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Tim, ecco i piani di governo e Cdp su Open Fiber temuti da Vivendi e Kkr

Tim Open Fiber

Che cosa sta succedendo sul dossier rete unita Tim-Open Fiber tra governo, Cdp, Vivendi e Kkr. Fatti, numeri, approfondimenti e indiscrezioni

 

Tim-Open Fiber?

“Meglio non tirare troppo il filo altrimenti si potrebbe spezzare e si andrebbe a terra”.

E’ la metafora che circola in ambienti governativi sulle tensioni relative al dossier rete unica.

E’ noto infatti che Kkr (azionista di Fibercop di Tim) e Vivendi (primo azionista di Tim) cercano di spuntare un prezzo più alto possibile per le parti della rete di Tim che confluiranno nella società per le rete unica con Open Fiber.

Ma al ministero dell’Economia, e dunque anche in Cassa depositi e prestiti, si vagheggia una mossa che stroncherebbe aspirazioni e aspettative del fondo americano e del gruppo francese: puntare tutto e solo su Open Fiber, è quello che si evince da un articolo del quotidiano Mf di oggi.

Scenario improbabile? Può darsi, ma di certo fra Palazzo Chigi, Tesoro e Cdp le posizioni di Vivendi e Kkr non sono troppo gradite, visto che tendono ad equiparare parametri e valutazioni fra le due reti – quella di Tim e quella di Open Fiber – che non sono equiparabili visto che quella della società ora controllata da Cdp e da Macquarie è tecnologicamente più avanzata.

Dice infatti un analista del settore a Startmag: “E’ improprio riferirsi a medesimi parametri valutativi per le due reti perché quella di Open Fiber è tecnologicamente superiore rispetto a quella di Tim di rame anche se ovviamente l’azionista di Tim, Vivendi, ha interesse a spuntare un valore più alto possibile per quella di Tim mentre Cdp deve contemperare le esigenze perché ha un ruolo di sistema oltre ad essere anche azionista di Open Fiber”.

Insomma, il tema più caldo al momento è proprio quello della valorizzazione degli asset, come ha ricostruito nei giorni scorsi Starmag.

“In tema di valutazione, Intermonte assegna alla rete unica un valore di circa 25 miliardi, stimando l’Enterprise value di NetCo 16.7 miliardi (FiberCop 8,2, rete primaria 7 e Sparkle 1,5 miliardi) e quello di Open Fiber 8,6 miliardi mentre Equita ha una valutazione di NetCo pari a circa 21 miliardi (5 miliardi di Equity value). Bestinver valuta NetCo 16,6 miliardi e ServCo 15,1 miliardi (9,1 miliardi EnterpriseCo, 6,1 ConsumerCo)”, ha scritto nei giorni scorsi il Sole 24 Ore.

Valutazioni, queste ultime, che restano incerte visto che non è chiaro il perimetro della Rete Tim, che potrebbe includere anche il backbone oltre alla rete d’accesso e a Sparkle, come già detto.

Per il Messaggero invece “Nel bozza del progetto si evince che l’equity value di Fibercop (rete secondaria) si potrebbe attestare a 4,7 miliardi con un enterprise value di 7,7 miliardi, mentre la rete primaria appartenente a Tim, avrebbe una valutazione tra 4 e 8 miliardi”.

“La valutazione di Open Fiber è stata di 5,3 miliardi per il patrimonio netto con in aggiunta 2 miliardi di debiti. Quindi 7,3 miliardi di enterprise value. Un multiplo, ha ricordato De Puytontaine di 29 volte. E la valutazione di 10 volte l’ebitda per Netco non regge così il confronto”, ha scritto nei giorni scorsi Il Sole 24 Ore.

Ma vari analisti hanno messo in guardia dal confronto tout court fra i due multipli. Intermonte ha scritto infatti che «prendendo a riferimento il target di ebitda al 2025 di Open Fiber di circa 780 milioni, attualizzandolo a un tasso del 6%, questo implicherebbe un multiplo di 11x pagato da Macquarie e Cdp per rilevare le quote da Of». A questo multiplo «la Netco varrebbe sui 24-25 miliardi»” aggiunge il quotidiano confindustriale.

Ma cosa ne pensa Cdp?

Partendo dalla valutazione della rete Tim a 20 miliardi  (con i 12 miliardi di debito annessi) Cdp insieme ai fondi Kkr e Macquarie dovrebbero sborsare altri 6 miliardi per finalizzare l’acquisto. “Una cifra non indifferente anche se non impossibile”, ha commentato nei giorni scorsi Repubblica.

“Ma Cdp, essendo anche azionista di Tim, potrebbe riproporre la scissione che attraverso la Borsa assegna automaticamente un valore alle due società separate. L’esborso per Cdp e fondi sarebbe inferiore e il cerino rimarrebbe in mano a Tim (e a Vivendi) che si ritroverebbe nella ServCo circa 8 miliardi di debiti e 2 di ebitda, un rapporto difficile da sostenere”, ha sottolineato Repubblica.

Tuttavia, “Vivendi con il suo 24% in Tim può esercitare un blocco che sarebbe automatico in caso di assemblea straordinaria (necessaria se si scegliesse la strada della scissione) che necessita del sì dei due terzi dei presenti. Con la vendita dell’asset non sarebbe invece necessaria un’assemblea straordinaria”, ha segnalato il Sole 24 Ore.

Ma davvero Tim potrà non far integrare la rete di rame e in fibra ottica /di Fibercop) nella società per la rete unitaria allo studio del governo e di Cdp?

Non è utile deconsolidare una parte del debito che zavorra Tim e trasferire i dipendenti (tutti o in parte) che si occupano della rete?

Sono le domande che sottendono gli umori governativi rispetto alle posizioni di Vivendi e Kkr.

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