Economia

Intesa Sanpaolo-Ubi, tutte le sovrapposizioni secondo l’Antitrust

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Intesa Sanpaolo semestre

Come e perché l’Antitrust ha avviato un procedimento istruttorio sull’Ops di Intesa Sanpaolo per Ubi Banca. I numeri sulle sovrapposizioni di mercato che emergono dalla delibera del Garante e il commento di Coltorti (ex Mediobanca)

 

L’Ops (Offerta pubblica di scambio) lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca? Un’operazione che, in caso di successo cambierebbe radicalmente il panorama bancario italiano, consolidando la leadership di Intesa, che ingloberebbe il quarto gruppo nazionale, stroncandone le ambizioni di terzo polo creditizio in Italia, e porrebbe fine alla “sostanziale simmetria” con Unicredit, l’altra grande banca del Paese.

E’ quanto emerge dalla delibera con cui ieri l’Antitrust ha comunicato l’avvio di un’istruttoria per “verificare i possibili effetti sulle dinamiche concorrenziali nei mercati bancari, finanziari e assicurativi, nazionali e locali” dell’Ops di Intesa su Ubi, anche sulla scia delle “osservazioni” – una sorta di reclamo, secondo il Messaggero – che la banca guidata dall’ad, Victor Massiah, ha inviato all’Agcm.

CHE COSA SI LEGGE NELLA DELIBERA ANTITRUST SU INTESA-UBI

L’acquisizione di Ubi da parte di Intesa – si legge nella delibera del Garante del mercato e della concorrenza – è in grado di modificare “significativamente” il contesto bancario “sotto due profili”. Da un lato privando il sistema “di un operatore di medie dimensioni quale Ubi, che in un futuro non remoto avrebbe potuto fungere da polo di aggregazione, costituendo un terzo gruppo bancario di grandi dimensioni” a fianco di Intesa e Unicredit. Dall’altro facendo venir meno “la sostanziale simmetria” fra Intesa e Unicredit, con “l’importante di crescita” della prima. E’ quanto rileva l’antitrust.

LE RICADUTE COMMERCIALI SECONDO AGCM

“Per entrambi i profili, nella fase istruttoria, sarà possibile fare considerazioni prospettiche in termini di ricadute concorrenziali”, si legge nel provvedimento con cui l’Authority per la tutela concorrenza delibera l’avvio dell’istruttoria sulla possibile concentrazione tra Intesa e Ubi.

I SETTORI INTERESSATI

L’Antitrust rileva come “l’operazione in esame interessa una pluralità di mercati ricompresi nei settori bancario tradizionale, del risparmio gestito, del risparmio amministrato, del credito al consumo, del leasing, del factoring e degli strumenti di pagamento, dell’investment banking e assicurativo”.

L’AZIONE DELLA GDF

Il Garante ieri ha comunicato l’avvio di un’istruttoria allo scopo di “verificare i possibili effetti sulle dinamiche concorrenziali nei mercati bancari, finanziari e assicurativi, nazionali e locali”, dopo che in giornata aveva inviato gli uomini della Guardia di Finanza ad acquisire documentazione nelle sedi di Ca’ de Sass, Ubi e dell’advisor di Intesa, Mediobanca.

LA TEMPISTICA

Il procedimento dovrà concludersi nel termine massimo di 60 giorni lavorativi, dunque entro fine luglio. Solo allora, e in presenza delle autorizzazioni delle altre authority coinvolte, la Consob potrà dare disco verde alla pubblicazione del prospetto sul quale dovrà poi esprimersi formalmente il cda di Ubi con il comunicato dell’emittente. Possibile dunque che l’offerta richieda più tempo di quanto preventivato da Intesa che, come dichiarato anche recentemente dal ceo Carlo Messina, si era detta fiduciosa “di completare l’offerta entro agosto 2020”.

