Economia

Tutti gli effetti finanziari della crisi politica fra M5s e Lega

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Il Punto di Gianfranco Polillo fra mercati e politica

Quando Sergio Mattarella, in un contesto sempre più difficile, rivendica il suo ruolo di garante della Costituzione e di vigile custode degli interessi nazionali, non fa un’affermazione retorica. Entra nel vivo di una situazione che, se non corretta in modo tempestivo, è, inevitabilmente, destinata a peggiorare drammaticamente. Con esiti che è difficile immaginare. Lo dimostra quel che sta succedendo a Bruxelles e che si riflette sugli andamenti del mercato.

Dal 25 settembre, dopo il breve rimbalzo che ha limitato solo leggermente le perdite pregresse, la borsa italiana ha ceduto un altro 10 per cento. A pagarne il prezzo maggiore sono state le banche, che hanno lasciato sul terreno oltre il 20 per cento e che, nel bene o nel male, sono il motore della nostra economia. Un’economia banco centrica, come spesso si dice. Dal relativo finanziamento dipende quel tasso di crescita che il Governo dice di voler perseguire. Ed in virtù del quale tenta di giustificare una manovra evanescente basata, in prevalenza, sulla redistribuzione di risorse che, almeno al momento, non si hanno. Una via di mezzo tra l’atto di fede e la piccola furbizia, nel presupposto che gli altri non siano in grado di comprendere.

Ancora più preoccupante l’andamento dello spread. Una crescita di 100 punti in meno di 30 giorni. Un carico aggiuntivo di interessi per il debito pubblico di oltre 2 miliardi l’anno: se tutto va bene. Ed in un solo giorno, altri 20 punti un più. Un tetto – 327 punti – che non si vedeva dal 2013. Non si può certo dire che il Governo giallo-verde risponda ad attese e preoccupazioni largamente condivise. È presto per capire se si è solo di fronte ad una fiammata degli spread o ad un’accelerazione del relativo trend, che spingerebbe le agenzie di rating al colpo finale. Quel declassamento che trasformerebbe tutti i titoli italiani in semplice “spazzatura”.

Un quadro a tinte fosche, com’è evidente. Che rende ancora più problematici i rapporti con la Commissione europea. Chiamata a verificare le coerenze interne della “manovra del popolo”, il suo responso, anche non volendo, non può che essere negativo. Difendere una politica economica che incontra l’evidente ostilità dei mercati è missione impossibile per chiunque si occupi di economia. Sarebbe come pretendere che un fisico rinneghi la validità della legge della gravità, che governa l’universo. La conseguenza è l’avvitarsi di una spirale. Il contrasto con l’Europa, prima solo potenziale ora conclamato, alimenta la risposta negativa dei mercati. E la relativa reazione spinge le istituzioni pubbliche (Commissione europea, FMI, BCE) o private (le Agenzie di rating) a rincarare la dose.

Una possibile, anche se debole, linea di difesa poteva essere la compattezza del Governo. Ma anche in questo caso siamo come una zattera in balia di un mare agitato. Nessuna meraviglia. Mercato ed istituzioni sono in sintonia. L’eventuale zoppia dell’uno si riflette sull’arrancare dell’altro. E viceversa. Semmai il problema è capire se sia nato prima l’uovo o la gallina. Se non vi sia ormai una sorte di “sindrome romana” a dominare l’orizzonte politico dei 5 stelle, anche sul piano nazionale. Destinata a riflettersi sugli equilibri di governo.

Gli ingredienti ci sono tutti: dalla debolezza programmatica ad una linea politica che è soprattutto “contro”. Si spiega quindi la diffidenza nei confronti degli Apparati, salvo poi circondarsi di strani personaggi. Marra insegna. L’insofferenza contro le Autorità indipendenti. L’Ufficio parlamentare del bilancio che la Commissione europea difende, considerando colpa grave il mancato rispetto dei relativi rilievi. Il rincorrere fantasmi – le manine che taroccano i documenti – evanescenti. E via dicendo. Quando invece si tratterebbe solo di conoscere le regole che sono alla base del nostro ordinamento giuridico. Che, naturalmente, possono essere cambiate. Ma che, nell’attesa, vanno rispettate.

Al di là di ogni altra considerazione, sembra comunque che quell’amalgama, che doveva essere alla base del contratto per il governo del cambiamento, non stia reggendo alla prova del budino. Indubbiamente troppo presto per dirlo. Ma Lega e 5 stelle fanno vedere di essere sempre più impegnati a marcare i rispettivi territori, piuttosto che a difendere quella cornice, che avrebbe dovuto dare coerenza alla loro azione complessiva. I mercati, con le loro antenne, hanno colto questa contraddizione e si sono progressivamente attrezzati, prendendo congedo. Per averne contezza, basta guardare ai dati del Target 2 che indicano i livelli di esportazione di capitale e, con essi, il grado di sfiducia nei confronti della politica governativa. Sintomo da valutare con la necessaria preoccupazione, e non con la solita scrollatina di spalle con cui Luigi e Matteo sono soliti comunicare.

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