Economia

Sono folli le proposte autarchiche di Tremonti e Bazoli?

di

recovery fund

“Saremo europeisti fino alla morte. Ma non per questo dobbiamo essere anche fessi. Se c’è convenienza, soprattutto solidarietà, bene. Altrimenti facciamo da soli”. Il commento di Gianfranco Polillo

Di fronte alle grandi difficoltà che si riscontrano in Europa – eurobond sì o no? – è bene tornare alle proposte autarchiche, che sono state avanzate da vari personaggi: Ferruccio de Bortoli, Giulio Tremonti e Giovanni Bazoli. Sono realistiche e praticabili? E’ giusto ipotizzare il lancio di un grande prestito pubblico nazionale, grazie al quale trovare le risorse necessarie per far fronte alle esigenze non dell’economia, ma della società italiana del dopo virus? Una sorta di necessario salvagente? “Un piano – per prendere in prestito le parole dell’ex ministro dell’Economia – basato sull’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza, con rendimenti moderati, ma sicuri e fissi, garantito dal sottostante patrimonio della Repubblica (…) titoli assistiti, come in un tempo che è stato felice, da questa formula “esenti da ogni imposta presente e futura”.

Ipotesi, quest’ultima, che farà inutilmente storcere il naso ai puristi della materia. Dimentichi che questa fu la regola per anni: fino alla metà degli anni ’80. Fu abrogata solo per motivi demagogici, facendo finta di sapere (oppure – ipotesi ancor peggiore – non sapendolo) che si era di fronte ad una semplice partita di giro. Il risparmiatore, nello scegliere dove investire il proprio capitale, guarda al rendimento netto. Quindi se lo Stato vuole essere competitivo sul mercato e far sottoscrivere i propri titoli deve incorporare il carico fiscale, garantendo un rendimento maggiore.

Sgombrato il terreno da queste inutili polemiche, conviene, invece, soffermarsi su altri punti. Dando per scontato il fatto che l’Italia possiede “uno dei più grandi giacimenti di risparmio del mondo” (Tremonti). Quello stock di ricchezza finanziaria, documentato dalle ricerche di Banca d’Italia e dell’Istat (Bazoli), e su cui noi stessi ci siamo già soffermati. Un primato che altri ci invidiano. Ma si può anche andare oltre. Considerando i flussi annuali. Quelle continue esportazioni di capitali, alle quali accenna solo Tremonti, ma che rappresentano la grande anomalia italiana. Nulla di illegale, per carità. (Per la verità c’è anche quello). Ma principalmente frutto dell’incuria con cui, nonostante l’articolo 47 della nostra Costituzione, il nostro establishment si è preoccupato ben poco di tutelare il risparmio nazionale.

SI dati sono pubblici, basta saperli vedere ed interpretare. Sono riportati mensilmente nel bollettino (Bilancia dei pagamenti e posizione patrimoniale sull’estero) della Banca d’Italia. Dal 2013 in poi (ultimo dato dicembre 2019) l’Italia ha sempre presentato un saldo attivo delle partite correnti della sua bilancia dei pagamenti. Per un totale pari a 269 miliardi di euro. Per inciso, va notato che, nello stesso periodo, il debito pubblico italiano è aumentato di 273,4 miliardi. All’avanzo delle partite correnti, ha fatto riscontro il bilanciamento del conto finanziario, che mostra uscite di identico ammontare.

Nel complesso, gli investimenti diretti all’estero, durante l’intero periodo, sono diminuiti di quasi 6 miliardi; gli investimenti netti di portafoglio (conti correnti esteri, fondi comuni d’investimento, titoli esteri e via dicendo) sono stati, invece, pari a 293,3 miliardi; i derivati sono diminuiti di poco più di 7 miliardi; le riserve ufficiali della Banca d’Italia sono aumentate invece di quasi 8,5 miliardi. La voce “errori ed omissioni”, che in una certa misura maschera le esportazioni illegali di capitale, è stata pari a 20,9 miliardi. La somma di tutte queste voci da un totale di 269 miliardi che pareggia la bilancia dei pagamenti, trasformando il surplus in credito verso l’estero (quindi risparmio nazionale) ed il deficit in debito (prestiti dall’estero).

