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Come i prezzi influenzeranno i target delle banche centrali sull’inflazione

Prezzi

Le politiche di Usa e Ue per il distacco da Cina e Russia si tradurranno in aumenti dei prezzi e dei target sull’inflazione per le banche centrali. L’analisi di Gianclaudio Torlizzi, analista dei mercati delle materie prime e fondatore della società di consulenza T-Commodity

Il dato di ottobre relativo all’inflazione negli Stati Uniti ha prodotto un sospiro di sollievo tra gli investitori. Mostrando infatti un aumento dell’indice ‘core’, ossia depurato dalle componenti volatili relativi ad alimentari ed energia, di appena lo 0,27% su base mensile – il più contenuto dal settembre 2021 – la lettura sui prezzi al consumo ha alimentato le attese di un allentamento del processo di restrizione della liquidità da parte della Federal Reserve.

Tuttavia, dare per imminente un pivot di politica monetaria appare assai prematuro se si considera che il suddetto indice, mostra su base annualizzata un incremento del 3,5%. Se volgiamo lo sguardo all’inflazione nel comparto dei servizi, l’aumento annualizzato arriva al +6% in ragione delle tensioni nel mercato del lavoro e in particolare nel comparto delle piccole e medie imprese.

È interessante notare, a tal proposito, come le PMI statunitensi incidano al momento per il 90% dell’aumento delle richieste di nuovi posti di lavoro a partire dallo scoppio della pandemia. Naturalmente l’attuale condizione di euforia è destinata a cedere il passo a un marcato decongestionamento nel primo trimestre del 2023 come conseguenza degli inasprimenti del costo del denaro.

Secondo una stima di Jefferies, qualora la Federal Reserve decidesse di portare i tassi al 5%, il tasso effettivo sui prestiti destinati alle PMI balzerebbe oltre il 9%, il doppio rispetto all’anno scorso. È bene infatti notare come, a differenza delle grande imprese, le PMI utilizzino i canali bancari come veicolo di finanziamento in misura decisamente maggiore rispetto ai canali offerti dal mercato dei capitali.

È dunque probabile che l’inasprimento delle condizioni finanziarie si tradurrà in un indebolimento delle richieste di nuovi posti di lavoro che inciderà sulla spesa al consumo, sfociando in una recessione nella seconda metà del prossimo anno. Ma anche a fronte di suddetti segnali sarà altamente improbabile che l’inflazione possa tornare verso l’agognato 2%.

La “sorpresa” che probabilmente colpirà la Federal Reserve (la seconda dopo quella clamorosa per non aver saputo prevedere l’inasprimento delle pressioni inflazionistiche nel corso della pandemia) è probabile che investirà anche la stessa BCE alle prese con un tasso inflazionistico ‘core’ che il mese scorso ha raggiunto il 5% e che molto difficilmente si raffredderà al 2,4% nel 2024 come indicato dalla presidente Christine Lagarde.

Certo, nell’area euro la spinta inflazionistica sembra giungere più da dinamiche legate all’offerta rispetto a quella in vigore negli Usa la cui spinta sui salari è anche diretta conseguenza dei 5 mila miliardi di dollari in stimoli fiscali varati dall’amministrazione Biden.

Tuttavia, anche nel Vecchio Continente è ragionevole tratteggiare uno scenario futuro di salari in tensioni come dimostra il recente sciopero proclamato dal sindacato tedesco dei metalmeccanici. Ma è dal fronte energia e materie prime che continueranno a giungere le sollecitazioni ai prezzi.

Sul primo versante non bisogna trascurare l’aspetto fondamentale che vede il mercato europeo nella non invidiabile condizione di dover colmare un gap di 60 miliardi di metri cubi di GNL per compensare la riduzione, se non addirittura l’interruzione totale, dei flussi di gas dalla Russia in un anno, il prossimo, in cui la Cina si riaffaccerà sul mercato (dopo essere rimasta assente per tutto il 2022).

Una rinnovata tensione sui prezzi arriverà anche dal settore degli acciai e dei metalli, che, dopo aver assistito a un’importante correzione dal picco raggiunto a marzo, stanno trovando una stabilizzazione in ragione della crescente aspettativa di ripartenza dell’economia cinese, dopo le recenti misure di allentamento della Covid Zero Strategy e in favore del mercato delle costruzioni. Il Bloomberg Industrial Metals Index in particolare ha prodotto un rimbalzo del 16% da inizio ottobre riaffaciandosi sulla media mobile a 200 giorni violata lo scorso mese di giugno.

L’aspetto da rilevare è che la condizione in cui versa l’offerta nel comparto delle commodities è talmente tesa da rendere sufficiente una semplice stabilizzazione della domanda (ossia la fine dell’attuale fase di destoccaggio) per produrre una nuova accelerazione dei prezzi.

Tanto per fare un esempio: in questo quarto trimestre il maggiore produttore siderurgico europeo ArcelorMittal ridurrà la produzione del 20% rispetto allo stesso periodo del 2021. Particolarmente critica appare la situazione nel comparto dei metalli come quella del rame le cui scorte sono controllate per il 90% direttamente dal governo di Pechino.

Ma al netto dei suddetti fattori di natura contingente, è il quadro strutturale a essere mutato in senso inflazionistico: la mission impossible perseguita da Washington e Bruxelles di affrancamento dalle supply chain cinesi e dagli idrocarburi russi (l’embargo Ue sul petrolio prodotto da Mosca rischia di spingere i prezzi del Brent nuovamente sopra i $100), mantenendo al tempo stesso in vigore politiche climatiche ideologiche e fallimentari, pensate tra l’altro quando la globalizzazione veleggiava col vento in poppa, infatti si tradurrà necessariamente in un aumento dei prezzi che costringerà le rispettive banche centrali a innalzare il target sull’inflazione.

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