LE QUOTE DI MERCATO

Rilevanti i numeri indicati dal Garante frutto della fusione nei settori degli impieghi. Ecco 4 brani salienti

“In particolare, con riferimento al mercato degli impieghi alle famiglie consumatrici, nelle province di Monza-Brianza, Viterbo, Teramo, Cosenza, Como, Taranto, Campobasso, Terni, Aosta, Avellino, Perugia, Alessandria, Imperia, Arezzo, Vibo Valentia, Napoli, Potenza, Savona e Matera la quota post-merger di ISP sarà compresa tra il 35% e il 40%; nelle province di Macerata, Isernia, Ancona, Chieti, Reggio Calabria, Barletta-Andria-Trani, Novara, Prato, Brindisi, Pavia, Ascoli Piceno, Fermo, Cagliari, Caserta, Lecco, Foggia, Brescia e Bari, ad esito dell’operazione ISP verrà a detenere una quota compresa tra il 40% e il 50%; nelle province di Varese, Rieti e Bergamo ISP supererà il 50%, con punte superiori al 60% a Pesaro e Urbino e Verbano-Cusio-Ossola.

Con riguardo al mercato degli impieghi alle famiglie produttrici-imprese di piccole dimensioni, la quota post-merger sarà compresa tra il 35% e il 40% nelle province di Napoli, Pesaro e Urbino, Brindisi, Ancona, Perugia, Chieti, Barletta-Andria-Trani e Foggia; supererà il 40% nelle province di Isernia, Ascoli Piceno, Macerata, Cagliari, Pavia, Caserta, Bergamo, Reggio Calabria, Novata, Prato, Rieti e Fermo; supererà il 50% nelle province di Varese e Verbano-Cusio-Ossola.

Per quanto concerne il mercato degli impieghi alle imprese medio-grandi, esso ha dimensione territoriale valutata in prima approssimazione a livello regionale, data la maggiore mobilità di tali soggetti rispetto ai precedenti segmenti della domanda. In proposito, ISP verrà a detenere una quota postmerger significativa in diverse Regioni, posizionandosi tra il 35% e il 40% in Calabria, Sardegna, Umbria e nelle Marche, e oltre il 50% in Piemonte.

La quota aggregata delle Parti nella distribuzione dei fondi comuni di investimento, sulla base delle stime fornite da ISP, risulterà significativa in diverse province, come di seguito riportato. In particolare, la quota post-merger sarà compresa tra il 35% e il 40% nelle province di Como, Viterbo, Cuneo, Monza-Brianza, Alessandria, Catanzaro, Aosta, Rieti, Torino, Milano, Chieti e Imperia; sarà superiore al 40% nelle province di Bergamo, Varese, Novara, Prato, Verbano-Cusio-Ossola, Macerata, Pesaro e Urbino, Brindisi, Brescia, Pavia, Ancona, Arezzo e Firenze”.

IL COMMENTO DI COLTORTI

Ha scritto su Facebook Fulvio Coltorti, già direttore dell’area studi di Mediobanca: “Con molto ritardo, a me pare, l’autorità Antitrust si occupa dell’acquisizione tentata da Intesa Sanpaolo su Ubi. In Italia è fin troppo evidente la concentrazione bancaria con due gruppi, IntesaSanpaolo e Unicredit che la fanno da padroni sul sistema. La fusione in oggetto aumenterebbe ancor più questa concentrazione, creerebbe una banca (Intesa Sanpaolo) ancor più grande, contro le più elementari regole del buon governo bancario (regole che purtroppo l’ultima grande crisi del 2008 non è stata capace di insegnare nemmeno ai vigilanti, Bankitalia in testa). Il futuro non può essere di enti mastodontici, da sempre difficili da governare se è vero che non si è in grado nemmeno di restituire (come capitato a me) una piccola somma sottrattami da un bancomat difettoso. Organismi bancari troppo grandi configurano aziende propense al rischio e impossibili da far fallire. Invece; bisogna puntare su banche snelle, di media dimensione, adatte a dialogare con la nostra bella imprenditoria. Invece di fusioni, occorre puntare su “divisioni” degli organismi esistenti, che siano capaci di sviluppare se stessi e i territori nei quali operano i clienti. Banche agili, adatte anche ad applicare le nuove tecnologie. E che allontanino lo spettro dei licenziamenti in massa”.

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