Economia

Recovery Fund, i timori di Francia e Germania, l’idea di un sovranismo europeo

di

confindustria

Che cosa si evince dal documento di Merkel e Macron sul Recovery Fund. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

L’impressione prevalente è che non tutti abbiamo valutato, con la necessaria attenzione, il documento sottoscritto tra Emmanuel Macron e Angela Merkel: “Initiative franco-allemande pour la relance européenne face à la crise du coronavirus”. Testo in francese, il che può avere un significato simbolico, tutt’altro che trascurabile. In genere, infatti, i commenti si sono concentrati sul punto 2:  “Créer un ‘Fonds de relance’ ambitieux au niveau de l’Ue pour la solidarité et la croissance”. La promessa di un Fondo pari a 500 miliardi di euro da mettere a disposizione di quei Paesi che hanno subito le conseguenze peggiori dell’epidemia di coronavirus. Ipotesi che, com’é noto, ha fatto storcere il naso ad un gruppo di irriducibili (Austria, Danimarca, Olanda e Svezia) pronti a scendere in campo al grido di “No pasarán”.

Nemmeno un cent sotto forma di aiuto (grants), ma solo loans (prestiti) da rimborsare alle scadenze pattuite. Una reazione comunque limitata se si considera che l’insieme di questi Paesi rappresenta solo il 14 per cento del Pil europeo. Un blocco sufficiente, comunque, a stoppare qualsiasi decisione, visto il regime di unanimità che vige in quel di Bruxelles.  Sempre che quei conti siano fatti davanti all’oste. Alias Angela Merkel: la quale, con un salto mortale triplo, è stata costretta a rompere la sua tradizionale cautela e buttarsi nelle braccia di Emmanuel Macron: il vero artefice della proposta. Ed al tempo stesso l’alfiere di quella strategia che, con la famosa lettera indirizzata al Presidente del consiglio europeo, aveva canalizzato, intorno a sé la maggioranza dei Paesi europei. Di cui il protocollo, ora siglato tra Francia e Germania, ne rappresenta la tappa successiva.

Se quest’ultimo scritto, contrariamente a quanto accade spesso per le questioni europee, non è derubricato a semplice “chiacchiera e distintivo”, ma sottoposto all’attenzione che merita, può offrire chiavi di lettura sorprendenti. Si parte dalla necessità di organizzare una risposta europea ad eventuali ulteriori crisi pandemiche. Autocritica postuma, ma anche preoccupazioni reali per il futuro. Non essendo ancora chiara la dinamica che ha portato alla diffusione massiccia del virus. E che l’Europa si sia unita alla richiesta di un’indagine internazionale sulle vicende cinesi, lascia trasparire più di un sospetto. Sarà stato pure un incidente imponderabile, ma con gli esperimenti di laboratorio, comunque, non si scherza. Ed allora meglio attrezzarsi fin da subito. Considerata la labilità dei controlli vigenti nella terra del comunismo.

C’è quindi una parte più tradizionale. Liturgica nei riferimenti alla transizione ecologica e digitale. Il green deal con le relative indicazioni: riduzione delle emissioni in vista del traguardo 2030, progressiva decarbonizzazione dell’industria europea, difesa del suolo e sviluppo del digitale, specie per quanto riguarda la tecnologia del G5, l’intelligenza artificiale e la cybersecurity. Cose, comunque, note da tempo. Le novità maggiori sono, invece, contenute nel punto successivo. “Accrescere la resilienza, la sovranità economica ed industriale dell’Ue, e dare una nuova spinta al mercato unico”. Parole ed accenni che sembrano essere presi in prestito dalla retorica sovranista. Seppure traslata a livello europeo.

