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Salario minimo per legge, perché il governo dice no

Salario Minimo

No al salario minimo, si alla contrattazione sindacale. Il governo manda in soffitta le proposte di riforma della passata legislatura e tende la mano alle parti sociali. Fatti e approfondimenti

 

Il governo ha detto “no” al salario minimo. La misura, che nella scorsa legislatura vedeva ben tre proposte di legge, dovrà essere sostituita da altre misure, volte a “raggiungere l’obiettivo della tutela dei diritti dei lavoratori” attraverso una serie di iniziative “a partire dall’attivazione di percorsi interlocutori tra le parti non coinvolti nella contrattazione collettiva. E questo al fine di comprendere i motivi della non applicazione.

I PUNTI DELLA PROPOSTA DEL GOVERNO

La mozione di maggioranza ha ottenuto 163 voti a favore, 121 no (M5S, Pd e AVS) e 19 astenuti (i deputati del Terzo Polo). Il testo approvato vede giocare un ruolo fondamentale dalle parti sociali. Il governo si impegna “a raggiungere l’obiettivo della tutela dei diritti dei lavoratori non con l’introduzione del salario minimo, ma attraverso le seguenti iniziative:

  • attivare percorsi interlocutori tra le parti non coinvolte nella contrattazione collettiva, con l’obiettivo di monitorare e comprendere, attraverso l’analisi puntuale dei dati, motivi e cause della non applicazione;
  • estendere l’efficacia dei contratti collettivi nazionali comparativamente più rappresentativi, avvalendosi dei dati emersi attraverso le indagini conoscitive preventivamente svolte a livello nazionale, alle categorie di lavoratori non comprese nella contrattazione nazionale;
  • avviare un percorso di analisi rispetto alla contrattazione collettiva nazionale, che, soprattutto in certi ambiti, coinvolge un gran numero di lavoratori, alla luce della frequente aggiudicazione di gare che recano in loro seno il concetto della migliore offerta economica”.

IL RUOLO DELLE PARTI SOCIALI

Nel mirino del Governo finiscono i “contratti pirata” da contrastare con l’applicazione più ampia dei contratti collettivi. Le parti sociali sono coinvolte nella “contrattazione di secondo livello” e nei “cosiddetti contratti di prossimità”, e hanno una particolare voce in capitolo per le politiche finalizzate alla riduzione del costo del lavoro e all’abbattimento del cuneo fiscale, al fine di rilanciare lo sviluppo economico delle imprese e incrementare l’occupazione e la capacità di acquisto dei lavoratori.

LE TRE PROPOSTE DI SALARIO MINIMO DELLA PASSATA LEGISLATURA

La prima delle tre proposte di legge della passata legislatura erano il DDL n. 658 del 2018 dell’ex ministro del lavoro Nunzia Catalfo, che stabiliva che la paga oraria non dovesse essere “inferiore a nove euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”. Il secondo, il DDL 310/2018, il cui primo firmatario è il senatore Laus, fissava la paga minima oraria a 9 euro ma prevedeva un contributo relativamente modesto dei sindacati. Infine il DDL n. 1135/2019 (DDL Nannicini) prevedeva un salario di garanzia stabilito da una apposita Commissione per gli ambiti di attività non coperti dai contratti collettivi.

LA DIRETTIVA DELLA COMMISSIONE EUROPEA SUL SALARIO MINIMO

Giace da due anni una proposta di direttiva relativa al salario minimo nell’Unione europea (COM(2020)682 final) che pur non essendo volta all’introduzione di un trattamento minimo legale, vuole promuovere livelli adeguati delle retribuzioni dei lavoratori dell’Unione europea. Il numero dei working poor, persone che pur lavorando non riescono ad avere un tenore di vita dignitoso e libero dalla povertà, è molto aumentato nell’UE soprattutto dopo la pandemia da Covid19. A sostenerlo è la ricerca di AdapT (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro e sulle Relazioni Industriali) “Una legge sul salario minimo per l’Italia? – Riflessioni e analisi dopo la direttiva europea”.

