Paolo Bedoni deve procedere a un aumento di capitale di 500 milioni su richiesta dell’Ivass che chiede pure un piano entro il prossimo luglio. Nel frattempo continua lo scontro con Alberto Minali, l’amministratore delegato – ex cfo di Generali – defenestrato improvvisamente il 31 ottobre scorso che si è dimesso però solo il 29 maggio. Ecco tutti i dettagli.

L’INCONTRO BEDONI-IVASS

E’ in programma lunedì 8 giugno una visita del presidente di Cattolica, Paolo Bedoni, all’Ivass, l’authority di vigilanza sulle assicurazioni. L’incontro è stato chiesto da Cattolica ed avrà ad oggetto l’assemblea del 26-27 giugno che dovrà esprimersi, oltre che sul bilancio, anche sulla revisione dello statuto proposta dal Cda, che ha trovato una sintesi con le istanze di alcuni soci scontenti dell’attuale governance. Non si può escludere che nel corso dell’incontro si parli anche della richiesta dell’Ivass di ricapitalizzare entro il 30 settembre Cattolica con 500 milioni di euro, secondo l’Ansa.

LE RICHIESTE DELL’IVASS

Il 27 maggio scorso l’Istituto di Vigilanza ha inviato una lettera al gruppo assicurativo evidenziando, come riporta una nota di Cattolica, “la situazione di solvibilità indebolita del Gruppo, della Capogruppo e di talune controllate a seguito del deterioramento dei mercati finanziari conseguente alla diffusione della pandemia da COVID-19 che ha causato, come noto, l’allargamento degli spread (in particolare sui titoli italiani), l’ulteriore calo dei tassi risk free e un marcato calo dei mercati azionari”. L’attenzione dell’Ivass si appunta soprattutto su due controllate Vita, BCC Vita e Vera Vita, che hanno presentato una stima di Solvency Ratio inferiore al minimo regolamentare e sul fatto che i Solvency Ratio del Gruppo, della Capogruppo e di altre due società controllate Danni, pur rimanendo sempre sopra i minimi regolamentari, hanno riportato dei valori al di sotto delle soglie interne di Risk Appetite Framework.

Il risultato è per l’appunto la richiesta di procedere a una ricapitalizzazione pari a 500 milioni entro l’inizio di autunno e di presentare un piano “che descriva le azioni intraprese con riferimento anche alle controllate, riguardanti in particolare il monitoraggio della posizione di solvibilità, di liquidità, oltre ad un’analisi della scelta dei limiti di Risk Appetite Framework”.

COME SI STA EVOLVENDO LO SCONTRO BEDONI-MINALI

Intanto la scorsa settimana il consiglio d’amministrazione di Cattolica Assicurazioni ha deciso di andare allo scontro frontale con l’ex ad, defenestrato il 31 ottobre 2019 ma dimessosi solo il 29 maggio scorso. Minali ha chiesto 9,6 milioni di euro di risarcimento e se in un primo momento pare che si stesse cercando un accordo transattivo, Milano Finanza riferisce che il board di Cattolica avrebbe deciso di andare fino in fondo dandogli appuntamento in Tribunale.

Il gruppo assicurativo sostiene infatti di essere stato danneggiato dall’operato di Minali e che le richieste dell’Ivass sono avvenute non solo a causa delle perdite in Borsa causa pandemia ma anche per le scelte compiute dal manager. L’esempio è quello della joint venture con Banco Bpm che ha dato vita a Vera Assicurazioni il cui Solvency II ha di recente toccato la soglia del 15% a fronte del 100% chiesto dall’Ivass. Dal conto suo, l’ex cfo di Generali sostiene di aver sempre agito nell’interesse del gruppo e che il suo licenziamento è illegittimo.

Una posizione, quella presa dal board del gruppo, che non stupisce visto che – in una nota diffusa dopo la riunione del 31 maggio – le richieste di Minali erano definite “pretese economiche da ritenersi infondate e che saranno oggetto di adeguata risposta in sede difensiva”. Peraltro si sottolineava che quanto domandato dall’ex ad non incideva “sulla legittimità della deliberazione di revoca delle deleghe operative del 31.10.2019, che non è stata oggetto di impugnazione, come pure mai sono state impugnate dal dottor Minali altre delibere consiliari riguardanti la questione”.

