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Tutti gli impatti del lavoro agile sulle donne

Lavoro Agile

L’intervento di Alessandra Servidori, docente di politiche del lavoro, componente il Consiglio d’indirizzo per l’attività programmatica in materia di coordinamento della politica economica presso la presidenza del Consiglio

La Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere (Femm) del Parlamento europeo ha realizzato uno studio in occasione della giornata dedicata alle donne SFIDE DEL LAVORO AGILE E SPECIFICO IMPATTO SULLA POPOLAZIONE FEMMINILE che ha illustrato il 3 marzo alla Camera e al Senato. Per l’8 marzo prossimo venturo ci auguriamo che il Parlamento esprima un suo parere e linee guida per ragionevolmente individuare le priorità del nostro paese. Un sintetico riassunto dello studio è il miglior modo per sostenere il nostro impegno.

Il lavoro da remoto è tradizionalmente considerato come un fattore di agevolazione dell’equilibrio tra lavoro e vita privata, essendo foriero di maggiore flessibilità oraria e spaziale e consentendo ai prestatori di lavoro la riduzione dei tempi dedicati allo spostamento ed una maggiore autonomia. A marzo 2020, con la prima ondata della pandemia da COVID-19 e la repentina introduzione di misure di isolamento sociale in funzione di tutela sanitaria, il numero dei lavoratori impegnati in attività di lavoro agile è aumentato in maniera esponenziale, ed ancora oggi a 2 anni dall’inizio continua ad essere una modalità molto usata dalle lavoratrici. Questa circostanza ha fatto emergere – in un contesto in cui la vita sociale era fortemente limitata – alcune sfide che il ricorso al lavoro agile comporta, descritte in dettaglio nel rapporto annuale sull’uguaglianza di genere nell’Unione europea per l’anno 2021 della Commissione europea. Lo svolgimento della prestazione lavorativa a distanza è stato infatti associato a specifici rischi psico-sociali, in relazione alle eventualità di maggiore intensità lavorativa, di orari più estesi di reperibilità, di incertezza dei confini tra vita professionale e familiare e di una sensazione di percepito isolamento4 . Possono quindi aver luogo forme di stress, depressione, esaurimento emotivo, burnout, ansia, ma anche difficoltà muscoloscheletriche, cefalea, stanchezza, disturbi del sonno o insonnia; sono stati anche segnalati nuovi fenomeni digitali quali il “presenteismo virtuale “, ovvero l’ansia di essere costantemente connessi con una disponibilità 24 ore su 24. Come evidenziato dal Parlamento europeo nella propria risoluzione del 21 gennaio 2021 (P9_TA(2021) 0021) sul diritto alla disconnessione tali effetti impongono ai datori di lavoro e ai sistemi di previdenza sociale un onere crescente e aumentano il rischio di violare il diritto dei lavoratori a condizioni di lavoro che rispettino la loro salute e sicurezza. Inoltre, dal punto di vista della progressione di carriera, si prospetta il rischio che il lavoratore diventi “invisibile” nella comunità di lavoro e che non abbia quindi accesso alle informazioni o a opportunità di promozione e formazione. Ancora maggiori sono risultate le sfide nel caso in cui le attività di lavoro agile abbiano avuto luogo contestualmente alla prestazione di assistenza non retribuita in un periodo caratterizzato dalla chiusura di scuole e di altre istituzioni di assistenza all’infanzia. In questo caso, l’impatto sulla popolazione femminile è stato particolarmente significativo. Il rapporto annuale sull’uguaglianza di genere nell’Unione europea per l’anno 2021 ha confermato come durante la pandemia le donne si siano fatte carico della gran parte dell’assistenza non retribuita e dei lavori domestici compreso il compito – del tutto nuovo – di supervisionare la didattica on-line. Il medesimo rapporto riporta alcuni dati, che suggeriscono come la crisi pandemica potrebbe avere accentuato il divario di genere preesistente: in media, durante la pandemia le donne dedicavano 62 ore settimanali alla cura dei bambini (contro le 36 ore degli uomini) e 23 ore settimanali ai lavori domestici (15 ore per gli uomini). Ancora, i sondaggi effettuati durante la pandemia hanno mostrato che il 29 per cento delle donne con bambini piccoli aveva difficoltà a concentrarsi sul lavoro a causa delle responsabilità familiari. Solo il 16 per cento degli uomini nella stessa situazione lamentava difficoltà analoghe. L’impatto è stato tale che alcuni osservatori temono che gli effetti della pandemia – e della crisi economica che ne è derivata – possano compromettere i progressi nell’uguaglianza di genere conseguiti negli ultimi decenni, tanto più che gli effetti della crisi sono stati più significativi nei settori che, tradizionalmente, impiegano un gran numero di forza lavoro femminile (salute, ospitalità, lavori domestici). La Commissione europea nel giugno 2021 ha pubblicato il Quadro strategico dell’UE in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro 2021- 2027: sicurezza e salute sul lavoro in un mondo del lavoro in evoluzione (COM(2021) 323). Con specifico riferimento ai rischi del benessere psicosociale che possono derivare dal lavoro da remoto a tempo pieno, la Commissione ritiene necessario “un processo articolato in diverse fasi che implichi cambiamenti nell’ambiente di lavoro”.