RIDURRE IL LAVORO POVERO

L’intervento della Commissione voleva “stabilire un framework finalizzato a migliorare la protezione dei salari dei cittadini degli Stati membri dell’Unione, pur nel rispetto delle loro tradizioni e competenze nazionali”. È da sottolineare che resta comunque in capo agli Stati membri la libertà di “utilizzare il metodo di fissazione dei salari che ritengono maggiormente funzionale al fine di garantire livelli di retribuzione adeguata per i loro cittadini”. Tali framework cambiano a seconda che i Paesi siano dotati o meno di una legislazione in materia di salari minimi. Dunque la decisione del Governo Meloni non si pone in contrasto alla proposta di direttiva COM(2020)682 final.

SALARIO MINIMO: IL RISCHIO DEL LAVORO NERO

Lo studio di impatto della Commissione Europea sulla proposta di Direttiva sul salario minimo ha evidenziato che sia nei paesi che prevedono un salario minimo legale, sia in quelli con salario minimo contrattuale, vi è una diffusa inosservanza dei minimi retributivi. Perché i datori di lavoro retribuiscono i lavoratori al di sotto dei minimi previsti? Sia, secondo lo studio di AdapT, per scelte di natura opportunistica, sia per via dei livelli a cui sono fissati i minimi salariali. Infatti, “quando il livello del salario minimo supera la capacità di pagamento delle imprese, è probabile che l’inadempienza diventi inevitabile”. Un livello troppo elevato del salario minimo si traduce, quindi, da un lato in una mancata applicazione dei minimi, dall’altro nel ricorso al lavoro nero, con ricadute negative per i lavoratori e per la finanza pubblica.

COSTO DEL LAVORO E BASSA PRODUTTIVITÀ LE CAUSE DI SALARI BASSI

Dunque il pamphlet di AdapT individua le cause dei bassi salari nel costo del lavoro e nella bassa produttività. Il costo del lavoro risente negativamente della presenza di “lavoro irregolare e di tassi di occupazioni bassi” che determinano “l’elevata componente fiscale e contributiva che pesa sui salari”. Tra l’altro i lavoratori dipendenti non sono gli unici a rischiare di ricadere nelle categoria di working poor: tirocinanti, collaboratori autonomi, lavoratori occasionali, lavoratori in nero e free lance a partita IVA. Tutte categorie professionali escluse dalle normative sul salario minimo.

L’EFFICACIA DELLE RELAZIONI INDUSTRIALI

L’apertura, a livello comunitario, del dibattito sul salario minimo, solleva, secondo gli analisti di AdapT, un nodo politico molto rilevante: il ripensamento (e forse superamento) delle relazioni industriali. Il dubbio, che sembra emergere anche dal dibattito intorno al salario minimo, è che il metodo “della rappresentanza e della contrattazione” non sia più ritenuto sufficientemente efficace nel determinare il valore economico di mercato dei mestieri nei diversi settori produttivi. A essere colpita sarebbe la rappresentanza “e non è forse malizioso pensare che una parte dei sostenitori della soluzione legale in fondo pensi che proprio la rappresentanza, in quanto libera e quindi difficilmente controllabile, sia un elemento di instabilità che contribuisce a una non perfetta governabilità del mercato del lavoro”.

COME SALVARE LA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA DAL SALARIO MINIMO

Del resto la contrattazione collettiva non riguarda solo il trattamento economico ma anche tutta una serie di istituti diversi dal salario. E lo sa bene il Governo che ha scelto di porre al centro della sua proposta proprio il ruolo delle parti sociali. La soluzione per preservare la contrattazione collettiva, e dunque delle parti sociali, starebbe, secondo lo studio, nel “dare vita a una contrattazione che apra finalmente a qualunque livello ritenuto appropriato (nazionale, territoriale e aziendale) a una misurazione economica del valore del lavoro centrata sulla professionalità e le competenze e non più semplicemente sull’ora-lavoro come avvenuto nel secolo scorso”.

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