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Tim Kkr

Rete Tim al fondo americano Kkr, cosa si capisce e cosa non si capisce

Non solo fatti e numeri sulla vendita della rete Tim al fondo americano Kkr. Il punto di Michele Arnese, direttore di Start Magazine

 

“La cessione della rete a un investitore infrastrutturale come Kkr ha trovato anche l’apprezzamento del governo, che sosterrà questa operazione con ingenti risorse”. Le parole del presidente di Tim, Salvatore Rossi, sono significative ma implicano alcune domande dopo la decisione del consiglio di amministrazione di Tim di vendere la rete dell’ex Telecom Italia al fondo americano Kkr. (Qui l’approfondimento di Start Magazine con i dettagli e i numeri, almeno quelli noti, sull’operazione deliberata ieri dal cda di Tim)

“La direzione intrapresa dal governo è quella che il centrodestra ha sempre auspicato e sostenuto: assumere il controllo strategico della rete di telecomunicazioni”, diceva a fine agosto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla fine di un consiglio dei ministri che aveva approvato un Dpcm con cui si autorizza il ministero dell’Economia a entrare nella Netco con una quota di minoranza. “Il Dpcm rende operativo il memorandum d’intesa firmato il 10 agosto tra il ministero dell’Economia e il fondo americano Kkr per presentare un’offerta vincolante al consiglio di amministrazione di Tim per rilevare fino al 20% della Necto, società della rete fissa”, scriveva il Sole 24 ore.

Il controllo strategico della rete di telecomunicazioni, dopo la delibera di ieri di Tim, passa invece a Kkr.

Per carità, con il 20% della Netco in mano al Mef ci saranno senz’altro anche poteri di controllo, un ruolo nella governance e altri formalismi del genere (come si percepisce dal parere della Corte dei conti sul decreto), ma al momento va sottolineato che il controllo della rete ex Telecom Italia sarà del fondo americano Kkr.

Va anche riconosciuto che nel programma unitario con cui il centrodestra si è presentato alle elezioni la rete Tim non era indicata come asset strategico. D’altronde, non si è mai visto un asset strategico controllato da un socio estero con il 23,75% (la quota di Tim posseduta dal gruppo francese Vivendi).

Vivendi, come scritto e ripetuto da sempre su Start Magazine, in Tim ne ha combinate più di Bertoldo. E oramai è chiaro che i francesi vorrebbero sloggiare, ma evitando un salasso di minusvalenze rispetto all’investimento iniziale e magari trattare una “ricompensa” su altri dossier italiani.

Ciò detto, ci si chiede: davvero la vendita di un asset come la rete non poteva/doveva passare da un voto dell’assemblea dei soci, visto che il maggior azionista di Tim (con una decisione inspiegata e inopitata) non è presente nel cda della società?

Ma l’assetto di Tim è una fiera delle anomalie, con un capo azienda nominato dal maggior azionista che ora vuole spodestarlo e che nel frattempo ha abbandonato il cda. Servono degli psicanalisti – più che degli analisti finanziari – per capire le dinamiche in Tim.

Non ultima fra le contraddizioni che emergono con la vendita della rete di Tim (ma non dei cavi sottomarini di Telecom Italia Sparkle; andranno al Mef?) c’è il ruolo del fondo Merlyn, che ha presentato un progetto a ridosso della riunione decisiva del cda di Tim.

Il piano del fondo Merlyn ha un’impostazione “sovranista” (Tim deve diventare la società della rete, quindi un progetto opposto a quello realizzato ieri con Kkr) che però non ha avuto l’ok del governo “sovranista”. Un bel flop, insomma: scrivere un piano nel solco delle idee (vere o presunte) della maggioranza di governo e con un ruolo di perno da parte di Cdp, e farsi sbattere la porta in faccia sia dal governo sia dalla Cdp.

Il piano del fondo Merlyn ha una logica industriale e “politica” che – a taccuini chiusi e a microfoni spenti – era condivisa da alcuni ambienti sia della maggioranza che dell’esecutivo. Ma a Merlyn è forse mancato in extremis un partner internazionale (mediorientale?) che volesse rastrellare nel frattempo un bel gruzzolo di azioni di Tim e il piano è stato svelato quando l’operazione Tim-Kkr era già decollata con l’imprimatur dell’esecutivo (per il sommo sollievo dell’ex  Telecom Italia che così dà un bel taglio al debito) anche grazie a un’intesa di ferro fra il ministero dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il capo di gabinetto della presidenza del Consiglio, Gaetano Caputi (già al Mef), e Vittorio Grilli, ex direttore generale al Mef e ora chairman of the corporate & investment bank, Emea, nella banca d’affari statunitense Jp Morgan, l’advisor principe di Kkr.

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