Economia

Tutti gli effetti malinconici del Pil fiacco sulla finanza pubblica

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Il commento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario all’Economia, su Pil, conti pubblici e bizzarre baruffe politiche…

Andiamo per ordine. Secondo Luigi Di Maio i guai dell’economia italiana sono colpa di coloro che l’hanno preceduto nell’attività di governo. Non hanno mai detto che l’Italia aveva superato la crisi del 2007. Quali siano gli elementi a suffragio di questa tesi non è dato sapere. Eppure se si sfogliano i documenti dei precedenti Governi, a partire dal Def dei vari anni, questa diagnosi appare più volte ribadita. Nel tempo siamo passati da una differenza, rispetto al reddito del 2007, di oltre 10 punti agli attuali 5. Non solo. Ma in tutte le analisi è risultato evidente che l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese che ha mancato il traguardo del possibile riallineamento. Tutti gli altri – dalla Germania, alla Francia ed alla stessa Spagna – hanno recuperato il terreno perduto e superato i livelli di reddito complessivo del 2007.

La Banca d’Italia, in particolare, nel suo Bollettino economico, nelle Relazioni annuali del Governatore, negli scritti dei suoi principali dirigenti, ha più volte rimarcato questa anomalia, fornendo cifre precise sul potenziale produttivo italiano – circa il 25 per cento – che è andato perduto. Ma, come si sa, quell’Istituto è inaffidabile, secondo il credo dei 5 stelle. Mentre il Fondo monetario internazionale è dominato da un pugno di burocrati “le cui ricette hanno prodotto povertà”: parola di Alessandro Di Battista. Ormai totalmente avvolto nel mantello della rivoluzione antimperialista. E che dire dell’Istat? I conti nazionali non sono coperti dal segreto di Stato. Ognuno, con un click, può salvarli sul proprio computer ed elaborarli come meglio crede. Ma come si dice: non c’è peggior sordo di colui che non vuole sentire.

C’è, tuttavia, un limite alla decenza. Abbondantemente superato. Non si capisce pertanto a chi si rivolga Giuseppe Conte, quando, parlando della “recessione” annunciata, esorta solennemente a non “girare la testa altrove”. Si stava forse guardando allo specchio, facendosi la barba? Solo pochi giorni fa, in quel di Davos, di fronte al fior fiore degli economisti di mezzo mondo, aveva visto una crescita, per l’anno in corso, addirittura pari all’1,5 per cento. Al diavolo le cassandre di Via XX settembre che, dopo il duro confronto con la Commissione europea, erano state costrette a scrivere, sulla Nota di variazione al Def, una percentuale ben minore: 1 per cento. Per non parlare del forecast consensus – il sentimento comune espresso da valutatori indipendenti – che prevede un tasso ancora minore. Oscillante tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento.

La stessa Istat indica che, per effetto dei dati relativi al 2018, la variazione acquisita, per l’anno in corso, è pari a meno 0,2 per cento. Ne deriva che se le cose dovessero leggermente peggiorare, com’è probabile visto il più generale rallentamento a livello europeo e mondiale, c’è forse da augurarsi che quel taglio secco delle previsioni non sia anche peggiore. Naturalmente questi dati trascurano l’effetto espansivo del “reddito di cittadinanza”: la grande arma segreta che non eliminerà certamente la povertà, ma sarà comunque un tonico per l’economia. Si vedrà se le complesse procedure richieste per la sua erogazione saranno in grado di fare il miracolo sperato. O se invece il Governo non sarà costretto a mettere in cantiere una manovra correttiva.

Giovanni Tria, il ministro dell’Economia, fa del suo meglio per scongiurare questa prospettiva. Punta su quegli investimenti, da anni finanziati, ma rimasti al palo per i vincoli di assurde procedure burocratiche, nate per frenare il rischio di corruttele. Di fatto risolte nel blocco delle opere, mentre i vari “furbetti del quartierino” continuavano a fare affari. Valga per tutti l’esempio del nuovo stadio della Roma, nella Capitale. Riusciranno i nostri eroi in questa difficile missione? Ai posteri l’ardua sentenza. Tuttavia il rischio di una possibile manovra correttiva resta incombente.

Sempre Giovanni Tria ha cercato di allontanare da sé questo calice amaro, ricorrendo alle vituperate procedure europee. Il rallentamento possibile – ha detto – non determina alcun automatismo. Il deficit strutturale, corretto per l’andamento del ciclo – quell’oggetto misterioso nato dalle alchimie dei tecnici della Commissione europea – non aumenta per effetto di una più cattiva congiuntura. Può crescere il deficit nominale. Ma esso non rileva ai fini della possibile manovra. Osservazione ineccepibile, ma solo se si resta sotto la soglia del 3 per cento. Cosa non scontata.

Il reddito di cittadinanza non desta preoccupazione. Esiste una posta di bilancio oltre la quale non si può andare. Se gli stanziamenti, com’è probabile, si dimostreranno insufficienti, basterà tirare una riga. Chi è dentro è dentro. Chi è fuori è fuori. Certo: ci potranno essere contraccolpi di natura politica. Ma questo è un altro discorso. Più problematica, “quota cento”. Il decreto appena varato garantisce il riconoscimento di “diritti soggettivi” che non possono essere negati, una volta concessi. Se le somme stanziate fossero insufficienti, dovrebbero essere comunque integrate. In questo secondo caso non aumenterebbe solo il deficit nominale, ma anche quello strutturale. Ed il rischio di una manovra correttiva diverrebbe più concreto.

C’è poi un ulteriore elemento. A dimostrazione che ogni giorno ha le sue pene. Se l’economia rallenta e con essa il tasso di inflazione, il Pil nominale risulterà essere minore di quello preventivato. La conseguenza sarà un peggioramento del rapporto debito-Pil, che invece di scendere, come programmato, potrebbe aumentare, specie se gli spread alzassero la cresta. Ed allora, in Europa, sarebbero guai. Le riserve espresse dalla Commissione non riguardavano tanto il deficit di bilancio, quanto le violazioni alla “regola del debito”. Violazioni che giustificavano il ricorso all’eventuale “procedura d’infrazione”. Insomma c’è il rischio concreto di un nuovo braccio di ferro. Che Luigi Di Maio cercherà di imputare a Matteo Renzi, a Paolo Gentiloni e via dicendo. Film già visto. Che sarebbe bene togliere dalle sale.

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