Oltre alla disponibilità di fondi europei dedicati (tra questi i fondi inerenti ai progetti Horizon, Magnet4Europe e Empower), si preannunciano le seguenti, principali iniziative specifiche: – l’aggiornamento, entro il 2023, del quadro legislativo in materia di salute e sicurezza sul lavoro relativo alla digitalizzazione, con la revisione della direttiva relativa alle prescrizioni minime di sicurezza e di salute per i luoghi di lavoro (direttiva 89/654/CEE del Consiglio) e della direttiva sulle attrezzature munite di videoterminali (direttiva 90/270/CEE del Consiglio); – l’avvio (anni 2023-2025), da parte dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, della campagna “Ambienti di lavoro sani e sicuri” per un futuro digitale sicuro e sano, che affronti specificamente i rischi psicosociali ed ergonomici; – la predisposizione, entro la fine del 2022, di un’iniziativa non legislativa in materia di salute mentale sul luogo di lavoro, la quale rechi orientamenti per le azioni in materia; – un seguito adeguato alla risoluzione del Parlamento europeo sul diritto alla disconnessione (sulla quale si veda oltre). Oltre ad esortare gli Stati membri ad aggiornare le legislazioni nazionali, a raccogliere dati e a monitorare la situazione, la Commissione europea ha anche invitato le parti sociali ad aggiornare, entro il 2023, gli accordi esistenti per affrontare le nuove questioni e a trovare soluzioni concordate per fare fronte alle sfide poste dal telelavoro. Anche il Parlamento europeo ha presentato proposte specifiche in due diverse risoluzioni, entrambe approvate il 21 gennaio 2021. Nella risoluzione sulla strategia dell’UE per la parità di genere ha rivolto tra l’altro: 18 1) l’invito alla Commissione europea a proporre un Care deal (patto di assistenza) per l’Europa, con l’adozione di un approccio globale nei confronti di tutte le esigenze e tutti i servizi di assistenza e la definizione di norme minime e orientamenti per la qualità dell’assistenza durante l’intero ciclo di vita, anche con riferimento ai bambini, agli anziani e alle persone con esigenze a lungo termine (par. 40); 2) l’esortazione agli Stati membri a recepire e attuare rapidamente e pienamente la direttiva sull’equilibrio tra attività professionale e vita familiare, anche con l’invito ad andare oltre le norme minime della direttiva stessa (par. 40); 3) la richiesta della predisposizione di servizi di assistenza all’infanzia e di assistenza a lungo termine, di qualità e a prezzi accessibili, che consentano – in particolare nel caso delle donne – il rientro al lavoro e che agevolino un buon equilibrio fra attività professionale e vita familiare (par. 41); 4) l’introduzione da parte degli Stati membri, per un breve periodo prestabilito, di crediti di assistenza, allo scopo di compensare le interruzioni di carriera per motivi di assistenza ai familiari, con il computo equo di tali crediti ai fini dei diritti pensionistici (par. 43); 5) la necessità di stimolare in modo significativo gli investimenti nei servizi, in particolare nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nei servizi di trasporto, per far fronte alle esigenze della popolazione e contribuire all’indipendenza, all’uguaglianza e all’emancipazione delle donne (par. 51). Nella risoluzione sul diritto alla disconnessione il