Economia

Popolare Bari, cosa dice (e non dice) Bankitalia su Tercas

di

Bankitalia

Articoli di stampa recenti, con la testimonianza dei vertici di Bankitalia sull’acquisto di Tercas da parte della Banca Popolare di Bari, ripropongono il ruolo della Vigilanza e le differenze con le relazioni di bilancio e dei revisori. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Sulla vicenda della Banca Popolare di Bari, commissariata dal 13 dicembre 2019, continuano a filtrare sui giornali spezzoni di dichiarazioni rese alla Procura della Repubblica, da soggetti indagati o da semplici testimoni.

Soprattutto dopo il 31 gennaio, data degli arresti domiciliari per Marco e Gianluca Jacobini ed Elia Circelli, ogni giorno è stato quello buono per pubblicare articoli che riportavano testi di intercettazioni, frasi estrapolate, sintesi giornalistiche, tutte più o meno concordi nel definire una situazione di irregolarità nella governance societaria. Il cliché dominante è stato quello del padrone cattivo e despota che ha ingannato tutti anche i controllori buoni.

Tutto troppo semplice per essere vero. Oggi, il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno torna su un passaggio fondamentale di tutta la vicenda: l’acquisizione di banca Tercas. È il 6 novembre 2017, si parla della testimonianza resa dal già direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, al procuratore aggiunto Roberto Rossi. “Fu Bankitalia a chiedere alla Banca Popolare di Bari di acquisire Tercas?” “No, non lo so. Secondo me no, però non ne posso essere sicuro”, la risposta dell’ex direttore generale di Bankitalia, ora presidente di Tim.

È una risposta che quasi si commenta da sé e fa aumentare ulteriormente le perplessità e le ombre sull’operato di Bankitalia, che nessuno degli interventi pubblici dei vertici della banca centrale è riuscito a dissipare.

Giova ricordare solo due aspetti:

  1. Nel bilancio 2014, la banca scrive testualmente che “nell’ottobre 2013 è stata chiamata” a valutare l’operazione Tercas. La vice direttrice generale Alessandra Perrazzelli, in audizione parlamentare a gennaio scorso, dichiara invece che “…nel mese di ottobre 2013 la Bpb segnala il proprio interesse all’acquisizione di Tercas…”. Qui qualcuno non la conta giusta. Ed i “non ne posso essere sicuro” non fanno altro che aumentare i dubbi.
  2. Agli inizi di novembre 2013, quindi appena agli inizi della trattativa che sarebbe durata diversi mesi ed a due diligence non ancora cominciata, la Banca Popolare di Bari eroga un mutuo di €480 milioni a Tercas che quest’ultima utilizza per rimborsare a Bankitalia/Bce un prestito in scadenza non ulteriormente rinviabile. Se Tercas non avesse rimborsato Bankitalia sarebbe probabilmente fallita con conseguenze disastrose sia nel Paese che a livello europeo. Il fatto che la Popolare di Bari, su cui pendeva dal 2010 il divieto di espansione, abbia eseguito quel finanziamento che ha tolto le castagne dal fuoco a Bankitalia, ha qualche connessione con la quasi contemporanea rimozione di quel divieto ed il successivo via libera all’acquisizione? In altre parole, la decisione di rimozione del divieto è stata influenzata dalla “benemerenza” acquisita da BPB qualche mese prima, eseguendo il finanziamento di €480 milioni a Tercas? Bankitalia avrebbe mai potuto non autorizzare l’acquisizione dopo che Banca Popolare di Bari si era pesantemente esposta verso TERCAS con quel finanziamento? In ogni caso, la presenza di quel finanziamento ha forse pesantemente condizionato la decisione di Bankitalia di rimuovere il divieto, a prescindere dall’oggettivo miglioramento delle carenze dei sistemi di governo e controllo interno della banca, che avevano costituito il motivo per l’imposizione del divieto?

Ma i dubbi non si fermano qua. Non condividendo il metodo di inseguire spezzoni di atti giudiziari disseminati qua e là, a disegnare due fazioni contrapposte, quella degli amministratori infedeli e quella dei controllori incapaci, qui preferiamo guardare gli atti che sono pubblici e disponibili, non suscettibili di scelta selettiva delle frasi da pubblicare, magari anche decontestualizzate.

Si parla delle relazioni della società di revisione PricewaterhouseCoopers Spa. La relazione del bilancio 2015, riporta un richiamo di informativa all’operazione Tercas, che ha già il significato di un primo faro acceso sulla vicenda. La relazione 2016 è di tutta routine. Ma le sorprese arrivano con le relazioni del 2017 e del 2018 che si caratterizzano per una inusitata dovizia di dettagli sui controlli eseguiti. Non serve nemmeno essere un addetto ai lavori per notare che, che se una società di revisione scrive ben 14 pagine di relazione, qualche problema ci deve pur essere nella banca. E di non lieve entità.

In particolare, la relazione del 2017, oltre a riportare il richiamo d’informativa per la vicenda della mancata trasformazione in SpA e le conseguenti tensioni sul capitale, riporta una sezione su “aspetti chiave della revisione contabile”. In essa vengono fatte minuziose considerazioni su valutazione dei crediti verso la clientela, recuperabilità delle imposte anticipate, riduzione di valore degli avviamenti. Inoltre la relazione parla di esplicita responsabilità degli amministratori per la valutazione dell’utilizzo del presupposto della continuità aziendale. Cosa è, se non una pubblica e dettagliata esposizione dei fattori di rischio a futura memoria? Quando un revisore ritiene di scrivere queste cose in relazione, significa che c’è un problema e pure bello grande e lo fa per difendersi.

La relazione del bilancio 2018 prosegue nello stesso solco, anche approfondendolo. Infatti, dopo il sostanziale pareggio del 2016 e del 2017, quell’anno si registra una perdita di €420 milioni. E la relazione di PWC dedica una pagina intera a “incertezza significativa relativa alla continuità aziendale” dove si specifica, ancora una volta, “…gli amministratori… ritengono di poter confermare la sussistenza del presupposto della continuità aziendale…”. Seguono, come per il 2017, intere pagine relative alle “procedure di revisione in risposta agli aspetti chiave”, in cui PWC dettaglia tutti i controlli sugli aspetti contabili maggiormente critici. Capita raramente di leggere relazioni di questo tenore, soprattutto relative ad una banca.

In conclusione, mentre la società di revisione lanciava allarmi almeno da marzo 2018 (relazione 2017), a luglio 2019 il consiglio di amministrazione veniva rinnovato mantenendo incredibilmente in sella l’amministratore delegato Vincenzo De Bustis. Inoltre, la Procura chiedeva gli arresti che restavano sulla scrivania del Gip per mesi, ma Banca d’Italia non riteneva ci fossero i presupposti per il commissariamento. Così è, se vi pare.

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