Per affrontare le sfide del domani, in un mondo che sarà diverso da quello conosciuto negli anni passati, sarà indispensabile, secondo il protocollo, una maggiore integrazione orizzontale e verticale all’interno del mercato unico, “quale elemento di garanzia per la nostra prosperità”. Per ottenere “un’economia ed una base industriale resiliente e sovrana, così come un mercato unico robusto”, occorrerà “sostenere una diversificazione delle catene del valore” promuovendo “un’agenda commerciale ambiziosa ed equilibrata” specie nei comparti più sensibili, tra cui quelli relativi alla salute. Settori in cui dovranno essere incoraggiati “investimenti di (ri)localizzazione” territoriale. Occorrerà quindi modernizzare la politica della concorrenza e degli aiuti di Stato al fine di favorire “importanti progetti di comune interesse europeo”. Nascita e sviluppo di campioni continentali. Integrando maggiormente il mercato nei settori fondamentali (“in particolare digitale, energia e mercati finanziari”). Rifar funzionare pienamente le regole di Schengen e “rafforzare le frontiere esterne comuni”. Riprendere il sentiero della convergenza e accelerare la discussione sull’introduzione di “un salario minimo” europeo adattato alle situazioni nazionali.

Questa in estrema sintesi il contenuto del documento. La parte finanziaria è rappresentata dal “Fonds de relance” di 500 miliardi di euro. Alla cui “dotazione” si provvederà con le risorse proprie del bilancio Ue (aumento dei contributi nazionali secondo un piano concordato e nuove forme di tassazione). La disponibilità immediata sarà invece fornita dall’emissione di titoli di debito comune. Il crollo di un tabù. Il ricavato sarà messo a disposizione dei singoli Paesi membri in base alle “difficultés liées à la pandémie et sur ses répercussions”. Ma solo a seguito di “un engagement clair par les États membres d’appliquer des politiques économiques saines et un programme de réformes ambitieux”. Parole che hanno destato allarme in molti esponenti dei 5 stelle, avendovi visto il fantasma della Troika. Ma che invece sono coerenti con la logica della strategia appena enunciata. Se il progetto è cambiare la vecchia Europa, allora l’incentivo dato non può essere un vuoto a perdere.

È anche sufficiente? Se ne parlerà più compiutamente nei prossimi giorni. Intanto è possibile un primo, seppur provvisorio, bilancio. Con il Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency), sono stati stanziati 100 miliardi, 200 sono i fondi a favore delle mid-caps da parte Bei, poi ci sono i 240 miliardi del Mes. Compreso il nuovo Fondo siamo a 1.040 miliardi di euro. Che sono pari al 7,5 per ceto del Pil dell’Europa a 27 (anno 2019). Se si tiene conto, tuttavia, che la Germania, non avendone bisogno, passerà la mano, la percentuale sale al 9,9 per cento. Valore che equivale, più o meno, alla manovra di bilancio decisa da Donald Trump. A dimostrazione di quanto profonda sia la preoccupazione dell’élite europea più avvertita di fronte ai possibili futuri mutamenti del quadro internazionale. Con cinesi ed americani a farla da padroni ed il vecchio Continente sempre più ridotto a semplice “espressione geografica”. Per dirla con le parole del barone Klemens von Metternich.

All’Italia dovrebbero essere riservati, a quanto si dice, circa 190 miliardi di euro: 90 dal finanziamento di Sure, Bei e Mes e 100 dal Fonds de relance. Grazie a queste risorse, si coprirebbero quasi interamente i costi diretti ed indiretti della pandemia, stando almeno alle previsioni economiche di primavera della Commissione europea. Che quota in circa 185 miliardi il maggior deficit dell’anno in corso, rispetto al 2019. Di cui una novantina conseguenza delle minori imposte dovute, a seguito della caduta del Pil. E più o meno altrettanto per il maggior tiraggio della spesa. Quasi l’intero importo sarebbe, quindi, coperto da stanziamenti a fondo perduto o concessione di prestiti a basso tasso d’interesse e comode scadenze. Se non proprio una manna, certo un ristoro niente male.

La contropartita? Un intervento di tipo macroeconomico che faccia compiere al Paese un balzo nel futuro. In termini di riforme, sburocratizzazione, sviluppo delle forze produttive, riduzione del carico fiscale e via dicendo. Partendo proprio dai punti di forza della nostra industria, già pienamente inserita nelle catene del valore a livello internazionale. Come mostrano i dati relativi ai consistenti attivi delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Un’azione che sarebbe comunque necessaria, anche a prescindere da qualsiasi disegno europeo, per uscire dalla lunga agonia di una crisi che si trascina anno dopo anno. Unica vera condizione: la più difficile. L’esistenza in vita di una classe politica all’altezza della sfida.

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