Parlamento europeo ha sostenuto il diritto dei lavoratori di non svolgere al di fuori dell’orario di lavoro mansioni o comunicazioni lavorative per mezzo di strumenti digitali (telefonate, e-mail o altri messaggi). La risoluzione ha invitato la Commissione a predisporre un quadro legislativo al fine di stabilire requisiti minimi sul lavoro a distanza in tutta l’Unione e di garantire “che il telelavoro non pregiudichi le condizioni di impiego dei telelavoratori” (punto n. 14). In quest’ottica, la risoluzione contiene in allegato una proposta articolata di direttiva, che il PE chiede alla Commissione europea di fare propria; la proposta introduce “prescrizioni minime che permettano ai lavoratori di utilizzare strumenti digitali (…) e di esercitare il diritto alla disconnessione e che garantiscano il rispetto del diritto dei lavoratori alla disconnessione da parte dei datori di lavoro” (art. 1). Ciò comporta anche che i datori di lavoro istituiscano un sistema “oggettivo, affidabile e accessibile” per la misurazione della durata dell’orario di lavoro giornaliero, pur nel rispetto del diritto alla vita privata e alla tutela dei dati personali (articolo 3). La proposta contiene tra l’altro norme di tutela contro trattamenti sfavorevoli (articolo 5) e assicura il diritto di ricorso (articolo 6). Merita, inoltre, menzione il parere del Comitato economico e sociale europeo (CESE) del 21 marzo 2021 sul tema “Telelavoro e parità di genere”. Nel testo si rileva che il lavoro agile, se non supportato da un’adeguata analisi di genere, rischia di costituire non una forma di superamento delle disparità di genere esistenti, ma di inasprimento delle stesse (par. 1.3). Mettendo in luce il ruolo importante che le parti sociali possono svolgere nel promuovere il lavoro agile in una forma che contribuisca alla parità (par. 1.5), il CESE ha poi individuato alcuni prerequisiti fondamentali per un telelavoro neutro dal punto di vista del genere. Tra questi si citano: 1) l’accessibilità delle tecnologie e delle strutture e l’acquisizione di competenze e formazione digitali; 2) la disponibilità e l’accessibilità, anche economica, di infrastrutture e servizi di assistenza per bambini, persone con esigenze particolari e anziani, tramite un “care deal” per l’Europa che garantisca la prestazione di servizi di migliore qualità per tutti durante l’intero arco della vita; 3) l’attenzione a donne appartenenti a categorie sociali vulnerabili (disabili, genitrici sole, anziane, migranti, rom) o vittime di violenza; Il CESE sottolinea infine l’importanza di esaminare impatto e prerequisiti del lavoro agile in condizioni in cui la pandemia non sia l’aspetto dominante (par. 5.8). Si segnala, infine, che è stata oggetto di dibattito l’opportunità di integrare il piano di ripresa post-pandemico – adottato con il programma “Next Generation EU” – con la promozione delle attività di sostegno al settore dell’assistenza e, in generale, di quelle rilevanti ai fini dell’uguaglianza di genere . Il suddetto programma, infatti, non contempla – a differenza di quanto previsto per gli investimenti nei settori verde e digitale – una specifica quantità di risorse da destinare alle attività di assistenza all’interno dei Piani nazionali di ripresa e resilienza.

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