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Seci (Maccaferri) al capolinea: storia di un fallimento annunciato

Seci Maccaferri

L’articolo di Cristina D’Amicis

Dopo 142 anni di storia la Maccaferri potrebbe essere giunta al capolinea: il Tribunale di Bologna ha decretato il fallimento di Seci, holding della famiglia Maccaferri, ritenendo inammissibile il piano concordatario presentato dal gruppo il 18 maggio scorso.

Legali al lavoro per il ricorso anche se la strada da percorrere sembra essere tutt’altro che semplice considerando che Seci già nel 2015 necessitava di una massiccia ristrutturazione e che quanto fatto sinora sarebbe servito solo a ritardarne il fallimento.

TRIBUNALE DI BOLOGNA DICHIARA FALLIMENTO DI SECI

Con la sentenza n. 70/2021 il Tribunale civile di Bologna ha decretato il fallimento di S.E.C.I. SOCIETÀ ESERCIZI COMMERCIALI INDUSTRIALI S.P.A, la holding della famiglia Maccaferri che ha in pancia anche il famoso Sigaro Toscano.

Stiamo parlando della fine del gruppo Maccaferri, con 142 anni di storia alle spalle, uno dei gruppi industriali più antichi, prestigiosi e importanti del paese.

Il Gruppo nel 2019 vantava 57 stabilimenti e un fatturato complessivo di 1.039 miliardi di euro, impiegando più di 3000 dipendenti.

Sette le principali aree di attività: Officine Maccaferri (Ingegneria ambientale), Manifatture Sigaro Toscano (Tabacco), Sadam (Alimentare e Agroindustria), Samp (Ingegneria Meccanica), Seci Real Estate (Edifici) e Seci Energia (Energia) e JCube (hub di innovazione).

Seci ha tentato di salvarsi da sola fino alla fine presentando un piano stand alone che non ha convinto il giudice della sezione fallimentare del capoluogo emiliano, La domanda di concordato preventivo presentata da Seci il 18 maggio scorso è stata giudicata “inammissibile” a causa di “gravi irregolarità e mancanze”.

Fissato per il 25 novembre 2021 l’esame dello stato passivo davanti al giudice delegato Antonella Rimondini: curatori fallimentari di Seci Enrica Piacquaddio, Antonio Rossi e Claudio Solferini.

PERCHÉ È STATO RIGETTATO IL PIANO CONCORDATARIO DI SECI

Il fallimento di Seci decretato dal Tribunale di Bologna non è un fulmine a ciel sereno considerando che già nel febbraio 2020 la Procura aveva rilevato che dai conti e dalle indagini della Finanza risultava “un evidente e manifesto stato di insolvenza”. In particolare si era parlato di “insolvenza irreversibile” e di “grave dissesto finanziario” determinato da un patrimonio netto negativo di 65 milioni di euro al 31 dicembre 2018.

Il piano concordatario presentato da Seci a marzo 2020, poi modificato nel tempo, per il procuratore capo Giuseppe Amato, l’aggiunto Francesco Caleca e il sostituto procuratore Nicola Scalabrini, avrebbe solo temporaneamente procrastinato il fallimento senza mettere in atto gli strumenti necessari per una tempestiva emersione dalla crisi.

“Il concatenarsi di procedure e integrazioni induce a ritenere che la ricorrente abbia abusato dello strumento concordatario”, scrivono i giudici bolognesi spiegando che “il piano e la proposta sono stati più volte rimaneggiati e modificati introducendo profili di criticità diversi”. In sostanza Seci avrebbe tentato di far passare per “continuità aziendale un piano strutturalmente e sostanzialmente liquidatario”.

La domanda di concordato preventivo, depositata il 18 maggio scorso, imperniava il rimborso dei creditori sui proventi della vendita di una serie di asset e sul supporto di Europa Investimenti.

LA CONTROMOSSA DI SECI: LEGALI AL LAVORO PER RICORSO

Seci sembra non aver digerito la decisione presa dal Tribunale di Bologna e prepara il ricorso. Secondo alcune indiscrezioni stampa i legali del gruppo Maccaferri sarebbero al lavoro per definire la strategia da seguire per l’impugnazione della dichiarazione di fallimento, percorso assai difficile visto che “non ci sono elementi reali” per sostenere il ricorso. In effetti, sembrerebbe non esserci continuità ma solo una liquidazione.

A QUANTO AMMONTA IL DEBITO DI SECI

Il debito complessivo lordo di Seci già nel 2019 ammontava a oltre 600 milioni di euro mentre al momento sembrerebbe essere pari a circa 750 milioni di euro: 500 milioni sotto forma di debiti finanziari, con 90 milioni di euro verso banche e obbligazionisti.

Per farvi fronte la cassaforte dei Maccaferri ha già ceduto una serie di asset, come la controllata Agripower, specializzata nella gestione e manutenzione di impianti a biogas ad ottobre 2020 per 10,1 milioni di euro mentre a fine gennaio 2021 è stata la volta di alcuni asset della controllata Sadam spa per 2,6 milioni di euro passati nelle mani della società immobiliare romana Gibbi srl. In particolare ha ricevuto 1 milione per il 100% di Naturalia Ingredients; 1,4 milioni di euro per l’ex sito saccarifero di Castiglion Fiorentino e 156 mila euro l’ex sito saccarifero di Villasor.

Ceduta a fine gennaio anche la partecipazione in S.Solar per 5,9 milioni di euro e la società energetica Eva per 450 mila euro.

SECI: QUALI ASSET RESTANO DA VENDERE

Seci al momento può contare solo sulla cessione di alcuni immobili di proprietà della Seci Real Estate, società che vanta il famoso polo logistico di Roma nord utilizzato da Amazon per servire tutto il Centrosud.

Nella lista degli asset da vendere anche Powercrop, specializzata in impianti di produzione di energia elettrica da biomasse.

Il 51% della quota detenuta in Manifatture Sigaro Toscano (MST), invece, non si tocca in quanto importante generatore di cassa per Seci. Ricordiamo che il restante 49% è nelle mani di Piero Gnudi, Luca Montezemolo, Aurelio Regina, Francesco Valli e Matteo Tamburini e che in passato erano circolate voci, poi smentite, su un interesse di Gnudi e Montezemolo sull’intera Seci.

IL CAVALIERE BIANCO APOLLO E IL “NO” DI SECI

Nella convinzione di potercela fare da sola, la holding della famiglia Maccaferri ha respinto il Cavaliere bianco Apollo. A metà maggio 2021 Seci ha deciso di non accettare la proposta di salvataggio avanzata da Apollo Global Management per mezzo di Apeiron Management spa, che aveva messo sul piatto 215 milioni di euro per saldare subito tutti i debiti con i creditori senior e il 15% dei crediti chirografari. In precedenza, esattamente a marzo 2021, Apollo aveva presentato una proposta non vincolante inferiore all’ultima di 50 milioni di euro.

Apeiron sembrerebbe non essersi fermata davanti al rifiuto di Seci, acquistando da banche e creditori buona parte del debito Seci a forte sconto in attesa di sfoderare una nuova mossa.

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