Economia

Pnrr: le bandierine di Conte, l’azione di Draghi e le fissazioni Ue

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entrate Ue Astrazeneca

Com’è cambiato il Recovery Plan italiano tra Conte e Draghi. Mentre non è cambiata la rigidità burocratica della Commissione di Bruxelles. Il commento di Polillo

 

Giuseppe Conte, dopo settimane di silenzio, ha scelto di dimostrare la sua esistenza in vita spendendosi a favore del super bonus edilizio, che doveva diventare, secondo una vecchia posizione dei 5 stelle, una misura di carattere strutturale. Posizione identitaria, al pari del reddito di cittadinanza, più che misura concreta per garantire ciò che era stato promesso. Nessuna preclusione contro questo incentivo, salvo la considerazione della sua complessità amministrativa nella relativa gestione. Per cui, come ha cercato di far comprendere Mario Draghi, prima di sparare alla luna sarebbe stato meglio accertare il tiraggio effettivo di quella misura, per misurarne l’effettivo impatto sulla realtà del Paese.

Alla fine il buon senso è prevalso. L’agognata proroga al 2023 è contemplata nel Recovery Plan, ma i relativi stanziamenti saranno definiti in legge di bilancio. All’indomani – almeno si spera – di aver i dati precisi sul suo effettivo utilizzo. Nulla vieta, infatti, di temere che, come tante riforme del periodo appena passato, anche questa sia rimasta sulla carta. Bandiera un po’ appassita di un movimento alla disperata ricerca di una nuova identità.

Giudizio troppo severo? La verità è che le magagne del periodo giallo rosso stanno venendo al pettine. Si prenda, per iniziare, la battuta di Mario Draghi, nel suo confronto, con Ursula Von der Leyen. “Nel nuovo PNRR, sottolinea il premier – scrive Enrico Marro del Corriere della sera – sulle riforme vi sono ben 40 pagine su 334 mentre nel vecchio Piano di Conte solo una”. Osservazione non da poco, che evidenzia una filosofia ben diversa. La logica prevalente del vecchio Piano altro non era che semplice distribuzione di finanziamenti. Oggi si tenta, invece, di modificare, con le riforme, alcuni meccanismi allocativi delle risorse, al fine determinare effetti cumulativi di sviluppo. Anche se le incognite che restano, non sono poche.

Da questo punto di vista, la tempestiva non ha aiutato. Alcune contraddizioni che pure rimangono nel Recovery Plan sono il frutto di errori passati. Soprattutto della scarsa e poco incisiva presenza dell’Italia nelle diverse sedi europee. In cui domina inevitabilmente una logica di tipo burocratico. Le decisioni, che si succedono nel tempo, fanno parte di filiere che hanno un loro autonomo sviluppo. Se non si interviene fin dall’inizio, diventa poi impossibile modificare, in modo sostanziale, il corso degli eventi.

È quanto avvenuto nel comparto green, al quale deve essere destinato il 37 per cento (la quota in assoluta più alta) delle risorse disponibili. Una percentuale fissa non negoziabile. Identica cioè per qualsiasi Paese. A prescindere dalle politiche messe in atto, negli anni precedenti, per la salvaguardia dell’ambiente e per combattere gli effetti del riscaldamento globale. In Italia, secondo il Recovery Plan, già in passato “ci sono già stati alcuni progressi significativi: tra il 2005 e il 2019, le emissioni di gas serra dell’Italia sono diminuite del 19 per cento. Ad oggi, le emissioni per persona di gas climalteranti, espresse in tonnellate equivalenti, sono inferiori alla media dell’UE”.

“Per quanto riguarda l’economia circolare – continua il documento – l’Italia si posiziona al di sopra della media Ue per gli investimenti nel settore e per la produttività delle risorse. Il tasso di utilizzo di materiale circolare in Italia si è attestato al 17,7 per cento nel 2017 e il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani al 49,8 per cento, entrambi al di sopra della media dell’Ue”. Mentre, guardando all’energia, “le politiche a favore dello sviluppo delle fonti rinnovabili e per l’efficienza energetica hanno consentito all’Italia di essere uno dei pochi paesi in Europa (insieme a Finlandia, Grecia, Croazia e Lettonia) ad aver superato entrambi i target 2020 in materia. La penetrazione delle energie rinnovabili si è attestata nel 2019 al 18,2%, contro un target europeo del 17%. Inoltre, il consumo di energia primaria al 2018 è stato di 148 Mtoe contro un target europeo di 158 Mtoe”.

Elementi che dovrebbero alimentare un giustificato orgoglio, ma anche non pochi interrogativi. Piuttosto che prevedere un numerino – il 37 per cento – uguale per tutti, non era il caso di introdurre elementi di flessibilità per favorire la convergenza verso un comune obiettivo? Quindi prevedere un impegno maggiore per i Paesi rimasti indietro e minore per quei Paesi, come l’Italia, già avviati lungo la strada dell’impegno civile. Ma se questa era la soluzione più ragionevole, cosa ha fatto, in passato, l’Italia per farla prevalere?

C’è solo da aggiungere che ridurre quella quota, per un Paese come l’Italia, avrebbe potuto comportare un impegno maggiore in quei settori, come la formazione o il mercato del lavoro, in cui i differenziali italiani, rispetto agli altri Paesi europei, sono addirittura imbarazzanti. Il che solleva un problema di carattere più generale. In un’Europa, dominata dalla burocrazia, la tentazione è quella di stabilire regole generali rigide, che riflettano gli interessi, il modo di operare o la cultura dei Paesi più presenti nella fase istruttoria, che accompagna le singole decisioni. E dove l’Italia, il più delle volte, è silente, quando non del tutto assente.

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