L’economia statunitense continua a sorprendere il mondo anche sotto l’amministrazione Trump.
Nel 2025, mentre gran parte delle grandi economie avanzate arrancava – con crescite intorno all’1% o addirittura ferme, come nel caso della Germania – gli Stati Uniti hanno messo a segno un rispettabile +2,1% del PIL. I mercati azionari hanno continuato a infrangere record su record, confermando una vitalità che appare quasi inesauribile.
Eppure, scrive l’Economist in un nuovo approfondimento, dietro questa apparente forza si nasconde un costo significativo: la testata la chiama “MAGA tax”, per riferirsi all’impatto negativo delle politiche del presidente.
Il settimanale britannico quantifica sia i fattori positivi che hanno sostenuto la crescita – dal boom dell’IA ai tagli fiscali – sia i freni imposti da tariffe, deportazioni di massa e soprattutto dall’incertezza costante.
Il risultato è una stima complessiva di circa 0,8 punti percentuali di crescita persa. Un bilancio che mette in luce tanto la straordinaria potenza del motore economico americano quanto i limiti di scelte spesso impulsive e contraddittorie.
Un’economia invidiata
Da quando Trump ha fatto ritorno alla Casa Bianca nel gennaio dell’anno scorso, l’America ha mantenuto una posizione di chiaro primato rispetto alle altre grandi potenze economiche.
Nel 2025 il divario è stato evidente: mentre Regno Unito, Francia e Giappone crescevano intorno all’1% e la Germania segnava una sostanziale stagnazione, gli Stati Uniti hanno chiuso l’anno con un’espansione del 2,1%. I listini azionari hanno risposto con entusiasmo, toccando nuovi massimi storici uno dopo l’altro.
Tutto questo è avvenuto in un contesto per molti versi ostile alla crescita: deportazioni di massa di lavoratori migranti, guerre commerciali caotiche e annunci di policy improvvisi e spesso contraddittori.
Molti osservatori che nei mesi precedenti l’insediamento avevano previsto un vero e proprio disastro economico ora si ritrovano a riconsiderare le proprie analisi.
Le politiche di Trump sono davvero meno distruttive di quanto temuto? Oppure l’economia americana è talmente robusta da riuscire ad assorbire questi shock?
I tre grandi fattori di spinta
Per capire quanto l’economia avrebbe potuto rendere senza questi ostacoli, l’analisi dell’Economist parte dai tre elementi positivi che hanno comunque sostenuto l’espansione americana.
Il primo e più potente è senza dubbio il boom dell’intelligenza artificiale. Le sole quattro grandi aziende tech – Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft – hanno investito oltre 350 miliardi di dollari nel 2025, con proiezioni che parlano di circa 700 miliardi nel 2026.
Questa ondata di capitali ha innescato una vera e propria esplosione di spesa in data center, semiconduttori, sistemi di raffreddamento e software specializzati. Gli investimenti reali nelle tecnologie dell’informazione e nei data center sono cresciuti di oltre il 15%. In termini lordi, questo slancio ha contribuito quasi a un punto percentuale intero della crescita annualizzata del PIL, coprendo da solo circa la metà dell’espansione complessiva dell’economia.
Tuttavia, una quota rilevante di questi investimenti finisce all’estero, soprattutto in Asia per quanto riguarda hardware e componenti. Depurato l’effetto import, il contributo netto si ridimensiona notevolmente: circa 50 miliardi di dollari di produzione domestica aggiuntiva, per un impatto finale di soli 0,2 punti percentuali sulla crescita.
Il secondo impulso deriva dall’effetto ricchezza generato dai mercati finanziari. Tra l’elezione di Trump e la fine del 2025, l’S&P 500 è salito del 15% in termini reali, creando circa 5.000 miliardi di dollari di ricchezza extra per le famiglie americane rispetto a un anno normale.
Gli americani tendono però a spendere solo una piccola porzione di questi guadagni inattesi. Applicando un moltiplicatore conservativo, ossia due centesimi di consumo aggiuntivo per ogni dollaro di ricchezza extra, l’Economist stima un aumento della spesa complessiva di circa 100 miliardi di dollari, pari a un contributo di 0,3 punti percentuali alla crescita del PIL.
Il terzo fattore positivo sono le politiche pro-crescita promosse dall’amministrazione. Trump ha facilitato le fusioni aziendali, ordinato tagli alla burocrazia federale e allentato i vincoli sul credito privato.
