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Tutte le franche idee del ministro Franco sul Pnrr

Economia

L’intervento del ministro dell’Economia, Daniele Franco, in Parlamento sul Pnrr analizzato da Gianfranco Polillo

È stata la sistematicità la chiave di lettura del primo intervento del Ministro dell’Economia, Daniele Franco, presso le tre Commissioni riunite Bilancio, Finanze e Affari europei del Senato. Un metodo che ha consentito di fare il punto sullo stato dell’arte, dopo le dimissioni del precedente governo. Una sorta di “due diligence” dopo le allusioni, più che le critiche esplicite, provenienti da Bruxelles. Una sorta di fuoco amico, visto che a parlare era stato più volte Paolo Gentiloni, richiamando il Governo italiano sulla necessità di accelerare. Esortazione tutt’altro che peregrina.

La deadline per la presentazione del Piano rimane il 30 aprile prossimo venturo. Poco più di 50 giorni, durante i quali mettere giù progetti per un valore pari al 52 o al 66 per cento dell’intero piano finanziario. Percentuale che oscilla a secondo si debba avere come parametro i 191,5 miliardi del totale o solo la quota del 70 per cento. In considerazione del fatto che la restante parte sarà assegnata solo nel giugno del 2022. Comunque sia, sta il fatto, che, al momento, i progetti pensati, eredità del precedente Governo, ammontano a 65 miliardi. Nelle metà circa dei 120 giorni che passano dall’approvazione del Recovery Fund, da parte del Parlamento europeo alla data ultima per la presentazione degli elaborati, lo sforzo era stato pari al 34 per cento degli stanziamenti complessivi. Non proprio fulmini di guerra, nonostante il gran parlare dei presunti successi conseguiti. Nessuna polemica da parte di Daniele Franco, ma le vedove del Governo Conte dovrebbero mostrare un contegno più misurato.

Il ragionamento del Ministro è partito da una fotografia per quanto sintetica della situazione italiana. Sullo sfondo le cose purtroppo note, ma sulle quali non si insisterà mai abbastanza, relative ad un Paese che non riesce a crescere. Che ha alle sue spalle un tasso di sviluppo sempre agli ultimi posti tra i Paesi Europei e l’aggregato più vasto dell’Ocse. Che si pianta sul terreno nei momenti di crisi. “Nel 2019 – ha ricordato il ministro – il Pil italiano era ancora di quasi 4 punti inferiore al livello del 2007”. Le cause? La “stagnazione della produttività”. Discorso che, almeno a nostro avviso, vale solo in prima approssimazione. Non spiega, ad esempio, la forza del nostro apparato industriale che, nonostante tutto, riesce e primeggiare sui mercati internazionali.

Quindi la descrizione dell’ottica con cui l’Europa guarderà all’uso dei fondi concessi. Che non solo liberi. Ma dovranno essere spesi in sei settori d’intervento: transizione verde, trasformazione digitale, occupazione e crescita intelligente, sostenibilità e inclusività, coesione sociale e territoriale, salute e resilienza e politiche next generations. Criteri talmente generali, in apparenza, da rappresentare una griglia piuttosto elastica. Se non fosse per i successivi ulteriori vincoli. Per la digitalizzazione il vincolo di spesa è pari al 20 per cento. Per un importo, quindi, pari a 38,2 miliardi (se le risorse finali risulteranno essere pari a 191,5 miliardi). Mentre per la transizione ecologica il vincolo è del 37 per cento. Per un importo pari a quasi 71 miliardi. Il vincolo di spesa complessivo risulta pertanto pari al 57 per cento del totale.

