Economia

Ecco gli Stati europei che vogliono conservare i privilegi nel bilancio Ue

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Tutti i perché del mancato accordo sul bilancio Ue. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Come noto, il Consiglio Europeo straordinario del 20 e 21 febbraio, chiamato ad approvare il quadro finanziario pluriennale 2021-2027, si è risolto con un nulla di fatto. Due giorni e circa 30 ore di colloqui, non sono stati sufficienti per raggiungere un accordo tra i 27 Paesi, orfani del Regno Unito. Al termine, il Presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, ha dichiarato che è necessario più tempo per comporre gli interessi divergenti e tuttavia non ha ancora fissato una nuova data per il prosieguo delle trattative.

Ma cosa ha impedito l’accordo? Il livello di ambizione del bilancio — che si vuole vada dal contrasto al cambiamento climatico, alla difesa ed alla sicurezza, all’innovazione ed alla ricerca, ai fondi di coesione regionale ed ai sussidi agricoli — come pomposamente sostenuto dal nostro presidente Giuseppe Conte, o più prosaicamente, le divisioni su chi paga il conto?

È comprensibile che parlare di “green new deal” e di digitale permetta di riempire le piazze di giovani inebriati dalle “magnifiche sorti e progressive” che la Ue prepara per loro. È però probabile che quei giovani non sarebbero così entusiasti nel sapere che gli egoismi nazionali di alcuni Paesi, non a caso i più prosperi della UE, chiedono di non fare il passo più lungo della gamba (come ha scritto sul Financial Times il premier austriaco Sebastian Kurz) invitando i leader europei a contenere le ambizioni nei limiti delle risorse disponibili. Pare che l’uscita del Regno Unito sia qualcosa di simile all’apertura del vaso di Pandora. All’improvviso sono venuti fuori tutti i problemi ed i difetti strutturali del progetto europeo.

Dietro il paravento degli obiettivi roboanti, è infatti in corso, ormai da circa 2 anni, un durissimo braccio di ferro su somme tutto sommato modeste, tra un blocco di 5 Paesi (Germania, Olanda, Austria, Danimarca e Svezia) e tutti gli altri. Questi Paesi sono beneficiari, assieme al Regno Unito, di particolari sconti (rebates) al fine di evitare che la loro contribuzione netta sia troppo gravosa. Tali sconti furono introdotti nel 1984 a favore del Regno Unito per alleggerirlo dell’eccessivo peso dei sussidi agricoli. Gli altri 5 Stati beneficiano invece dal 2002 di una correzione nella partecipazione alla copertura di questi sconti, in pratica uno sconto sullo sconto. Sta di fatto che, grazie ad essi, quei 5 Paesi pagano contributi, in percentuale sul Reddito Nazionale Lordo, inferiori a quelli degli altri Paesi. Quindi il disaccordo non è tanto sull’entità del bilancio (1.100 o 1.250 miliardi nel settennio, con un probabile punto di caduta intorno al 1,05% del RNL) quanto sulla ripartizione del conto.

Va detto che già la Commissione Juncker ad inizio 2018 aveva proposto di eliminare del tutto questi sconti, per il semplice motivo che essi esistevano perché c’era il Regno Unito. Usciti i britannici, finiti gli sconti per tutti. La levata di scudi dei Paesi coinvolti, Germania in testa, era stata immediata. La cancelliera Angela Merkel si era lamentata che, in questo modo, la contribuzione netta della Germania sarebbe salita dai circa 15 miliardi attuali a circa 33 miliardi nel 2027, anche e soprattutto per il buco lasciato dall’uscita del Regno Unito, contributore netto per ben €69 miliardi nel settennio 2012-2018. L’Italia nello stesso periodo figura come il quarto contributore netto con €36,3 miliardi; 5,2 miliardi in media all’anno, con incassi tra 9,5 e 12,2 miliardi e versamenti tra 13,8 e 17,1 miliardi annui.

