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Sorpresona: il Corriere della Sera giavazziano e liberista pro nazionalizzazione di Tim

Arnese

Tim, Kkr, Corriere della Sera, vaccini e non solo. Pillole di rassegna stampa nei tweet di Michele Arnese, direttore di Startmag

 

IL CORRIERE DELLA SERA GIAVAZZIANO PRO NAZIONALIZZAZIONE DI TIM

Tim: il forcing di Vivendi anti Gubitosi, la mossa di Kkr e il cda straordinario

Kkr, tutto sul fondo americano che punta a Tim

ULTIMO REPORT ISS SU EFFICACIA VACCINI

 

TUMULTI SPARSI

 

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BERLUSCONI AL QUIRINALE?

 

INTESE PUZZOLENTI

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ESTRATTO DELL’EDITORIALE DEL CORRIERE DELLA SERA PRO NAZIONALIZZAZIONE DI TIM:

Un nuovo cambio di azionisti per Tim. O meglio, Telecom, anzi Telecom Italia, come venne chiamata ai tempi della privatizzazione avvenuta nel secolo scorso. La società potrebbe cambiare ancora una volta padrone.

A farsi avanti un investitore di rango come Kkr. Quello che le cronache definiscono un investitore istituzionale di primo livello. Tanto per avere un’idea è l’attuale primo azionista di Springer, il maggiore editore tedesco che recentemente ha acquistato “Politico” il sito più autorevole a Washington per un miliardo. E complessivamente amministra qualcosa come 400 miliardi.

La manifestazione di interesse avanzata nei confronti dell’azienda presieduta da Salvatore Rossi e guidata da Luigi Gubitosi potrebbe preludere all’ennesimo ingresso di un investitore estero in Telecom. Con una differenza rispetto al passato. Il governo, che dispone di speciali prerogative in caso di acquisizione di società o pezzi di società ritenute strategiche per il Paese, ha tutte le intenzioni di farle valere. A cominciare dai paletti che è pronto a mettere su quella che viene chiamata rete telefonica che ancora oggi è forse l’infrastruttura tecnologica di maggior pregio del Paese. Kkr sembrerebbe disposta a rispettare quei paletti. Ma se Vivendi dovesse organizzare con un altro fondo (Cvc) una controcordata, difficile dire se i francesi abbiano voglia di privarsi dell’attivo più importante.

Non si tratta soltanto di quella rete racchiusa nella società Sparkle, la controllata di Telecom Italia che gestisce e possiede i cavi che permettono a molti Paesi di essere connessi al web e che è la quinta infrastruttura Internet al mondo. I 600 mila chilometri di fibra sparsa per il mondo e per gli oceani di Sparkle ma anche quelli sul territorio nazionale. E’ pensabile che lo Stato torni a essere protagonista in quella che viene ritenuto come uno dei volani dello sviluppo tecnologico del Paese, vale a dire la rete di telecomunicazioni? Probabilmente sì, una sorta di rinazionalizzazione.

Certo, siamo solo alle prime battute di una partita né facile né chiara nella sua evoluzione. E il punto resta quello legato al fatto che il governo possa far rispettare le proprie prerogative. Il premier Mario Draghi ha già esercitato il «golden power» bloccando la vendita di un’azienda di semiconduttori ai cinesi. Ma in questo caso si tratterebbe di essere ancora più sofisticati. Tanto che Palazzo Chigi sarebbe pronto a varare una sorta di supercomitato di ministri e superesperti per esaminare la possibilità (si fanno i nomi di Franco, Giorgetti, Colao, Gabrielli, Giavazzi, Garofoli, Chiné).

Di sicuro c’è che un socio pubblico potente e altrettanto strategico come Cassa depositi e prestiti dispone in Tim di circa il 10% del capitale. E che la stessa Cdp ha oggi il 60 % di Open Fiber, la cui missione è cablare in fibra ottica l’Italia, mentre il restante 40% è in mano a un altro fondo di rango, l’australiano Macquarie. Non ci sono solo quindi “intenzioni” ma anche puntelli sui quali contare per iniziare a delineare una strategia. Cosa che è mancata dai tempi della privatizzazione del 1997.

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