Per la verità questi limiti per l’Italia sono un po’ stretti. Non tanto per la digitalizzazione, dove i ritardi sono rilevanti. Ma specialmente nel settore energetico – passaggio alle rinnovabili – l’Italia è uno dei Paesi all’avanguardia, rispetto ai propri concorrenti. Nei dati forniti dalla stessa Commissione europea, risulta infatti che i miglioramenti in Italia erano stati considerevoli a partire dal campo delle emissioni di sostanze inquinanti. Nel 2018 era a pari passo con la Francia. Molto meglio della Spagna, seppure ancora distante dai progressi tedeschi. Nel 2005 la distanza dell’Italia dalla media europea era del 20,44 per cento, che nel 2018 si è ridotto al 7,65. Più alterno, invece, l’andamento della produzione di energia rinnovabile. Nel corso del quinquennio 2012-17 l’Italia ha prodotto di più, rispetto alla media dell’UE a 28. Poi nell’ultimo biennio 2017-18 quel rapporto si è invertito. Ed ora la distanza a favore dell’Ue a 28 è di circa 3,5 punti percentuali.

Com’è noto, sono altri i settori in cui l’Italia è ben più indietro. Specie per quanto riguarda l’occupazione (soprattutto femminile e giovanile), la R&S, l’abbandono scolastico, la formazione continua ed il rischio di esclusione e povertà, ma ormai gli orientamenti della Commissione europea sono definiti. Se c’è una colpa, questa risale al Governo Conte, che non ha saputo avere un’interlocuzione forte con Bruxelles, nella scelta dei target da conseguire. Nonostante questi limiti, occorre fare tutto il necessario per evitare di ripetere la brutta figura del cattivo utilizzo de fondi comunitari. Nell’ambito del Quadro finanziario pluriennale (QFP), (2014-2020) le risorse disponibili erano pari a 73 miliardi di euro. Ne sono state stanziati 50 e spese solo 34. Meno del 50 per cento.

Questo è l’aspetto più preoccupante. Date le maggiori difficoltà. In passato, infatti, i controlli erano molto più morbidi. Le somme venivano trasferite e sottoposte solo ad un rendiconto finale, da presentare entro i termini stabiliti. Che, a loro volta, erano spesso prorogati. In prossimità della scadenza diventava pertanto imperativo spendere il più possibile per evitare la perenzione. Vale a dire l’obbligo di restituire i soldi non spesi, che venivano assegnati ai Paesi più efficienti. Cosa che ha fatto la fortuna di Nazioni come la Spagna ed il Portogallo, ma anche di tanti Paesi dell’est europeo. Ed il più delle volte, non esistendo altri vincoli, si spendeva male, come mostrano le mille “rotonde” che punteggiano l’orizzonte di tante parti del nostro Mezzogiorno.

Oggi, invece, a parte lo start up iniziale pari al 13 per cento, le somme ulteriori saranno concesse solo dopo aver analizzato i progetti presentati. Da qui la necessità di garantire, come ha detto il Ministro Franco, il rispetto di “tre caratteristiche: realizzabilità, accountability e monitorabilità”. Obiettivi non facili da conseguire, considerando i malvezzi delle pubbliche amministrazioni del Bel Paese. Lo sforzo deve pertanto essere quello di presentare piani credibili. Progetti dotate di tutte le caratteristiche per l’immediata cantierabilità. Si tratta, come si può facilmente dedurre, soprattutto di progetti di investimento, da realizzare, al massimo, nell’arco di sei anni. Il che esclude ogni possibilità di intervento rivolto a realizzare quella riforma fiscale che rappresenta, per l’Italia, la madre di tutte le riforme.

Ma ad essa, secondo le indicazioni dello stesso Ministro, che danno corpo alle precedenti dichiarazioni del presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso del dibattito sulla fiducia, si comincerà a far fronte con la prossima legge di bilancio. È quindi auspicabile che per quella data inizi un percorso, che non potrà che essere graduale, evitando gli spot che hanno caratterizzato i tentativi degli anni precedenti. Quando era del tutto evidente che, invece di quella riforma organica di cui il Paese ha tanto bisogno, si solleticava il pelo di una parte dell’elettorato per carpirne il voto, nel segreto dell’urna.

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