IL PROBLEMA DELL’INCARICO E DELLE DELEGHE A FERRARESI

Proprio in quest’ambito sarebbe arrivata un’altra richiesta da parte dell’Ivass, scrive Mf, che avrebbe contestato la nomina di Carlo Ferraresi quale amministratore delegato. Dopo l’uscita di Minali è stato infatti nominato direttore generale e poi ha ricevuto anche le deleghe da amministratore delegato ma non l’incarico. Il punto però è che Ferraresi è un dipendente di Cattolica e non un socio e dunque non potrebbe avere né incarico né deleghe da ad. Per questo occorre procedere a un cambiamento nello statuto secondo la nuova governance che sarà votata durante l’assemblea il 27 giugno.

IL RUOLO NELL’OPS DI INTESA SANPAOLO SU UBI BANCA

Cattolica Assicurazioni ha una parte anche nella vicenda che sta tenendo banco nel panorama finanziario del Paese ovvero l’Offerta pubblica di scambio lanciata il 17 febbraio scorso da Intesa Sanpaolo. Pochi giorni dopo il gruppo assicurativo ha aumentato la sua partecipazione azionaria portandola dallo 0,5% all’1%. Cattolica peraltro gravita all’interno del Comitato azionisti di riferimento in prima fila contro l’Ops.

Inoltre il gruppo presieduto da Bedoni ha in portafoglio contratti di bancassurance in partnership con Ubi Banca in scadenza a fine 2020 e su cui potrebbe aver puntato l’attenzione Carlo Cimbri, ad di Unipol Sai, alleato di Carlo Messina nella corsa alla conquista della banca lombarda. Peraltro la compagnia di Cimbri, se l’operazione andasse in porto, acquisirebbe i portafogli assicurativi dei 400-500 sportelli destinati alla controllata Bper.

Tutti guardano ora a Piazza Verdi dove è aperto un procedimento istruttorio sulla scalata di Intesa Sanpaolo per “verificare i possibili effetti sulle dinamiche concorrenziali nei mercati bancari, finanziari e assicurativi, nazionali e locali” dell’Ops di Intesa su Ubi.

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BREVE ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL SOLE 24 ORE SUGLI ACCORDI DI BANCASSURANCE:

Cattolica ha in essere ben tre accordi di bancassurance: con Ubi in Lombarda Vita, con Banco Bpm in Vera Vita e con Iccrea in Bcc Vita. Queste ultime due hanno visto la Solvency crollare al 65 e al 25%. La ragione in questo caso è strutturale, la partnership con Iccrea per esempio ha in essere molti prodotti a vita intera con garanzie sul capitale. Di qui la necessità di riempire il portafoglio di governativi. Condizione che, in una fase di spread altalenante, può essere mitigata dall’hedging. Cosa che, ha spiegato l’azienda, è stata fatta a dicembre per proteggersi dal rischio BTp in vista delle elezioni in Emilia-Romagna e di una potenziale hard-Brexit. Alcune posizioni sono state chiuse non appena superati gli eventi che le avevano generate. Risulta, tuttavia, che Cattolica abbia costituito due fondi specifici per le joint venture con Iccrea e Banco Bpm, fondi che fino a marzo hanno prodotto i risultati sperati. A metà marzo però sarebbero stati archiviati «dopo l’annuncio del pandemic QE da parte della Bce». La ragione? «L’hedging si può usare solo per periodi di tempo limitati altrimenti risulta costoso e poco efficiente». Più in generale, ha aggiunto Cattolica, «se una assicurazione crede di non potersi prendere certi rischi, allora deve cambiare asset allocation». Al momento, però, quest’ultima non è mutata. Secondo alcune fonti finanziarie, in proposito, è arrivato il momento delle scelte radicali. Vera Vita oltre al tema Solvency, è ancora al di sotto della soglia regolamentare, ha un avviamento da 400 milioni da smaltire, nel 2019 «sono stati ammortizzati 13 milioni». Bcc Vita dovrà per forza restare nel “perimetro” fino al 2022 ma tra un paio d’anni Cattolica potrebbe far valere la put e uscire dall’intesa con un vantaggio in termini di capitale e di cassa. Quanto a Lombarda Vita, che da sola vale il 30% degli utili prodotti nel ramo dal gruppo, l’accordo è stato prorogato fino al 30 giugno 2021. Nessun deconsolidamento in vista, dunque, sebbene, stando ad alcune valutazione l’addio alla jv potrebbe valere fino a 250 milioni in termini di posizione finanziaria netta e circa 8 punti di Solvency. A riguardo, Cattolica ha voluto precisare: «Solo in una situazione di stress». Qui,peraltro, si inserisce un altro tema, quello degli investimenti non legati al business assicurativo.

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