Questi sconti valgono circa €6,4 miliardi per il 2020, di cui €3,7 a beneficio della Germania. Come si vede, un’inezia rispetto alle dimensioni del Paese che però permette di sbandierare davanti ai rispettivi Parlamenti nazionali una vittoria negoziale a Bruxelles che, aldilà di tutte le dichiarazioni di solidarietà, resta sempre un capitale politico enorme. Finché il Regno Unito era nella UE, i 5 Stati, Germania in testa, avevano avuto gioco facile nel nascondersi dietro ai britannici per mantenere queste correzioni. Con la Brexit ora i 5 Paesi sono stati costretti a venire allo scoperto, piangendo miseria e povertà per mantenere inalterati questi sconti ed invocando pure tagli di spesa proprio sui capitoli, come i fondi di coesione regionale, a cui i Paesi beneficiari netti (i 4 del Patto di Visegrad in testa) annettono invece grande importanza.

Lo stallo si è manifestato in tutta la sua evidenza nell’ultimo Consiglio, dove tuttavia sono emerse novità interessanti negli equilibri tra i diversi Paesi. Abbiamo infatti appreso da fonti vicine al dossier che i 5 Paesi sono praticamente rimasti soli, con l’aggiunta di Belgio ed Irlanda, nella difesa di queste correzioni che appaiono ormai solo una questione di principio. Anche la Finlandia pare aver mollato il fronte dei “frugali” e si è unita agli altri 19 Paesi, Francia inclusa, che ne chiedevano da tempo la totale eliminazione dal 1° gennaio 2021. Siamo quindi 20 contro 7. Ma anche in quest’ultimo gruppo cominciano a delinearsi degli importanti distinguo: la Germania ha fatto trapelare delle lievi aperture verso la ricerca di un compromesso, mentre gli altri 4 Paesi insistono per beneficiare di quelle correzioni in modo permanente.

Ora, dopo il fallimento del primo round negoziale, ci si chiede fino a che punto oseranno spingersi i “frugali” nella difesa dei loro privilegi. Stanno andando verso la rottura o stanno semplicemente bluffando? La loro posizione non appare solida per almeno due motivi:

  • L’enfasi data dalla nuova Commissione Von der Leyen agli investimenti sul “green new deal” che potrebbe mettere l’intransigenza di questi Paesi in contraddizione con quanto sostenuto sul fronte interno dalle forze politiche, tra cui i Verdi, che partecipano ai rispettivi governi.
  • Se non ci fosse accordo entro dicembre 2020, la Commissione potrebbe proporre di cominciare il 2021 con gli stessi tetti di spesa del precedente piano finanziario pluriennale (una sorta di esercizio provvisorio). E questo comporterebbe per i “frugali” un aggravio di spesa.

Ma l’eventuale accordo su quanto spendere e su chi paga, non esaurisce i problemi. Poiché la Commissione ha messo al centro del bilancio il “green new deal”, si restringe inevitabilmente lo spazio per tradizionali voci di spesa come i sussidi agricoli ed i piani di coesione regionale. Inoltre, c’è poco spazio per i piani di difesa e sicurezza comune, già falcidiati nel primo giro di trattative, un’altra bandiera della nuova Commissione. Un bel tutti contro tutti, in cui deve salvare la faccia anche il Parlamento Europeo che aveva chiesto addirittura un bilancio pari al 1,3% del RNL ed ora si ritrova a dover accettare una chiusura, forse, al 1,05%, molto vicino al 1% chiesto dai “frugali”.

È questa la cruda realtà: il blocco di Paesi che, grazie alla scomparsa del rischio di rivalutazione della propria moneta, più di tutti beneficia dei vantaggi del mercato unico, tra cui anche consistenti immigrazioni di giovani qualificati dal sud Europa, ha problemi a mettere qualche spicciolo in più nel bilancio europeo. Ma questo conviene che non si sappia, altrimenti cosa ne sarà del sol dell’avvenire della rivoluzione “green”?

 

(versione integrata e aggiornata di un articolo pubblicato dal quotidiano La Verità il 26 febbraio)

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