Questo quindi lo schema: che riflette, ovviamente, comportamenti di carattere sociale. Che si erano già manifestati nei dati sulla ricchezza degli italiani. Con il salto fatto registrare dalla crescita di quella puramente finanziaria, che era passata dal 37,4 al 41 per cento del totale. Una piccola manna per brokers e banche d’affari. Al suo interno era crollato il peso dei titoli di stato, scesi dal 5,9 al 2,9 per cento del 2017. Compensati dalla crescita delle azioni: dall’8,5 al 9,7 per cento, delle polizze assicurative legate alle dinamiche di mercato (Fondi pensioni, polizze unit linked e via dicendo) dal 7,2 al 9,3 per cento. E dai fondi d’investimento, a loro volta, aumentati dal 3,2 al 4,9 per cento.

In estrema sintesi: la definitiva morte dei bot-people. Che in passato avevano garantito la tenuta del sistema. Di colpo trasformatesi, in apparenza, in un piccolo esercito di finanzieri prigionieri delle lusinghe del mercato internazionale. Sennonché più che di una scelta quella evocata è stata frutto di uno stato di necessità. La politica della Bce, voluta da Mario Draghi, ha salvato l’euro, ma non è stata priva di effetti collaterali. Ha contenuto gli spread sui titoli italiani, ma anche depresso il loro rendimento fin quasi ad annullare ogni convenienza. L’eutanasia del rentier, come predicava John Maynard Keynes.

Sennonché il risparmio è una componente essenziale degli equilibri complessivi del sistema. Se viene troppo maltrattato, alla fine diventa inevitabile il tentativo di salvarsi in qualche modo. Salvataggio, almeno nella maggior parte dei casi, più apparente che reale. Di fronte al pericolo del bail in (piccola mostruosità europea), al rischio di dover corrispondere interessi negativi sui singoli depositi, alla carenza di investimenti produttivi, il risparmiatore italiano (in genere maschio adulto, appartenente alla classe media) ha cercato scampo soprattutto nei fondi d’investimento.

Non lo animava una voglia di arricchimento, ma di semplice tutela di quanto risparmiato nel corso di una vita, avendo a sua disposizione ben poche alternative. Avventurarsi direttamente in borsa? Troppo rischioso. Acquistare immobili? Nemmeno pensarlo; ed allora non restava che mettersi nelle mani di professionisti. I quali, tuttavia, pensavano soprattutto – come era giusto che fosse – agli interessi del proprio datore di lavoro che non a quelli dell’ignaro risparmiatore. Il più delle volte convinto di aver fatto l’unica scelta possibile. Ma è stato così?
Per risolvere il dilemma, dobbiamo chiamare in causa Mediobanca, il cui centro studi pubblica ogni anno i “Dati di 1320 Fondi e SICAV italiani (1984-2018)”. Lettura ostica, ma notevolmente istruttiva.

Cominciamo da un dato. A fine 2017 la quota dei fondi d’investimenti sulla ricchezza delle famiglie era pari al 12,2 per cento. Qualcosa come 424 miliardi di euro. Di cui il 5,9 per cento italiani ed il 6,3 esteri. E’ forse utile non dimenticare che questa massa di risorse, in generale, è comunque investita all’estero: mercato americano, gli emergenti, la Cina e via dicendo. Ebbene quanto è venuto in tasca al risparmiatore italiano? Dipende dal tempo di possesso della quota. Negli ultimi 5 anni il rendimento lordo (poi ci sono le tasse del 20 per cento), sempre secondo Mediobanca, è stato pari allo 0,5 per cento all’anno. Negli ultimi 10 all’1,8 per cento e negli ultimi 15 all’1,5 per cento.

Il confronto con i Bot ad un anno, sempre fatto da Mediobanca, è illuminante. Negli stessi intervalli, il loro rendimento è stato pari allo 0,1 per cento; all’1,2 e all’1,7. Le differenze non solo sono minime, considerando tra l’altro che stiamo parlando di un titolo (BOT ad un anno) quasi istantaneo. Ma nel più lungo periodo è stato quest’ultimo strumento di debito ad avere la meglio. Ed allora la morale è facile da declinare. Saremo europeisti fino alla morte. Ma non per questo dobbiamo essere anche fessi. Se c’è convenienza, soprattutto solidarietà, bene. Altrimenti facciamo da soli.

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