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Silicon Valley Bank

Chi e come in America ha chiuso un occhio sulle magagne di Silicon Valley Bank

Possibile che nessuno si sia accorto delle difficoltà di Silicon Valley Bank? Ecco chi lodava la banca fino a poco prima del tracollo. L'articolo di Emanuela Rossi.

Si teme un’onda lunga di ripercussioni sui mercati dopo il fallimento della Silicon Valley Bank (SVB), banca con sede in California e sedicesima per dimensioni negli Stati Uniti.

Il crac di Svb – il secondo di sempre in America dopo quello della Washington Mutual Bank, secondo il Wall Street Journal – rischia anche di portare alla luce qualche scandalo. Ad esempio, il fatto che importanti manager di un’altra banca Usa, First Republic Bank, hanno ceduto 12 milioni di dollari in titoli nei due mesi precedenti la crisi e una parte delle vendite – riferisce Il Sole 24 Ore – addirittura alla vigilia del collasso di Silicon Valley Bank. Per questo motivo sono in corso inchieste su ex dirigenti di Svb per sospetto insider trading.

Insomma, solo ora che il vaso di Pandora è stato aperto tutti si accorgono dei mali che conteneva. Ma prima nessuno dubitava?

IL BUONO STATO DI SALUTE DI SILICON VALLEY BANK, SECONDO KPMG

Come ricorda il WSJ, la Silicon Valley Bank è fallita solo 14 giorni dopo che Kpmg ha rilasciato all’istituto di credito un audit che certificava il suo buono stato di salute, datato appunto 24 febbraio. Lo stesso ha fatto con l’altra banca che è fallita, Signature Bank. Probabilmente sarà oggetto di controllo normativo e di azioni legali ciò che la società di revisione sapeva della situazione finanziaria di Svb.

Se inizialmente Kpmg non ha voluto rilasciare commenti, in seguito Paul Knopp, numero uno della società negli Stati Uniti, ha affermato in una nota diffusa dal Financial Times – come riporta Reuters – che il lavoro di audit di Kpmg ha considerato tutti i fatti disponibili all’epoca e che nei giorni successivi sono stati “eventi guidati dal mercato” a portare al fallimento i due istituti di credito.

“È importante riconoscere che i pareri di audit, che riguardano solo il bilancio e i controlli interni dell’azienda, si basano sugli elementi probatori disponibili fino alla data del parere” sono state le sue parole.

IL PIANO DI GOLDMAN SACHS PER RACCOGLIERE CAPITALI

Anche Goldman Sachs in tempi recenti ha avuto a che fare con Svb visto che alcuni dirigenti dell’istituto si sono rivolti alla banca d’affari con le linee generali per un piano di raccolta di capitali. Nella lista dei possibili investitori figuravano due società di private equity, General Atlantic e Warburg Pincus.

I dirigenti, scrive Mf, volevano fare un collocamento privato di azioni, un’operazione in cui avrebbero messo in fila gli investitori per acquistare un determinato numero di azioni a un prezzo stabilito.

Il tutto da fare in tempi rapidi visto che si trattava di un aumento di capitale da portare a termine per salvare Silicon Valley Bank dal collasso e con il fiato sul collo di Moody’s che l’aveva messa in guardia su un possibile downgrade. Peraltro sembra che Goldman Sachs abbia avuto “un altro ruolo negli ultimi giorni della banca, per il quale si prevede di riscuotere un’enorme commissione: ha acquistato una parte del debito della banca in un accordo che alla fine ha portato a preoccupazioni sulla redditività della stessa”.

In pratica, in cambio dell’acquisto di 21,4 miliardi di dollari di debito dalla Svb – che il creditore fallito ha registrato con una perdita di 1,8 miliardi di dollari – la banca consulente potrebbe guadagnare circa 100 milioni di dollari, secondo quanto riferito al New York Times da persone addentro alla questione, che hanno chiesto di rimanere anonime in quanto si tratta di informazioni riservate.