Il grande pacchetto di tagli fiscali approvato nel 2025 ha poi iniettato trilioni di stimolo nell’economia, rendendo permanenti precedenti riduzioni delle tasse, ripristinando la piena deducibilità delle spese in ricerca e sviluppo e accelerando gli ammortamenti.
Secondo la media delle previsioni indipendenti fatte da organismi come il Congressional Budget Office, la Tax Foundation, il Tax Policy Centre e lo Yale Budget Lab, queste misure hanno aggiunto 0,2 punti di crescita nel 2025 e 0,4 punti nel 2026.
Sommando questi tre effetti – AI, mercati e politiche fiscali – l’economia americana avrebbe dovuto crescere intorno al 2,7%. Il divario con il 2,1% effettivamente registrato rappresenta la prima stima della tassa MAGA: mezzo punto percentuale di crescita sacrificata.
I costi diretti delle politiche restrittive
L’articolo non si ferma alla controfattuale e misura anche i freni in modo diretto.
I dazi hanno compresso il potere d’acquisto delle famiglie e i margini di profitto delle imprese, sottraendo circa 0,2 punti percentuali di crescita secondo le stime del Peterson Institute.
Le deportazioni di massa e la chiusura delle frontiere hanno reso negativo per la prima volta da decenni il saldo migratorio netto, secondo la stima della Brookings Institution, riducendo sia l’offerta di manodopera sia la domanda interna di consumi: altro 0,2 punti persi.
Il costo più difficile da quantificare, ma probabilmente il più insidioso, resta però l’incertezza costante generata da un policymaking erratico. Tariffe annunciate, rinviate, modificate e poi rilanciate; agenti dell’immigrazione inviati e richiamati; conflitti improvvisi.
L’indice di economic policy uncertainty elaborato da Scott Baker della Northwestern University è schizzato di oltre 100 punti. Movimenti di questa entità spingono di norma le imprese a rimandare gli investimenti, con cali tra il 5 e il 10%.
La recessione degli investimenti al di fuori dell’IA
Escludendo la spesa legata all’IA, il quadro degli investimenti diventa francamente preoccupante.
Negli ultimi quattro trimestri gli investimenti fissi non-residenziali escluse le categorie IA si sono contratti di circa il 3% su base annualizzata, contro una media del +5% del decennio precedente.
Particolarmente colpiti sono i macchinari industriali e per i trasporti, mentre le costruzioni manifatturiere hanno registrato un vero e proprio crollo del 20%.
Nel complesso, mancano all’appello circa 130 miliardi di dollari rispetto al trend storico, con un effetto depressivo sulla crescita stimato in 0,4 punti percentuali.
Non si tratta di una semplice riallocazione di risorse verso l’IA: la contrazione è troppo ampia, diffusa e trasversale, coinvolgendo settori come petrolio e gas, automotive e manifattura tradizionale.
Nemmeno l’ipotesi di tassi di interesse elevati che spiazzano gli investimenti privati regge del tutto, visto che il credito per le imprese resta abbondante e relativamente conveniente. La causa principale sembra proprio l’incertezza politica.
Aggiungendo tutti questi elementi – tariffe, minori flussi migratori e ritrosia degli investimenti – la MAGA tax arriva a 0,8 punti percentuali, in linea con la stima controfattuale iniziale.
Prospettive e lezioni da trarre
Le prospettive immediate non sono particolarmente rassicuranti, sottolinea l’Economist.
Le tariffe restano in continua evoluzione, alimentando incertezza tra imprese e famiglie. A questo si è aggiunto lo shock energetico provocato dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, che comprimerà ulteriormente redditi reali e margini aziendali.
Eppure, nonostante tutto, l’America continua a mostrare una vitalità straordinaria. Le ultime stime in tempo reale della Fed di Atlanta indicano una possibile crescita annualizzata del 4% nel trimestre corrente. Senza il peso della MAGA tax, si potrebbe arrivare vicini al 5% – un ritmo eccezionale, toccato solo in poche occasioni in questo secolo.
Da una parte rimane dunque lo sconforto per i danni concreti provocati da politiche discutibili, dall’altra resta l’ammirazione profonda per la capacità di resistenza del sistema economico americano.
Se solo il presidente gli permettesse di correre senza zavorre, il Paese potrebbe tornare a volare a velocità ben superiori.







