Economia

Recovery Fund: ecco fini, numeri, rischi e incognite

di

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Come sarà il Recovery Fund. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Le indiscrezioni sul Recovery Fund che vi avevamo preannunciato, sbandierato dal nostro governo come la concreta manifestazione della solidarietà della Ue, hanno trovato conferma in un articolo della Reuters di venerdì sera.

Scomparsi i coronabond, scomparso il piano spagnolo. E la conferma si rivela essere pure peggiore della previsione, inganno verbale incluso.

Perché di quello si tratta, quando si parla di preannuncia che il “piano innescherà fino a 1.000 miliardi di aiuti”. Che è una definizione vaga e lasciata all’eventuale comparsa di altri investitori a fianco della Ue. Ciò che conta sono i soldi “veri” messi dalla Ue sul tavolo e sono davvero una somma esigua, se rapportata al Pil.

DA DOVE VERRÀ FUORI?

Si farà leva, per effettuare emissioni di bond, su fondi provenienti dal bilancio Ue. Non è ancora chiaro quanto sarà capitale versato e quanto sarà in garanzie prestate. Questo capitale terrà indenni gli investitori dalle perdite.

QUANDO PARTIRA’?

Essendo basato sul bilancio Ue, che per il periodo 2021-2027 non è stato ancora approvato, e non è detto che ciò avvenga in tempi brevi, non partirà prima del 1/1/2021.

I PRESTITI

La Commissione emetterà 320 miliardi di obbligazioni con rating tripla A e pensa di prestarne circa metà agli Stati membri. Questi 160 miliardi di prestiti a lungo termine dovrebbero generare investimenti per 1.500/1.600 miliardi, con una leva di 10 volte. Lasciamo al lettore il giudizio su questa moltiplicazione dei pani e dei pesci.

LE GARANZIE

Per emettere 320 miliardi di obbligazioni e fornire adeguata garanzie agli investitori, ci sarà da raddoppiare gli impegni assunti dagli Stati per il bilancio Ue. Si passerà dall’attuale 1,2% al 2% del Pil Ue. Circa 110 miliardi all’anno aggiuntivi disponibili.

C’è un piccolo dettaglio, non irrilevante per l’Italia. Il nostro Paese nel 2018 ha contribuito al bilancio Ue per circa 17 miliardi ed ha ricevuto 10 miliardi, con un saldo negativo di 7. Anche qui, lasciamo che il lettore tragga le conseguenze.

I SUSSIDI

L’altra metà dei 320 miliardi dovrà essere concessa agli Stati membri a fondo perduto. Ma, poiché quei prestiti della Commissione prima o poi dovranno essere rimborsati, la Ue dovrà dotarsi di risorse proprie e quindi si prevede una serie di nuove tasse raccolte a livello europeo. Anche in questo caso, saremo in prima linea tra i Paesi contribuenti. A maggior ragione considerando il fatto che mancheranno all’appello i circa 10 miliardi annui versati dal Regno Unito, uno dei motivi che aveva determinato a febbraio lo stallo dei negoziati per l’approvazione del bilancio per il nuovo settennio.

L’inconsistenza di questo piano non è sfuggita all’editorialista Wolfgang Munchau che, dalle colonne del Financial Times, dubita del fatto che in questo momento le imprese riescano a moltiplicare i fondi ricevuti. Non c’è bisogno di crediti ma di interventi sul capitale delle imprese, eroso dalla crisi. Il Recovery Fund avrà un impatto marginale.

Tutta questa nebulosa ed inutile costruzione, proprio nei giorni in cui la Bce annuncia a ripetizione nuovi interventi. Il Financial Times ieri sera ha annunciato che la Bce si appresta ad acquistare, nell’ambito del programma già in atto, anche titoli il cui rating è sceso al livello spazzatura (junk). Si tratta soprattutto di obbligazioni societarie, che Bce può acquistare direttamente in emissione, ma potenzialmente anche di titoli pubblici che potrebbero subire in futuro dei declassamenti (Italia, in primis). Nella riunione di giovedì prossimo, c’è anche chi prevede l’aumento dell’ammontare di acquisti destinato a titoli pubblici (PEPP), fissato lo scorso 18 marzo a 750 miliardi. Con l’intervento dell’economista Olivier Blanchard, il coro di voci a favore di un intervento risolutivo della Bce è unanime.

Solo l’Italia insiste a chiedere uno strumento dannoso, al più inutile.

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