IL VOTO DI MOODY’S

Che dire poi delle agenzie di rating, ad esempio di Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch che controllano circa il 95% delle valutazioni?

Pochi giorni prima del crac Moody’s aveva assegnato alla solvibilità di Svb un voto “A3”, ovvero di “affidabilità creditizia medio alta” salvo poi – a stretto giro – minacciare un possibile downgrade e, il 14 marzo, declassare il rating dell’altra banca fallita, Signature Bank, a “junk” (spazzatura). Non solo: l’agenzia di rating ha messo sotto osservazione First Republic Bank, Zions Bancorp, Western Alliance Bancorp, Comerica Inc, Umb Financial Corp e Intrust Financial Corp. in vista di un eventuale declassamento e ha abbassato l’outlook sul sistema bancario statunitense a “negativo” da “stabile” come conseguenza del rapido deterioramento dell’ambiente operativo in seguito al crollo di Silicon Valley Bank, Silvergate Bank e Signature Bank.

“La rischiosità di questa banca (Svb, ndr) e di altre con un modello di attività simile era piuttosto evidente, perché caratterizzato da un grado di concentrazione molto elevato sia dal lato delle attività sia delle passività. Questo modello di attività era molto rischioso” ha commentato Marcello Messori, professore di Economia europea alla Luiss, intervistato da Panorama. Secondo Messori occorre una “regolamentazione sempre più rigorosa. È essenziale un equilibrio tra evoluzione dei mercati, autoregolamentazione e regolamentazione. Bisogna creare degli standard. Ed è un lavoro senza fine perché il mercato si evolve”. Di sicuro, ha evidenziato, “l’Europa è un luogo in cui la regolamentazione è molto efficace, rispetto agli Usa. Nell’area euro non avremmo potuto avere un caso Svb”.

LA CLASSIFICA DI FORBES

Ma non è finita qui perché la Silicon Valley Bank, come riferito da Radiocor, il mese scorso era stata inserita da Forbes nella classifica delle migliori banche statunitensi, piazzandosi al ventesimo posto davanti a tutti i maggiori istituti di credito del Paese. Non solo: il 6 marzo, ha scritto Camilla Conti su La Verità, Svb ne aveva dato notizia sui propri profili social sottolineando la sua presenza nella classifica annuale per il quinto anno consecutivo.

E LA FED?

In tutto questo bailamme c’è un convitato di pietra, la Federal Reserve, la cui regolamentazione lascia ampi margini di manovra alle banche non sistemiche. “Quel che non si perdona alla Fed sono le falle nel sistema di regolazione e vigilanza” ha detto in un’intervista a Repubblica il premio Nobel per l’Economia, Joseph Stiglitz, secondo il quale non sono stati imposti “alle banche medio-piccole degli stress test efficaci e stringenti. La colpa è della deregulation voluta da Trump: tra l’altro Jerome Powell, l’attuale presidente della Fed, faceva parte del gruppo di lavoro voluto dall’ex presidente per indebolire la legge Dodd-Frank, il che ha portato alla deregulation che tanti guasti ha provocato”.

Vero è che la vigilanza non stata abolita ma trasferita alle dodici Fed ma, si domanda Stiglitz, “la Fed di San Francisco, responsabile per territorio della Silicon Valley, ha la stessa capacità, lo stesso rigore, la stessa indipendenza dell’ufficio centrale di Washington? Vediamola in modo diverso: i giovani startupper della Silicon Valley, concentrati sull’innovazione tecnologica, hanno il tempo e la competenza per andare a guardare alla solidità della loro banca e all’efficacia della sorveglianza? Non è un caso se la crisi è scoppiata nella culla dell’hi-tech: perché ha funzionato da volano proprio la tecnologia, che consente di muovere ingenti somme online in tempo reale fuori da qualsiasi controllo. Per questo – è la conclusione dell’economista della Columbia University – serviva una vigilanza moltiplicata”.

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