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Tassi

Il pessimismo sui tassi di interesse è eccessivo?

Negli ultimi mesi i mercati hanno corretto al ribasso le aspettative di riduzione dei tassi d'interesse. L'analisi di Steven Bell, chief economist Emea di Columbia Threadneedle Investments.

Negli ultimi mesi, le prospettive riguardo l’entità e la tempistica dei tagli dei tassi di interesse nelle principali economie sono diventate sempre meno ottimiste. Infatti, all’inizio dell’anno i mercati prevedevano circa 60 punti base di tagli entro giugno negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell’Eurozona, mentre adesso questi numeri sono scesi rispettivamente a 6, 12 e 22 punti base.

Osservando le prospettive per i tassi di interesse, negli Stati Uniti si nota un cambiamento molto marcato al ribasso che riflette quei dati che suggeriscono che l’inflazione non è più in calo e rimane al di sopra dell’obiettivo. Un ruolo importante è giocato dall’inflazione degli affitti, attualmente quasi al 6%. Inoltre, questo effetto è amplificato dall’elevato peso che gli alloggi hanno nell’IPC statunitense, pari al 36%, un valore molto più alto che in altri paesi. Sebbene il peso degli affitti effettivi sia pari all’8%, quindi non molto diverso da quello di altri Paesi, gli Stati Uniti aggiungono il cosiddetto Owners Equivalent Rent, ovvero ciò che i proprietari di casa pagherebbero se affittassero la loro casa in autonomia. Pertanto, escludendo la componente degli affitti, l’inflazione dell’IPC è rimasta intorno al 2% negli ultimi 12 mesi. Se l’inflazione degli affitti dovesse rimanere al 6%, il resto dell’IPC dovrebbe registrare un’inflazione pari a zero per portare il totale al 2%. In realtà la Fed guarda al deflatore della spesa personale dei consumatori che ha un peso minore sui beni rifugio; tuttavia, quest’ultimo è stabile al 18%, un valore ancora troppo alto.

Alla luce di ciò, la Fed non ha intenzione di modificare nel breve termine i propri obiettivi per declassare gli affitti. Rimane comunque una speranza. In ultima analisi, gli affitti e il costo di altri servizi sono determinati dai salari con una piccola riduzione per la produttività. E l’inflazione salariale è in calo. Negli Stati Uniti esistono molti indici dei salari, i quali mostrano attualmente un andamento coerente. Il gold standard è l’indice del costo dell’occupazione, che viene pubblicato trimestralmente. Questa serie è in rallentamento da quando ha raggiunto il picco del 5% su base annua lo scorso giugno e ci aspettiamo che sia di 3 punti e che si diriga verso un tasso coerente con l’obiettivo del 2% della Fed quando il prossimo numero sarà pubblicato alla fine del mese. Sebbene si tratti di una scelta molto difficile, riteniamo che questo potrebbe dare slancio ad un taglio di un quarto di punto percentuale a giugno.

Per quanto riguarda l’Eurozona, c’è molta fiducia di un taglio dei tassi di 25 punti base a giugno, giustificato dai fondamentali e dalle parole dei membri della Bce nell’ultima riunione di aprile. Nel Regno Unito la situazione è un po’ più incerta, ma il consenso si aspetta ormai che l’inflazione raggiunga l’obiettivo del 2%, rimanendo stabile per i prossimi 12 mesi. Questo significa che la Banca d’Inghilterra probabilmente si adeguerà al taglio dei tassi della BCE. Infatti, l’inflazione salariale è in calo come negli Stati Uniti, sebbene i punti di partenza siano diversi, e non abbiamo ancora visto tutti gli effetti dell’aumento del 10% del salario minimo effettuato durante il mese di aprile.

Pertanto, riteniamo che il mercato stia mostrando un eccessivo pessimismo sui tagli. Se così dovesse effettivamente essere, ci sarebbero ottimi motivi per aspettarsi sorprese positive che creerebbero un contesto positivo per i mercati finanziari.

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