Economia

Perché non vanno sottovalutate idee e proposte di Paolo Savona

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Il commento di Gianfranco Polillo sulle reazioni alle idee illustrate dal ministro Paolo Savona

Finalmente delle ipotesi avanzate da Paolo Savona si comincia a discutere, entrando nel merito. L’ultimo intervento da parte di Carlo Cottarelli e Giampaolo Galli, sulle colonne de La Stampa, merita pertanto un’attenta riflessione. A condizione tuttavia di sapere distinguere il grano dal loglio. La premessa è che le affermazioni del ministro non vanno lette come se fossero il contenuto della prossima legge di stabilità.

Indicano, invece, un orizzonte all’interno del quale sviluppare un programma di governo tenendo conto dei vincoli di finanza pubblica. Che non sono, tuttavia, una cortina di ferro. Ma il riflesso di Trattati che possono essere modificati. Sulla base dei risultati acquisiti dopo i cinque anni di sperimentazione, come prevede l’articolo 16 del Trattato istitutivo del Fiscal Compact. Al momento ibernato.

Questa premessa è d’obbligo, altrimenti la critica è fin troppo facile. Quando i due autori fanno osservare che un piano da investimenti per 50 miliardi all’anno è impossibile da realizzare, anche a causa delle disfunzioni di cui soffre la macchina amministrativa, dicono una cosa ovvia. Specie se si considera il complesso di opere pubbliche già individuate e finanziate. Ma i cui progetti rimangono al palo, per le motivazioni più varie.

Stessa osservazione per un programma di spesa – questa volta corrente – valutato in 100 miliardi (flat tax, salario di cittadinanza e riforma della legge Fornero) – come se questi provvedimenti entrassero in vigore domani, con la calibratura indicata dal “programma di governo”. Quando, invece, si tratta di semplici dichiarazioni d’intenti. Che richiederanno il tempo necessario per la loro eventuale attuazione, nel rispetto di condizioni più generali. Che al momento é difficile prevedere.

Date quelle premesse è facile dimostrare, da parte dei due economisti, che sarebbe necessario un tasso di sviluppo annuo assolutamente impensabile per mantenere la quadratura dei conti pubblici, in tema di deficit e di debito. Ma il vizio del ragionamento non è nei risultati quanto nelle premesse. Del resto il ministro Tria ha già indicato quale strategia intende seguire. Accrescere, per quanto possibile, il tasso di crescita dell’economia in termini nominali, facendo anche leva su un’inflazione, negli ultimi anni fin troppo bassa. Avere quindi maggiore entrate, da destinare soprattutto ad una riduzione del carico fiscale, bloccando il più possibile le altre voci di spesa corrente.

In questa prospettiva le riforme annunciate dal “contratto di governo” non sono istantanee. Riflettono, invece, un programma di legislatura da sviluppare nel tempo che sarà necessario, proprio per evitare possibili corti circuiti. Cosa che dovrebbe rassicurare e, al tempo stesso, far riflettere. La politica economica sperimentata nella passata legislatura non ha premiato né sul piano economico-finanziario, né su quello politico. Considerato lo smottamento intervenuto a favore delle forze che si richiamano al populismo.

C’è tuttavia un punto ancora più controverso, che riguarda il forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Savona, in un ottica di tipo keynesiana, lo considera un problema. Esatto pendant di risparmio interno non utilizzato, frutto di un’eccessiva comprensione della domanda interna. I due autori, al contrario, una virtù: “un gruzzolo” da lasciare “alle future generazioni” a causa del l’invecchiamento della popolazione. Anzi, citando lavori del FMI, la bilancia commerciale dovrebbe garantire un surplus di “circa il 4 per cento”.

Chi ha ragione? Dipende. Se si guarda ai giovani disoccupati, costretti in questo stato dal ristagno della domanda interna, non crediamo che ne saranno felici. Se invece si pensa ai ceti più abbienti, che possono utilizzare il surplus delle partite correnti per investire il relativo risparmio sui grandi mercati finanziari e quindi averne un ritorno, l’ipotesi ha un suo fondamento economico-finanziario. Che lo abbia anche da un punto di vista politico è cosa tutta da dimostrare. Basterebbe avere a mente gli scritti di Angelo Panebianco, sulle caratteristiche del populismo, per trovare le necessarie risposte.

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